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Oggetto quasi

Un viaggio tra architettura, arte e letteratura: Marcello Balzani intreccia Proust, Deleuze, Byron, Picasso e Kundera in una riflessione sull’“anastilosi architettonica” del labirinto psicologico umano, dove spazio, corpo e memoria si ricompongono come strutture emotive. Marcello Balzani riflette anche sull’“involucro” dell’abitare e sulla fragilità degli spazi.

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Anastilosi architettonica di un labirinto psicologico

Il corpo è sospeso.

Annuso, annuso nel corto respiro il forte respiro del vento. Accucciarmi nel tuo cuore… per respirare, respirare quei minuti profondi. Un gesto d’amore suadente. E il tuo capriccio simile al volteggiare di farfalla. Mentre il mio ardore accresce come un vortice. Fluisci, spandi aromi, impregna, non stemperare, bagna nel tuo sguardo, assapora, sogna! Tieni stretti sul cuore i tuoi seni dove succhiare la luce! Il respiro attizza l’aria di spirito. Altri dolci fuochi d’amorosa scintilla per un caro tormento. Intimità delle sere, sguardi che carezzavano come un arpeggio i nervi e l’anima fra quelle ciglia incantevoli.

Dimenticheremo le parole dietro le quali ognuno sentiva l’infinito? Fummo folli! Fummo sapienti! Sapienti miraggi di perdizione! Ma gli occhi vostri, signora, sul soffitto della mia testa chiari rifulgeranno come lampadari, follia del mio cervello!

L’insensibilità della natura interna sembra a suo modo colmare il vuoto dei cuori, per amare a volte ciò che non esiste. Divertire la malinconia? La tenerezza è annessa nell’alcova come nello sgabuzzino? Per una incantevole vivacità fatata o per la bellezza fragile dell’effimero?

Non ci crederete mai, è Marcel Proust! Sono le sue “Poesie”, curate e tradotte divinamente da Luciana Frezza, ripubblicate allo scoccare del centenario proustiano che tutto immerge nell’infinità della Recherche! “Les intermittences du coeur, mélanges, pastiches, vers burlesques et satiriques” riscoperti nel 1979, costituiscono un’anastilosi architettonica di quel “labirinto psicologico” in cui tutto (con)fonde e collassa, come in una (immaginaria) sonata del signor Vinteuil o un “pezzo” di Robert Schumann, senza quel “filo d’Arianna” che può consentire (forse) di decifrare il percorso o di trovare una chiave (di lettura).

L’anastilosi architettonica del labirinto psicologico di Proust richiede molti livelli materiali e immateriali. Anche Gilles Deleuze ci ricordava come la “sonata immaginaria” costituiva un livello ancora più “intangibile” del famoso pasticcino da tè: la “petite sonate” diviene una “petite phrase” d’innesco dell’innamoramento! Che anastilosi! Proust sembra codificare e ricodificare (come in un incessantemente rimodellato e ripopolato HBIM) tutti i linguaggi con possibili (e improbabili) “risonanze interne”, come se possedesse un “telescopio psichico” per una “astronomia appassionata” tradotta da un incredibile sistema di visione e percezione. “Per diventare visibile il Tempo va in cerca di corpi, e, dovunque li incontra, se ne impossessa per mostrar su di loro la propria lanterna magica.”

Anche per me ora, com’è dolce stare in questo letto… planando da un paradiso conturbante e ascoltato le note di queste (inesistenti) frasi musicali!

 

L'immagine è un mio scatto di una straordinaria fotografia (stampata a colori con una tecnica particolare) di Luiz Braga, un fotografo brasiliano di Belém, di cui è sta allestita una mostra dal titolo “Arcipélago imaginário” nella primavera/estate del 2025 al IMS Paulista, con la cura di Bitu Cassundé e Maria Luiza Menenes. (Marcello Balzani)

 

Il titolo della fotografia del 1985 è “A preferida”.

Guardando e riguardando questa immagine, di una classicità formale assoluta, mi viene in mente la frase di Marcel Proust citata da Gilles Deleuze sul Tempo che va a caccia di corpi/cose e di come il labirinto sia solo una forma mentale che la nostra “sindrome anastilotica” ha la capacità di ricomporre incessantemente. Forse non sento le note di Vinteuil/Schumann ma le frasi musicali di Toquinho mentre ascolta Ungaretti, ma va benissimo lo stesso: la mia Recherche non si ferma e so benissimo come la tenerezza sia annessa nell’alcova come nello sgabuzzino!

 


5

Come uscire dall’involucro

Tu chiedi se so amare?

Un rossore, l’abbondanza dei peccati quanto delle debolezze, e come in battaglia (di cuori) tutto tranelli, insidie e assalti. Sussulti e sospetti, tremori e palpiti, battiti e sospiri. Che precipizio verso il cuscino! Quali lampi e piogge di sudori e onde di capelli! Tenerezze di labbra senza provocazioni! I nostri occhi ceppi ardenti e luce affettuosa che sfavilla di gioia. Anch’essa è carne e sangue, e dolcemente svelando ogni creatura è d’argilla, non di fango. In quel labirinto femminile prende forza un tuono silenzioso. Cosa credi! La donna è un porcospino da non toccare a caso? Nello spogliarsi se uno sguardo dava allo specchio, passandovi per caso, era come un cerbiatto innanzi a un lago che vede la sua immagine ombreggiare la superficie e corre via, ma poi s’arresta e torna, e stupefatta ammira sull’acqua quella ignota creatura. Oltre all’amore… ci sono cose che si dicon “sensi”, quei moti, quelle fisiche improvvise pulsioni a completarci, che ci rendono i corpi ansiosi d’uscir dall’involucro per congiungersi ad una Dea, perché fu tale, all’origine, ognuna delle donne, chinate come un frutto su un ramo o fiori diversi di colore o specie a caldo di serra tratti a germogliare…

George Byron e il suo “Don Giovanni” (nella traduzione di Franco Giovanelli) da me qui estratto e rammendato senza redenzione.

Certissimamente il romantico Lord mi invierà dritto all’inferno, sapendo che di voluttà vado cercando ogni ispirazione. Forse un timone di fortuna mi salverà, galleggiando ancora nelle sperate proroghe di salvezza, improvvisando un governo alla deriva… o forse turbinando attorno a lei le lucciole come scintille infinitesimali, mi rimarrà di condensare un bacio. Solo un bacio. Ancora.

  

“Le quattro stagioni” realizzato da Pablo Picasso nel 1950 in terracotta ingobbiata, dipinta e invetriata
É un mio scatto di un dettaglio del vaso “Le quattro stagioni” realizzato da Pablo Picasso nel 1950 in terracotta ingobbiata, dipinta e invetriata; esposto al MIC di Faenza in una mostra a lui dedicata nel 2022. (Marcello Balzani)

 

Forse niente di meglio di un involucro per cercare di capire come uscirne… la splendida smaterializzazione volumetrica di Picasso può essere un’idea progettuale. Andate in rete a vederlo tutto intero (il vaso) e nelle sue “diverse stagioni” delle “creature d’argilla” per comprendere meglio cosa intento (vita, fianchi..): sicuramente Lord Byron rimarrebbe estasiato!

 


4

Lo spazio ridicolo e la superficialità del troppo essenziale

Mi manca quella sua spericolata sfrontatezza contagiante e poi nel nostro mondo la bruttezza ha una sua funzione positiva.

Nessuno ha voglia di fermarsi da nessuna parte, la gente ha fretta di lasciare ogni posto che incontra… l’elogio dell’amicizia, l’insidia in una fede eccessiva, il tradimento, il pentimento, la mela d’oro dell’eterno desiderio.

Perché la gioia che dà la presenza di un’uomo amato si prova meglio in solitudine? Trattenere quella presenza… Che strano che in fondo a una donna danno fastidio molte più cose nel proprio uomo che in uno sconosciuto. Fra due sconosciuti finisce che per un attimo ci si intende alla perfezione. Non è ridicolo?

Sono parole di Milan Kundera tratte da quella gustosissima raccolta di racconti che è “Amori ridicoli”, in cui scorrono divertite la gelosia (anche malinconica) come il pathos incessante, la paura per l’altro/a e il bisogno di essere inosservati quando invece si è continuamente trasparenti a chiunque, il dubbio e l’abuso (di un corpo come di una posizione), l’esaltazione amorosa e la fantasia che rende tutto inimmaginabile.

L’uomo è in trappola e viene preso dalla vertigine. La donna si sottrae e rimane prigioniera in una routine. L’imbarazzo, l’irritazione, la smorfia, l’aggressività della sollecitudine, il fascino del buon gusto e la superficialità del troppo essenziale, tutto può concorrere ironicamente al ridicolo nella relazione affettiva.

Anche lo spazio architettonico può diventare ugualmente “ridicolo”. Se rileggete quanto ho schizzato a parole (usando le mie congiunte a quelle di Kundera) e avrete la disponibilità di immaginare delle “speciosità di spazi” o di “intimità di luoghi”, vi renderete conto che la “distanza metaforica” a cui mi riferisco è veramente minima.

Chi vive gli spazi si ammala e ne viene contaminato, perché non sono “salubri” di architettura (e non solo). Ma anche gli spazi architettonici probabilmente si ammalano e si contaminano dalla nostra incapacità di comprensione e di quantità di assurdo, dalle nostre “posture” deformanti e dolorose, dai nostri “bisogni obesi” ed energivori. Ridicolo vero?

Non ve ne eravate accorti?

 

Scultura in miniatura dell’artista giapponese Tatsuya Tanaka, esposta in un mostra per lui allestita alla “Japan House” di San Paolo nell’autunno del 2023 e curata da Natasha Barzaghi Geenen.
L’immagine è un mio scatto della scultura in miniatura dell’artista giapponese Tatsuya Tanaka, esposta in un mostra per lui allestita alla “Japan House” di San Paolo nell’autunno del 2023 e curata da Natasha Barzaghi Geenen. (Marcello Balzani)

 

Ironia e rispetto, empatia e linguaggi apparentemente infantili, comprensione e tolleranza composti attraverso una “ferramenta” (del riutilizzo e del riciclo) che può sembrare “ridicola” ma che è assolutamente geniale!

  


3

Un reale inaccessibile (nella fauna umana)

Il reale inaccessibile del “black screen” del cinema, il “pensiero magico” dei giochi, il “veleno degli uomini-ragno”, il primo giallo della luce elettrica che inonda quel buio in cui solo le candele riverberavano flessuose e incostanti, oggi è una “luce lunare di led” che “protegge la nostra assenza”.

Non serve il “potere calmante” della culla, il tamburellare della “danza tra zigomi e ginocchia”, il “rumore” (e il “furore”) di ogni storia non riesce (mai) ad attraversare la soglia e ogni risposta blocca il corpo, continuando a “tacere” (dentro).

Tra un attimo sbatteremo la portiera, attraverseremo la strada, disattenti. In un baleno.

Come un ramo che taglia la pelle, ci innamoreremo (scrive Sarai Shavit), mentre poco dopo, insonni, con gli occhi bruciati dalle sigarette, sbalotta in gola la morte come una biglia (scrive Anne Sexton) e serpenti a sonagli, sciacalli, locuste, alligatori, tafani, assimilati per cattiva considerazione di sé (ironizza Wistawa Szymborska), non hanno (mai) nulla da rimproverarsi.

   

L’immagine è una mia elaborazione cromatizzata a sangue dell’illustrazione realizzata nel 1921 dal grande Alberto Martini, per il racconto “Morella” di Edgar Alla Poe.
L’immagine è una mia elaborazione cromatizzata a sangue dell’illustrazione realizzata nel 1921 dal grande Alberto Martini, per il racconto “Morella” di Edgar Alla Poe. (Marcello Balzani)

 

Tutto è possibile nel racconto della assenza/presenza che alternativamente cuce la trama delle nostre esistenze. Singolari, plurali, doppi, rigenerati, stratificati… ogni volta qualcosa di straordinariamente incompleto. Le tre poetesse ci aiutano a comprendere questa incredibile natura del nostro essere.

 


2

Addentrati nel folto di archi e pilastri!

Addentrati tranquilla nel folto, che sei protetta da un dio.

Lascia indietro ciò che ti trattiene. Qualcuno sta guardando dal cielo. Sulla terra cresce una caligine che nasconde.

Fitta, densa, forse bagnata di una pioggia che ancora non conosci. Ecco, adesso ti ferma la fuga e il pudore (quel sogno che rende possibile) ti viene rapito. Ma poi la vergogna consiglia ciò che l’amore desidera. E per di nuovo nascondere le forme dei gesti concreti del sogno la naiade più bella diviene giovenca anch’essa più bella.

Ma non basta. Anche se ora puoi solo muggire intimorita, sei sempre un desiderio infinito. Vieni affidata ad un gigante (sotto i suoi occhi) e non puoi sfuggire a quello sguardo spaziale, che attira e rimanda. Ma un altro dio vola da te e addormenta gli occhi del gigante col racconto sonoro di un molteplice flauto di canne creato anch’esso dal desiderio. E lo uccide. Così sei libera di tornare all’aspetto di un tempo. Bellissima ancora. Sempre.

È la storia di Io che diverrà Iside, di Zeus e Era che ne fanno oggetto di desiderio, di Argo e di Hermes che, per vincerlo, racconta di Siringa trasformata da Dioniso, tutto descritto da Ovidio nel primo Libro delle “Metamorfosi”.

Guardo il Colosseo e penso al grande gigante al centro di Roma che scruta ovunque dai suoi fornici.

Addentrati tranquilla nel folto di archi e pilastri! Addentrati! I tuoi occhi sono fuori di noi. Si trova veramente il modo di entrare in quello sguardo? Il Colosseo possiede ancora una “pelle di occhi” come quella di Argo. Quale amore infinito protegge? Ogni giorno e ogni notte una metamorfosi incessante rende possibile il riconoscimento, macchiato di tanto sangue, eternamente donato.

Penso a quale sarà stato lo sguardo di Argo, velato dal sonno, prima chela falce di Hermes lo colpisse. Quei tanti occhi raccolti da Era, fissati sulle penne, divengono gemme sfavillanti della coda del pavone, che ancora ci guardano, meravigliose pupille.

Addentrati tranquilla nel folto (di archi e pilastri).

Addentrati! I tuoi occhi sono fuori di noi.

 

Un mio scatto di un anulare del settore a Nord del Colosseo a Roma.
Un mio scatto di un anulare del settore a Nord del Colosseo a Roma. (Marcello Balzani)

 

Ribaltato di 180 gradi sembra un sistema arterioso e venoso che alimenta un gigantesco cervello della memoria. Gli occhi guardano e respirano da duemila anni..


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Oggetto quasi

Nel fluido che attende la notte. Quando lo spazio viene inondato da mille colori incandescenti e lentamente imbrunisce e rende fondo il cielo per il sorgere di Selene. Sembra di veder sfilare le montagne, come se camminassero da sole, e scintillare la pelle mentre il sonno è necessario solo per poter sognare. Col tempo aveva imparato a moderare l’impazienza animale come a contenere la sete. Tutto è instabile. Ogni cosa appartiene ad un’altra. Saldato al suo cavallo l’uomo riconosce un altro corpo. Integrato col busto umano il cavallo incrocia e scontra ordini con oscuri istinti. Levigato, persistente, indimenticabile, rinnovato, quasi sembra una cosa che ne alimenta un’altra.

“Centauro” è un racconto di José Saramago contenuto nella raccolta “Oggetto quasi”, che Einaudi edita nella traduzione di Rita Desti.

A volte mi sembra ancora di percepire gli zoccoli sferrati tra i ciottoli rotondi e scivolosi del greto quasi asciutto del fiume. Il respiro dalle narici sempre senza freddo. Il fulmine del galoppo nel sentirsi forte.

E non so distinguere se sono la mano che mi accarezza il fianco o quel muscolo che mi libera da ogni inseguimento.

 

Cavallo rampante in bronzo realizzato dallo scultore marchigiano Pericle Fazzini
L'immagine elaborata del cavallo rampante in bronzo realizzato dallo scultore marchigiano Pericle Fazzini, grande amico di Giuseppe Ungaretti, e collocato sulla terrazza d’angolo del Circolo Italiano di San Paolo tra la Av. Ipiranga e la Av. São Luís nello straordinario Edificio Italia, uno dei grattacieli più alti di San Paolo terminato nel 1965. (Marcello Balzani)

 

Il Circolo Italiano di San Paolo è stato fondato nel 1911 ed è ancora uno dei luoghi più ricchi di memoria italiana della megalopoli brasiliana.

Tutto è instabile. Ogni cosa appartiene ad un’altra, e San Paolo lo dimostra meravigliosamente ogni giorno ovunque!


Dalla rubrica «Marcello Balzani: tra Parola e Immagine»

C’è un numero che, più di altri, incarna l’idea di equilibrio e compiutezza: sei. È il primo numero perfetto, perché somma dei suoi divisori (1, 2, 3), ma è anche la metrica dell’esametro omerico, che ha guidato per secoli il racconto del viaggio, del mito, dell’umano.

A questo numero si ispira la struttura di “Perfetto Sei”, una rubrica che raccoglie i testi di Marcello Balzani come pensieri in cammino, intrecciati a immagini e citazioni che non illustrano, ma evocano, non spiegano, ma interrogano.

Il titolo è anche un gioco di specchi: si può leggere come “Sei perfetto”, allusione alla somiglianza divina dell’essere umano, fatto — secondo la tradizione — a immagine di Dio. Un invito, forse, a riscoprire nel frammento la traccia di un’armonia nascosta.

Ogni articolo della rubrica ospita progressivamente sei pensieri. Sei come unità compiuta, come sequenza che diventa ciclo. Quando l’articolo si completa, ne nasce uno nuovo. E ogni nuovo inizio si pone in cima alla serie, come il primo passo di un nuovo viaggio. L’intero progetto si dispiega così in una serie aperta di cerchi perfetti, ognuno con il proprio tema originario e la propria traiettoria di senso.

PERFETTO SEI

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