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Dopo: l’archeologia del tempo e il battito della memoria

Marcello Balzani intreccia letteratura, arte e architettura in un viaggio tra corpo, memoria e spazio, dove ogni “linea” diventa misura interiore e progetto. Dai desideri di Ernaux al “tuttavia” di Celan, la vita senza parapetti è un continuo dopo: una ricerca di equilibrio senza barriere, nell’apertura fragile e luminosa del tempo.

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La linea del corpo

La linea del corpo non si confonde con quella del cuore, più frastagliata. Quando ancora il mondo dei maschi non è una minaccia. È soltanto un sogno intermittente, una promessa di felicità. Ancora non è né ombra né luce assoluta. Tenere nascosti i desideri, le cattiverie, un fondo nero e solido. Nei bagni, ognuna davanti al suo specchio, a ritoccarsi la bocca, gli occhi, gesti osceni. Anch’io a quattordici anni ero ipnotizzata dal mio riflesso. Poi venne la prestatrice del mio primo reggiseno, la sacerdotessa della mia iniziazione. Assieme a lei il mondo era un enorme sesso, un desiderio smisurato, una cascata di sangue e di sperma. Sapeva tutto, era ignara del codice della fanciulla a modo. Difficile tracciare il confine tra libertà e condizionamenti, lo credevo dritto, il mio percorso da ragazza, e invece andava in tutte le direzioni. Pensare che ci sia in me «qualcosa di fuori posto». Allora faccio il minimo che mi viene richiesto, galleggio, la mia curiosità di ieri è scomparsa. Sono insicura? Svogliata ma resistente almeno per non affondare. In classe postura afflosciata sulla sedia.

Prendo l’abitudine di staccare il cervello appena comincia una spiegazione. Sono immersa in un grande sogno ovattato, da cui riemergo (con dolore) per tradurre una versione di latino. Poi passano gli anni. L’amore, la libertà, le gelosie, le liti, le caotiche recriminazioni. Una lotta estenuante che combattiamo ogni fine settimana. Dall’apprendistato all’abitudine, un nuovo ingranaggio. Mi dici e che cazzo, benissimo, io dico stronzo. Non somiglia granché a un equo scambio di libertà. Presto avrò uno di quei volti segnati, patetici, che osservo con orrore dal parrucchiere, quando giacciono riversi, gli occhi chiusi, durante lo shampoo. Quanti anni mancano, al confine delle rughe che non si possono nascondere, dei cedimenti? Sono già io, quel volto.

È “La donna gelata” di Annie Ernaux, Premio Nobel per la letteratura. Una limpida e spietata “somma intima di rumori dall’interno”, dai tabù dell’infanzia alle scelte di moglie, quando gli stili di vita vengono limitati reciprocamente. Scritto all’età di quarant’anni, tradotto da Lorenzo Flabbi per L’orma editore.

Rumori dall’interno e stili, ingranaggi e apprendistati, tracciamenti e distacchi: le parole della vita assomigliano spesso a quelle tecniche della nostra professione. La linea del corpo diviene un elemento non solo contestuale con cui fare i conti distributivi, prossemici, di usabilità e comfort, di minimo funzionale o standard che sia, ma anche dove condensare le componenti interiori, intime ed emozionali.

Credo che lo spazio non sia solo una configurazione tridimensionale o quadridimensionale (calcolando il tempo che contiene per viverlo e stratificarlo di memorie ed esperienze), ma più probabilmente una risultante di molteplici forze, rappresentate in linee o vettori o inviluppi (energetici, cognitivi, adattativi, relazionali, psicologici…).

Più difficile da visualizzare questa seconda configurazione ovviamente e tutti ci confiniamo (da secoli) nella semplificata strutturazione della prima.

“Di me prendo solo gli occhi, ci tengo, anche se non hanno nulla di speciale.”

 

Software “Out of Line” di Moniker e Studio Puckey, creato a supporto di un video musicale interattivo, per “Dead End”di “zZz”.
Una famosa immagine, di circa dieci anni, fa prodotta digitalmente dal software “Out of Line” di Moniker e Studio Puckey, creato a supporto di un video musicale interattivo, per “Dead End”di “zZz”. (Marcello Balzani)

 

Movimenti e cursori seguono i movimenti (del volto e del corpo) di una protagonista di nome Laura nella sua vita quotidiana mentre ordina agli spettatori, a cui si rivolge chiamandoli "Linee", di completare compiti…

Non c’è nulla di speciale, come direbbe Annie Ernaux, vero? Eppure pensate a cosa e quanto è cambiato anche solamente nella costruzione di immagini tecniche durante gli ultimi dieci anni. Tutto sembra così incredibilmente lontano…

 


5

Il passato è una curva

Tu non capisci: amore è dire all’altro non hai fine. O io sono immortale oppure niente.

Lo so che è proibito, ma a chi fosse venuto a proibirmelo non so cos’avrei fatto. Voluttà l’ho provata, anche passione, fra coperta e respiro. Tu sei la mia eco? Tu la mia risposta? Era questo l’amore? Fiducia in chi sarò? Nel tuo sguardo d’affetto mi avvolgo e non ci credo. Amore alato. L’uomo nell’amore è in trasferta, si lascia andare – dove? Dove non è il suo forte. Forse sei solo una coscienza che cerca di capire, non sei un combattente. Come nel fallito mélange d’anima e corpo: nulla è più irreale della carne. In questo forse sono una figlia del mio tempo: dove nessuno basta più a nessuno. Non sgualcirmi il cuore al primo abbraccio. Siediti sull’orlo del mio letto. Guardami senza mai stancarti.

Frammenti e distillazioni (le mie) delle parole di Anna Maria Carpi in “L’aria è una”: poesie (inedite e non) pubblicate per Einaudi.

Contrattempi, impegni improvvisi (improrogabili), complicità e voglie (di tutti e di uno solo poco), temperini, gomme e disperazioni, fodere e tavole apparecchiate, consolazioni e controlli, ossessioni e comparsate, telefonate e un riso segreto sotto il cuore e poi il residuo e poi la dissolvenza. Palpitante, travagliata, fantastica, curvata e sbigottita vita del colloquio con le cose. Leggo le poesie di Anna Maria Carpi, così brava a cercare i nomi impropri delle cose, e mi riconosco. Fa bene. Per lei, che come tanti invecchia, il passato è una curva, che confonde nomi e significati, in cui tutto diviene più difficile da scorgere; ma poco se ne importa, sa abitare solo la giovinezza e nel suo zaino ha solo la speranza!

L’inferno delle cose (ciascuno ha il suo diverso agli altri) crea ansia senza meta e sembra che “tutto sappiamo tranne cosa fare”. Come nelle “mattine disastrate” in cui ci si confonde andando “avanti e indietro dal computer al frigo” in cerca di una frase, e quando è mezzogiorno nulla è compiuto veramente e si trasalisce. Ecco, quel caos in cui nell’apparenza danziamo rimane l’unica cosa che si conosce? L’arte di inventarne di tutti i colori si vorrebbe venisse (travestita) a giocare a carte con noi? Sembra di essere figli del nostro tempo “dove nessuno basta più a nessuno”. Ma esiste un nonsenso del cuore che possiede ancora un potere nascosto, da raccogliere e abbracciare.

“Accanto a me nel letto. Un fruscio. Una spalla. Tre di notte. Dormi, non dormi? Non glielo chiedo. Forse torna il sonno…”

 

Fotografia di Man Ray, che ritrae la sua ultima moglie, la ballerina e modella americana Juliet Browner.
L'immagine è una mia rielaborazione cromatica di una fotografia di Man Ray, che ritrae la sua ultima moglie, la ballerina e modella americana Juliet Browner, e che trova una relazione con il lavoro creativo che lo stesso Man Ray realizzava sui manichini dell’amico, pittore e scultore surrealista, André Masson nel 1938. (Marcello Balzani)

 

Presente e passato si intersecano e si sovrappongono, per “l’ansia di apparire un istante sullo sfacciato video del tempo”.

 


4

Vivere nei piccoli quadrati e guardare attraverso i rettangoli

“Il suo amore è un’ossessione e lei non riesce a controllarsi

perché la sua mente è legata all’amore.”

Quando stiamo zitti diventiamo sgradevoli. Quando parliamo diventiamo ridicoli, perché con le parole in bocca calpestiamo un sacco di cose, come i piedi nell’erba. E i desideri (per quanto può sembrare incredibile) sono difficili, gli obiettivi (in realtà) sono più facili. Quindi? Vivere nei piccoli quadrati e guardare attraverso i rettangoli. Eppure sentivo i brividi corrermi dietro la schiena. Sei legata alla sedia vero?

E poi ecco una canzone da cui la ruga spariva subito. La parola non sale alle labbra… Le frasi di Lola si lasciavano dire nella bocca. Scrivere, questo no. Non da me. Come succede ai sogni, che possono stare nella bocca ma non sulla carta. Mentre le scrivevo, le frasi di Lola mi si disfacevano in mano.

Fai riposare il tuo cuoreanimale. L’albero è verde. L’acqua scorre.

Basta legare! Sempre legare… Slegare, slegare.

Herta Müller (Premio Nobel 2009), scrive il romanzo “Cuoreanimale” nel 1994, tradotto mirabilmente da Margherita Carbonaro per Feltrinelli. Attraverso un “Herztier” (una parola “nata sulla carta”) la Romania della dittatura di Ceauşescu si mostra in quel terribile contrasto dissonante come il suo significato doppiamente tagliente. Herz (cuore) e Tier (animale) fuse insieme compongono una parola disorientante. Diviene una parola “ambigua”, un mutasignificato a seconda del contesto di inserimento. “La parola si era imbattuta in me, così come in un frigorifero le cose si imbattevano le une sulle altre” scriveva Herta Müller in “La mia patria era un seme di mela”. Quel frigorifero è di un macello in cui la scrittrice immagina, con le interiora in esso contenute, qualcosa di tremendo che forse è solo un modo per esorcizzare ciò che sta accadendo fuori. Commenta criticamente Margherita Carbonaro, nella sua nota a fine volume, che la parola compare più volte nel testo ma sempre con significati diversi: “ora è la forza vitale più elementare, ora l’avidità cieca della vita, ora sta per il dittatore la cui presenza si insinua nei luoghi e nelle cose, ora è la brama vorace del dittatore stesso, ora è l’alito e il respiro, ora è un’essenza ancora più misteriosa”. Nella casa dello studente tutte le ragazze vivevano in “piccoli quadri” per ogni piano e “porta a porta” conservavano il loro cibo in un frigorifero nella stanza comune dove si mangiava. La sera “nel piccolo rettangolo” canti operai si sentivano dall’altoparlante e fuori per strada “c’erano ancora scarpe che camminavano”. Leggere Herta Müller è un’esperienza potente, espressionista, in cui spazio è tempo, somma di luoghi, percorsi distributivi da ripercorrere alla rovescia, conflitti tra contesti (città e campagna).

A volte non comprendiamo. Altre volte il contesto, per quanto può sembrare feroce, ci svuota e poi ci riempie di ciò che solo apparentemente serve a comprendere. Fai riposare il tuo cuoreanimale.

 

I pezzetti, con cui si ritagliano sentimenti e significati, sono come pezzetti di nuvola e di cuore (animale).
I pezzetti, con cui si ritagliano sentimenti e significati, sono come pezzetti di nuvola e di cuore (animale). (Marcello Balzani)

 

“Ognuno aveva un amico in ogni pezzetto di nuvola

così vanno le cose con gli amici se il mondo è pieno di orrori

anche mia madre diceva è normale

lascia perdere gli amici

pensa a cose più serie”.

È la citazione che apre “Cuoreanimale”, tratta da un’opera del poeta e prosatore rumeno Gellu Naum, afferente al gruppo surrealista. Lola (la giovane ragazza, protagonista del romanzo, che aveva raggiunto la città dalla campagna per studiare) non ce la farà. Verrà trovata morta impiccata in un armadio.

“Post mortem, durante un’assemblea convocata per giudicare il caso, viene estromessa dal partito per essersi tolta la vita”.

Neppure il suicidio è la stessa cosa.

 


3

La vita senza parapetti

“Io scrivo questi versi, seduto su una sedia bianca,
a cielo aperto, d’inverno, in giacca,
ebbro, e pronuncio frasi che allargano gli zigomi
nella lingua che è mia.
E intanto nella tazza si raffredda il caffè.
Sciaborda la laguna e punisce con cento minimi sprazzi
lo sguardo intorbidito dall’ansia di fissare questo paesaggio
capace di fare a meno di me.”

Siamo a Venezia nel 1982. “La città è un ammasso di porcellana e cristallo rotto” e tutto viene “raddoppiato, meno il destino e meno la stessa H2O”. Sono passati dieci anni dall’anno dell’esilio, dall’anno degli incendi, che hanno bruciato tutto, dal contesto alla visione del mondo, e cosa resta?

Il seducente sguardo della farfalla che “cattura l’occhio del cacciatore” è immagine di una bellissima brevità che ruderizza la memoria, che inarca il ghiaccio sul quale scivola il tacco, che non permette al pilota di fissare nel buio nessuna stella, dove la marea è “come una coperta che via scivola”. La vita adesso è nel “tempo di vento forte” ed è “come parte di un centauro”, basta arrotolare il corpo come una carta, strisciare “fuori dal grembo dell’oceano” come “un granchio che viene a riva” e accettare che si fanno forza nuove forme dell’insonnia.

“Sono nato e cresciuto nelle paludi baltiche, dove onde grigie di zinco vengono due a due”, scrive di sé Iosif Brodskij (1940-1996), poeta, scrittore, saggista, drammaturgo e premio Nobel, “delfino dell’Achmatova” e amico di W. H. Auden.

Le sue parole mi hanno sussurrato all’orecchio tante volte, fin da quando mio padre lo imparò a conoscere con “Fuga da Bisanzio” ed io con lo splendido “Fondamenta degli incurabili”. Tutti, prima o poi, sentiamo addosso cos’è l’esilio. Per alcuni è una scelta obbligata se non si vuole il carcere in un andirivieni tra un ospedale psichiatrico e un gulag, ed è terribile. Per altri modella il destino, scopre l’amore incostante, depone i ricordi e accentua ogni distacco.

Un incessante nomadismo rende la terra lunga (non piatta, non tonda) e si perde il senso dell’ordine per offrire un significato alla solitudine. Se la distingui e scopri l’intimità è d’oro e ti permette di “camminare sulle onde, senza tenersi a parapetti” della coscienza. Se no soltanto in sogno “è concesso di norma agli occhi d’assuefarsi alla casa”.

Le “Poesie”, in cui è inserita la citazione da “Strofe veneziane (2)” che apre questo testo, sono pubblicate da Adelphi nella traduzione dal russo di Giovanni Buttafava.

“Fatto d’amore, sogni sporchi, paura della morte, polvere,
tastandosi ossa fragili, l‘inguine vulnerabile,
quel corpo serve da prepuzio dello spazio, che filtra il seme:
una lacrima inargenta uno zigomo,
e si fa membro di te stesso l’uomo
e si getta nel Tempo.”

 

Famosa stampa dal titolo “Melancolia I” del 1514 ripresa nella mostra “Albrecht Dürer. Il privilegio dell’inquietudine”
Un mio scatto fotografico di dettaglio di una famosa stampa dal titolo “Melancolia I” del 1514, ripresa nella mostra “Albrecht Dürer. Il privilegio dell’inquietudine” a cura di Diego Galizzi e Patrizia Foglia. (Marcello Balzani)

 

Il "privilegio dell’inquietudine” a cura di Diego Galizzi e Patrizia Foglia allestita nel Museo Civico delle Cappuccine di Bagnacavallo nel gennaio 2020.

Mi torna in mente la “Nostalghia” del film Andrej Tarkovskij del 1983, in cui anche un altro poeta sovietico ne è protagonista. La rincorsa tra tristezza e follia disegna “ferramenta alchemiche” e sembra ci debba ricordare come gli spazi vivano di una loro ermetica regola dell’equilibrio e del simbolo. Tutto senza parapetti.

  


2

Un tuttavia

Un -tuttavia- rende la vita possibile

La tensione tra l’impossibile e il -tuttavia-, dischiude il futuro, mantiene in vita il linguaggio.

Quel “non essere persi” che Paul Celan riconosceva nel destino del luogo, nel potere della casa, al di là di ogni attrattiva nomade tra i più perigliosi mari di scogliosi drammi trafitti. Anche se arrivare o non-arrivare non fa differenza in fondo. Anzi più è estrema la condizione più è tenace il legame. Finché kafkianamente il sogno dura e con esso il pensiero della sua esistenza, il -tuttavia- è in movimento, viene verso di te e lo aspetti alla finestra del -possibile-.

Ingeborg Bachmann (del cui amore con Paul Celan abbiamo possibilità di leggere un carteggio splendido edito recentemente da Nottetempo a cura di Francesco Maione), citata da Byung-Chul Han, mi aiuta a ricordare che l’aspettativa prosciuga e dissangua il desiderio. C’è una differenza sostanziale: se una cerca di prevedere (spesso malamente) il futuro, l’altro è un “orientamento dello spirito e del cuore”, che chiede una -distanza- (e quindi anche un “altro luogo”) per generare quella “siderale tensione” espressa nel suo etimo.

Cerca il tuo -tuttavia-, difendilo!

“E chi non spera e chi non vive e chi non ama e chi non spera… per me non è un essere umano.”

 

Fotografia del 1997 di Luiz Braga, tratta dalla mostra dal titolo “Arcipélago imaginário” nella primavera/estate del 2025 al IMS Paulista, con la cura di Bitu Cassundé e Maria Luiza Menenes, dal titolo “Palafitas de Belém”.
L’immagine è un mio scatto di una fotografia del 1997 di Luiz Braga, tratta dalla mostra dal titolo “Arcipélago imaginário” nella primavera/estate del 2025 al IMS Paulista, con la cura di Bitu Cassundé e Maria Luiza Menenes, dal titolo “Palafitas de Belém”. (Marcello Balzani)

 

Il concetto/sensazione di -tuttavia- è splendido!

A volte non ragioniamo sui termini del nostro linguaggio ma ne facciamo sempre parte, consapevolmente o meno. Le palafitte di un contesto dove il “transitorio” (economico, sociale, ambientale, costruttivo) prende il sopravvento ci aiuta a capire quanto è importante comunque riconoscere il “destino del luogo” e il “potere della casa”… tuttavia.

 


1

Dopo…

“Cosa significa la breve parola -dopo-“ si chiedeva Immanuel Kant. Non lo sappiamo mai infatti. Ci sono sciami di limpidezze che ci stupiscono nel tempo che c’è tra l’attimo in cui senti il telefono e quando rispondi alla chiamata. Tutte quelle tangibili spiegazioni (per il dopo).

Come sarebbe il cervello se fosse veramente sempre così pronto? Quegli interminabili momenti che sono come una faccia che sembra un bicchiere frantumato non ancora caduto.

Afrodite quanto desidero essere libero! La mente è il corpo. Ecco perché “pensare logicamente equivale ad essere perennemente stupidi”. L’amore sei sempre tu quando è nuovo. Quando sei tu quando è nuovo quando è nuovo quando sei tu l’amore sempre sempre quando sei tu. Appena colto, annaffiato, lucidato, appena lavato, appena pianto… L’amore è troppo tardi quando non è vero. Quando non è tardi è anche vero l’amore. La notte non è (mai) un dato di fatto.

È Anne Carson in “Decreazione”, un bellissimo saggio poetico, intriso di figure femminili, in cui, parafrasando Montaigne, l’andatura della poesia appare a salti, si condensa a saltelli e soprattutto agisce a sgambetti, tanti tanti (sublimi) sgambetti. Adesso (che non è dopo) vorrei avere il potere di Saffo nel registrare il battito del cuore, come nuotare nel mare. Sento la mia voce che legge. Sento il tuo cuore che ascolta.

E dopo…?

 

Grande volume voltato dei Mercati di Traiano a Roma.
Il mio scatto di un grande volume voltato dei Mercati di Traiano a Roma. (Marcello Balzani)

 

Nulla come lo spazio architettonico della dimensione archeologica sembra rappresentare il -dopo-.

Giancarlo Susini in un suo celebre scritto dal titolo “La corteccia del gatto” ricordava come l’archeologo opera come un gatto che si fa le unghie in una corteccia, godendo di farsele come godendo di scoprire cosa c’è sotto. E dopo? Dopo si comprende che nel riportare alla luce un “sotto criptato” si è comunque distrutto sempre un “sopra depositato” nel tempo. Dopo la corteccia non si potrà ricostruire. Dopo ci si domanderà come poterlo conservare questo stratificato nascosto e rinvenuto… e serviranno (probabilmente per la sua conservazione nei tanti -dopo- da vivere ancora) architetti e restauratori.

 


Dalla rubrica «Marcello Balzani: tra Parola e Immagine»

C’è un numero che, più di altri, incarna l’idea di equilibrio e compiutezza: sei. È il primo numero perfetto, perché somma dei suoi divisori (1, 2, 3), ma è anche la metrica dell’esametro omerico, che ha guidato per secoli il racconto del viaggio, del mito, dell’umano.

A questo numero si ispira la struttura di “Perfetto Sei”, una rubrica che raccoglie i testi di Marcello Balzani come pensieri in cammino, intrecciati a immagini e citazioni che non illustrano, ma evocano, non spiegano, ma interrogano.

Il titolo è anche un gioco di specchi: si può leggere come “Sei perfetto”, allusione alla somiglianza divina dell’essere umano, fatto — secondo la tradizione — a immagine di Dio. Un invito, forse, a riscoprire nel frammento la traccia di un’armonia nascosta.

Ogni articolo della rubrica ospita progressivamente sei pensieri. Sei come unità compiuta, come sequenza che diventa ciclo. Quando l’articolo si completa, ne nasce uno nuovo. E ogni nuovo inizio si pone in cima alla serie, come il primo passo di un nuovo viaggio. L’intero progetto si dispiega così in una serie aperta di cerchi perfetti, ognuno con il proprio tema originario e la propria traiettoria di senso.

PERFETTO SEI

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