Ingegneria forense e verità della prova: riflessioni sul ruolo del consulente tecnico nel processo.
Nel processo la verità non è mai “lì”, pronta: va costruita. E quando entrano in gioco fenomeni tecnici — strutture, impianti, dati digitali — la differenza tra una ricostruzione plausibile e una prova fondata diventa decisiva. Nei dialoghi preparatori della Prima Giornata Nazionale sull’Ingegneria Forense del CNI ho ritrovato, sorprendentemente, Platone.
Nel processo giudiziario la prova tecnica nasce spesso come “racconto plausibile”: relazioni, documenti, testimonianze e dati che descrivono un fatto senza coincidere ancora con la verità accertata. Riprendendo Platone — alétheia(disvelamento) ed eikós lógos (verosimile) — l’ingegneria forense appare come la disciplina che porta il discorso fuori dalla persuasione e dentro la dimostrabilità: analisi dei dati, verifica dell’integrità, ricostruzione causale, confronto con modelli e norme. Un esempio sui reati informatici mostra come un “dato” (log) diventi prova solo dopo attestazioni rigorose.
Il ruolo dell'ingegneria forense
Nei dialoghi preparatori della Prima Giornata Nazionale sull’Ingegneria Forense, organizzata dal CNI e di cui modererò tre sessioni, è emersa con forza una cosa: quanto sia decisiva questa funzione dentro un processo, e quanto sia importante chiarire che cosa significa davvero “fare ingegneria forense” e che ruolo abbia questa figura.
Da quei confronti - molto ricchi di informazioni ed esperienze - sono nate alcune considerazioni che oggi riprendo qui, e che userò anche come base per la mia moderazione dell’evento.
Il titolo che mi guida è questo:
Ingegneria forense e verità della prova: dai dialoghi di Platone al ruolo del consulente tecnico nel processo.
Perché Platone? Perché nei suoi dialoghi c’è una distinzione che sembra fatta apposta per il nostro tema. È la distinzione tra il discorso vero, che i Greci chiamavano alétheia, e il discorso verosimile, eikós lógos.
E attenzione: non è una distinzione retorica, non è un gioco di parole. È una distinzione “di conoscenza”, epistemologica. Riguarda il rapporto tra ciò che appare e ciò che è, tra la rappresentazione e la realtà. Ed è esattamente il terreno su cui lavora l’ingegneria forense.
L'ingegnere forense non è un sofista
Dal Gorgia al Timeo: quando il discorso convince ma non per forza è vero
Nel dialogo Gorgia, Platone mette in scena un conflitto che conosciamo bene anche oggi: quello tra il discorso che persuade e il discorso che conosce.
Da un lato c’è Gorgia, il sofista: per lui conta saper costruire discorsi convincenti. Anche se non sono veri. Dall’altro c’è Socrate, che ribalta tutto: il valore di un discorso non sta nel convincere, ma nel suo essere fondato su ciò che è.
Per Platone un discorso può essere persuasivo senza essere vero, e può essere vero senza risultare subito persuasivo.
Questo tema ritorna nel Timeo, quando Platone dice: se parliamo di fenomeni del mondo sensibile — eventi concreti, materiali, contingenti — non possiamo avere subito la verità. Possiamo avere, all’inizio, solo un discorso verosimile: una ricostruzione plausibile che deve essere messa alla prova, verificata, controllata.
Ecco: questa è esattamente la condizione iniziale di ogni accertamento forense.
Il processo: non è il luogo dei fatti, ma dei discorsi sui fatti
Nel processo il giudice non ha accesso diretto ai fatti. Non ha visto l’evento. Non era lì.
Ha davanti a sé “discorsi” sui fatti: relazioni tecniche, documenti, registrazioni, testimonianze.
E tutti questi elementi, in senso platonico, sono discorsi verosimili. Possono essere plausibili, coerenti, anche ben costruiti. Ma non coincidono ancora con la verità accertata.
Nel Fedone, Platone dice una cosa che per noi è essenziale: per conoscere davvero non basta guardare le apparenze, bisogna comprendere le cause.
E qui si capisce bene la funzione dell’ingegneria forense: il consulente tecnico non si limita a descrivere ciò che si vede. Cerca di ricostruire la catena causale che ha prodotto l’evento.
E va ricordato che Platone distingue nettamente tra doxa, l’opinione, e epistème, la conoscenza fondata. La doxa è ciò che “sembra” ragionevole. L’epistème è ciò che è dimostrato con un percorso razionale.
Il consulente tecnico lavora proprio su questo confine.
Davanti a un evento controverso possono esserci più interpretazioni. Tante sono plausibili. Ma non tutte sono ugualmente solide.
Il lavoro dell’ingegneria forense è trasformare una ricostruzione plausibile in una ricostruzione tecnicamente dimostrabile, attraverso passaggi molto concreti:
- analisi dei dati disponibili
- verifica della loro integrità
- confronto con leggi fisiche e modelli ingegneristici
- riferimento alle norme e al quadro tecnico applicabile
Questo è il passaggio dalla doxa all’epistème.
Un esempio: i reati informatici e il “dato” che non è ancora prova
Facciamo un esempio, particolarmente attinente e che sarà affrontato durante il convegno.
Immaginiamo un accesso non autorizzato a una banca dati riservata. Il sistema produce un log: e quel log dice che un certo utente ha effettuato l’accesso.
A prima vista sembra chiaro. Ma, dal punto di vista forense, quello è solo un dato. È ancora un discorso verosimile: indica che qualcosa è accaduto, ma non è ancora una verità accertata.
Il consulente tecnico deve verificare, per esempio:
- il sistema di registrazione era funzionante e affidabile?
- il dato è integro o può essere stato alterato?
- la registrazione è coerente con il funzionamento del sistema?
- ci sono anomalie tecniche che possono aver generato un falso risultato?
Solo dopo questa verifica il dato diventa prova tecnica.
Qui la distinzione platonica si vede perfettamente: il dato iniziale è nel regno del verosimile; la prova attestata entra nel regno della conoscenza fondata.
Il giudice e il limite della conoscenza diretta
Platone insiste anche su un altro punto: nessuno può possedere direttamente tutte le conoscenze. La conoscenza richiede competenze.
Nel processo il magistrato decide, ma non può essere specialista di tutto. E quindi il consulente tecnico diventa la figura che consente al giudice di accedere — indirettamente — alla conoscenza tecnica necessaria.
Il giudice non osserva direttamente il fatto tecnico: osserva la ricostruzione tecnicamente attestata.
Il giudice è il "peritus peritorum"
Nel processo, il giudice è definito peritus peritorum, cioè “perito dei periti”. Questa espressione non significa che possieda direttamente tutte le competenze tecniche, ma che ha la responsabilità di valutare criticamente il lavoro degli esperti e fondare su di esso la decisione. Il giudice non sostituisce il sapere tecnico, ma lo esamina, lo confronta e lo integra nel ragionamento giuridico. La qualità della decisione dipende quindi anche dalla qualità e dalla solidità metodologica della consulenza tecnica. In questo equilibrio tra diritto e tecnica si costruisce la verità processuale.
Alétheia: la forensica come “disvelamento”
Infine, torno a alétheia. È una parola potentissima: significa “non-nascondimento”. È il processo per cui ciò che era nascosto diventa visibile.
Ecco: l’ingegneria forense fa proprio questo. Il consulente tecnico non crea la verità. La disvela.
Rende visibili relazioni causali che non erano immediatamente evidenti, trasforma tracce isolate in una ricostruzione coerente, e aiuta a distinguere tra ciò che appare e ciò che è tecnicamente dimostrabile.
Conclusione: dall’arte di convincere al dovere di dimostrare
Nel Gorgia, Platone ci dice che la retorica produce persuasione, mentre la conoscenza produce comprensione.
L’ingegneria forense sta dalla parte della comprensione. Il suo compito non è persuadere, ma dimostrare. Non produce verità metafisiche, ma contribuisce alla costruzione della verità processuale attraverso il rigore metodologico.
E in questo senso svolge una funzione essenziale: permette al giudice di fondare la decisione non sulla semplice apparenza, ma sulla comprensione tecnica dei fatti.
Ed è proprio in questo passaggio, già intuito da Platone nei suoi dialoghi, che la tecnica diventa uno degli strumenti fondamentali della giustizia.
È anche per questo che la Prima Giornata Nazionale dell'Ingegneria Forense, promosso dal Consiglio Nazionale degli Ingegneri, rappresenta un momento particolarmente importante.
Perché è lì che queste riflessioni, che oggi abbiamo richiamato in una dimensione filosofica, incontreranno la realtà concreta della professione. Attraverso il contributo, l’esperienza e il confronto con esperti che ogni giorno operano come consulenti, periti, magistrati e tecnici, cercheremo di comprendere più a fondo che cosa significhi davvero, nella pratica, trasformare una traccia in una prova e una prova in conoscenza tecnicamente fondata.
Il mio compito, come moderatore, sarà proprio questo: accompagnare questo dialogo, cercando di mettere in relazione queste considerazioni filosofiche con la realtà operativa dell’ingegneria forense, per capire insieme dove si colloca oggi, e dove sta andando, questa funzione così delicata e così centrale nel rapporto tra tecnica, prova e verità.
E da un punto di vista meno filosofico parleremo anche di principi.
Vorrei ringraziare l'ing. Carla Cappiello per avermi coinvolto in questa difficile ma interessante moderazione e il prof. Nicola Augenti che da sempre è la mia guida su questi temi.
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