Da una breccia del tempo
Un viaggio tra arte, mito e poesia per esplorare il paesaggio mentale come spazio del progetto: Marcello Balzani intreccia surrealismo e architettura, mostrando come l’immaginazione diventi forma di conoscenza e strumento per abitare il reale.
6
Essenziale e complesso
“La donna nasconde
un corpo nudo che ha il colore della neve
indossa una spiaggia che ha il colore delle onde”
Bruciare e diventare seno di donna, sole, mela, carta, penna, inchiostro, sogno!
Arrivare sul punto di toccare la strana forma nel cuore. Le nostre labbra di cosa sanno? Facendo scorrere le nostre mani muovendoci si dà forma al nostro cuore? Sul mare inizia a passare il soffio dell’anima, entra nel ventre del mondo, a prendere il posto dei sogni. Il cielo azzurro coperto di cicatrici, quel collage del cielo e nell’aria quella sottile fragranza selvatica. Le dita delle nuvole si fanno strada nella baia dei ricordi. Quando sentii che potevi aver capito mi separai da te. Quando ti ho stretta fra le braccia l’estate era finita. Ho ancora le mie orecchie indolenzite dalla tua voce rabbiosa, un residuo di euforia.
Quando ero piccola camminavo con le mani in tasca e sarei potuta cadere, sul palmo della mano.
Anch’io immagino il mare, levigato di luce, al di là del mondo, poi, di pieghe su pieghe, che fluttua (?) da qualche parte il mare (?) nell’encefalo, lambisce lambito dalla lingua, dai baci, dalle gocce di sperma.
Sono “ciottoli di poesia” e acqua che scorre, facendo ciò che è proibito senza che nessuno venga a sapere dove si è veramente. Sono ventidue “Poeti giapponesi” racchiusi in una raffinata (col testo a fronte) antologia curata e tradotta da Maria Teresa Orsi e Alessandro Clementi degli Albizzi per Einaudi. Poeti e poetesse del verso libero scritto su carta, che scorrono tra generazioni dai primi anni del Novecento ai giorni nostri. Una scoperta preziosa. Per alcune un’emozione.
La potenza della struttura metaforica e simbolica è assoluta. Le parole prendo il posto di altre parole: metafore doppie e metafore singole, immagini che non seguono forzosamente obbligate equazioni sintattiche. Ricordo cosa scriveva Jorge Luis Borges nel suo “Letterature germaniche medioevali”, pubblicato con la collaborazione di María Esther Vázques, quando doveva delineare la poetica scandinava di prima dell’anno Mille: un’epoca (che divenne un’epopea di saghe) in cui i thulir o cantori anonimi furono sostituiti dagli scaldi, “poeti dalla coscienza letteraria e dall’intenzione creatrice”. La complessità aumentò e questi straordinari poeti senza nome, si innamorarono delle perifrasi e le moltiplicarono e le combinarono: «il sangue» non è come dire «l’onda della spada» oppure «forza dell’arco» al posto di «braccio». Cosa è l’essenziale? A volte la risposta può essere banalizzata e sconfinare nel definire il necessario, che è in realtà un’altra categoria. La tematica, come si può ben immaginare, non appare oggi peregrina. Le semantiche (in ogni categoria e quindi anche nelle tante riferibili al dominio delle costruzioni) possono divenire anche strutture stratificate di metafore o di simboli. Forse lo sono già quando si descrivono contenuti informativi in una classificazione di tecniche costruttive? Il contenuto è più essenziale del contenitore? Se lo scrigno indiano di legno di “sandalo e lacca delicatamente intarsiato con triplo e quadruplo fondo e complesse serrature” nascondesse solo “una foglia secca e un pizzico di polvere” cosa sarebbe l’essenziale? La complessità dello scrigno potrebbe rispondere l’ebanista indiano. Molte di queste parole perifrasi scandinave (kenningar) nei testi originali erano delle singole parole composte. La struttura della complessità può nascondersi? Giovambattista Marino, ci ricorda sempre Borges, chiamò l’usignolo «sirena dei boschi» e Vladimir Majakovskij definì la «luce della luna» il «tè degli usignoli». In fondo l’intricato gioco di metafore può essere delineato nel conflitto apparente tra edificio specialistico e distribuzione dei suoi impianti? Non è così semplice in ogni modo. Resta evidente quanto risulti importante comprendere il linguaggio (e le sue potenzialità espressive e di significato) nel momento in cui il progetto e i sui descrittori si alimentano di una convivenza con intelligenze, che propongono incessantemente scorciatoie non umane.
“L’incanto del silenzio quando tutti si riposano, lasciando cadere il tempo.
Promesse. Segreti. Perché stai elencando negazioni? Ho sbagliato qualcosa?
Di baciare non mi dimentico e scrivo una poesia. Il tepore della tua mano su di me vuol dire vita, lo so.”

È un grande “poema pavimentale” con lettere scolpite nel caffè e nel tè.
Il testo è tratto dalla canzone “War” di Bob Marley. L’installazione artistica si sovrappone alla complessità del grande e bellissimo mosaico romano che raffigura gladiatori e animali.
Oltre all’evidente diverso ruolo delle metafore materiche (caffè/memoria, silenzio/sfruttamento, ingiustizia razziale/colonialismo, locale/globale) è interessante il rapporto sovrapposto tra leggerezza (del messaggio)/peso (del monumento) e quindi tra essenziale/complesso
“Le emozioni vibranti come onde
non ci chiediamo il motivo
sono arrivate da molto lontano.”
Per il cinquantennio della morte di PPP (Pier Paolo Pasolini)
5
La mutazione antropologica delle città e del territorio
“Io dalla realtà fisica della periferia ero educato alla certezza, a un amore profondo, sicuro e insostituibile. Tu invece sei educato all’incertezza, a una mancanza d’amore fatta di una falsa certezza crudele e impietosa: la coscienza «cristallizzata», convenzionalizzata, ciecamente aggressiva dei propri diritti.
I centri delle città, per tutta la vita, hanno sempre curato il tuo pedagogo di una inalterabilità della tradizione umanistica e quindi di una qualità di vita, sia borghese sia popolare. A te invece i centri storici delle città parlano di un loro problema particolare riguardante la loro conservazione fisica, la loro materiale sopravvivenza: dall’incompatibilità fra la loro struttura e la qualità della vita di una massa borghese e operaia consumistica nasce un caos per cui sia la parola «conservazione» sia la parola «rivoluzione» non hanno più senso alcuno.
Quanto alla campagna, la differenza fra ciò che essa ha insegnato a me e ciò che sta insegnando a te, è ancora più enorme. Per me essa è stata la certezza di una continuità con le origini del mondo umano, e ha valorizzato, fino a dar loro carattere quasi di rito, ogni minimo gesto, ogni parola. Per te, al contrario, la campagna parla di sé stessa come di una spettrale e quasi paurosa sopravvivenza. La sua funzione (tecnicizzata, industrializzata) ti resta estranea, a meno che tu non voglia occupartene professionalmente. Quanto al resto, essa è un luogo esotico per atroci weekend e per non meno atroci villette da alternare con l’atroce appartamento in città (tutto atroce per me, s’intende).”
Sono alcune parole di Pier Paolo Pasolini in “Come è mutato il linguaggio delle cose”, un articolo pubblicato sul Corriere della Sera del maggio 1975, venuto poi a far parte delle sue straordinarie “Lettere luterane”.
Quell’anno, l’anno del suo assassinio avvenuto cinquant’anni fa all’Idroscalo di Ostia, non fu un anno facile, che seguiva quello del referendum sul divorzio. Le stragi del treno Italicus, di piazza della Loggia a Brescia, della cospirazione del generale Vito Miceli, del golpe bianco di Edgardo Sogno sono solo alcune cartoline della memoria, che servono a girare le pagine dell’album dei ricordi 1975. Pier Paolo Pasolini nelle “Lettere luterane” scrive come un padre parlerebbe a suo figlio, con un atteggiamento pedagogico. Il rapporto con le forme del territorio (città, campagna, periferia) rende molto bene l’idea della trasformazione in atto in un Paese, che stava cambiando pelle, valori (da culturali soprattutto a consumistici), stili di vita e modelli di struttura sociale.
Pier Paolo Pasolini sentiva, violento e incessante, il progredire di quella “mutazione antropologica” dell’Italia, delle sue istituzioni, come della scuola con le proprie storie, memorie e identità da trasmettere, che sarebbe approdata nel nuovo millennio ad una società senza critica del rifiuto, senza indignazione e denuncia, algofobica e in una costante “perdita non risarcita dei valori”, composta non più da masse ma da sciami di singoli individui così perfettamente egoisti.
È una visione pessimistica? Pier Paolo Pasolini avrebbe avuto qualcosa da dire e da scrivere su questa nostra idea digitalmente applicata e incessantemente innovativa di «progresso». Forse la sua riflessione critica, sicuramente spietata ma ricca di sincerità e consapevolezza, sarebbe servita per innescare una nuova scoperta della nostra memoria e della nostra identità. Rileggerlo spesso fa sempre bene al cuore e aiuta allo spirito.

Come in una natura morta morandiana, ritorna il memento mori pasoliniano. È mutato il linguaggio delle cose e le cose sembrano impolverate e seccate dal tempo. Pasolini ci ricorda che non bisogna mai essere “nemici della realtà” e che la vita consiste "nel imperterrito esercizio della ragione”. La “rovina delle rovine”, che invecchia precocemente ogni cosa, è il potere dei consumi. Un potere che nel 1975 era solo ai primi vagiti di un modello di crescita globalizzata, capace di distribuire ricchezza ma di non ricercare un equilibrio sostenibile. Una rovina che, come nel teatro greco (citato da Pasolini in apertura delle sue “Lettere luterane” sui giovani infelici, rende visibile la “predestinazione dei figli a pagare le colpe dei padri”. Oggi sicuramente più evidente di cinquant’anni fa.
4
Paesaggio mentale e popolamento surreale
Esiste una donna con la persistenza del colpo di fulmine?
Come se in lei scorresse la perfetta continuità dell’impossibile e del possibile? Con una vita da togliere il respiro. Le brusche spaziature tra parola e parola in una frase, l’elisione completa degli eventi. La donna che finge di ritrarsi nell’ombra per fissare la giarrettiera, dotando la forma di uno sguardo di provocazione. Quell’adorabile esca. Un conflitto sembra svolgersi dentro di lei, ma improvvisamente si abbandona, chiude completamente gli occhi, offre le labbra …
Sei molto sicura di me. Lasciami vedere quella mano. Perché vuoi che ce ne andiamo? Non puoi smettere di essere distratta? Non posso sempre rinunciare ad insistere. Seguimi! Questa è la storia che anch’io, quando ti conoscevo appena, non ho resistito all’impulso di raccontare te. Lascio allo stato di abbozzo questo paesaggio mentale, in una grande incoscienza viva e sonora. L’inverosimile realizzazione di tali speranze. Solo l’amore, il misterioso, l’unico, lo sconvolgente e l’indubitabile amore.
“Nadja” è il personaggio-tentazione di André Breton, tradotto per Einaudi da Giordano Falzoni, in questo diario surrealista (con immagini e disegni) che è un capolavoro.
La forma letteraria del “diario” sembra in contraddizione apparente con la “dimensione onirica della surrealtà”. Diversamente da quanto può apparire i processi che integrano “elementi e componenti immateriali” con la percezione dello “spazio esistenziale” sono (e saranno) sempre più attuali e valorizzano il “popolamento tematico informativo” delle documentazioni (modello, piattaforme, ecc.).
In qualche modo la logica (apparentemente perturbante e disordinata) della percezione e rappresentazione surrealista potrebbe (anche simbolicamente) venire in aiuto nel prossimo futuro ravvicinato.
L’ambito tecnico potrebbe richiedere di popolarsi di immagini/immaginazioni con potenziali comunicativi più diretti e inclusivi, facendo riferimento all’elaborazione dei linguaggi e dei processi rappresentativi codificati da alcune avanguardie del Novecento.

Devo essere sorpreso, sempre sorpreso. Chi sono io? Chi infesto? Il cuore umano, bello come un sismografo.
“La bellezza sarà convulsa o non sarà.”
3
La matassa (intima) della coscienza
“L’aria per dove passi,
ragazza, s’incendia,
e all’altezza dei tuoi occhi
lampeggia.”
Nebbia gelata, nuvola nera, tempesta amorosa pulsano e soffiano e increspano i ricordi di desiderio. Lontano sono i caldi estivi, in cui l’orizzonte fiammeggiante ardeva nelle camminate e i tramonti di porpora ardevano il cuore. Tutto ora è intirizzito nel nevischio e ogni pensiero si alimenta del respiro e del focolare accesso quando ci vediamo. Tutto attende. Tutto è attesa. Il suolo come la riva. Ma in realtà tutto è vibrazione e intersezione, pura vitalità a cui si tende.
L’oggetto erotico del poeta spagnolo modernista Antonio Machado (1875-1939) è parte dell’intimismo lirico: “quella calda zona della nostra psiche che costituisce la nostra intimità, l’umido angolino dei nostri sogni umani, troppo umani, in cui ogni uomo pensa di trovare se stesso al margine della vita cosmica e universale.” Un campo a volte “proibito” per la poesia, che per Machado è una ricerca continua della componente, affettiva, emotiva, passionale, degli amori veri, degli appetiti e dei desideri che sono rinchiusi nella “matassa” della coscienza individuale, sempre così conflittuale con la “realtà oggettiva”, qualora esistesse. Per Machado l’intimismo è come un attento “ripiegamento su quella calda zona della nostra psiche che costituisce la nostra intimità, l’umido angolino dei nostri sogni umani, troppo umani, in cui ogni uomo pensa di trovare se stesso al margine della vita cosmica universale”. È una prospettiva individuale che permette di tentare, dagli strati più sottili e indifesi, la conoscenza con se stessi.
I versi, scritti nel 1925, sono tratti da “Appunti lirici per una geografia emotiva della Spagna” e tradotti da Oreste Macrì per il Meridiano Mondadori curato da Giovanni Caravaggi.
Nella mitologia domestica, illusioni e miraggi compongono anche la mia vita. Ora rarefatte e trasognate, altre volte selettive e folgoranti, le componenti intime sgorgano da ogni cosa e assimilano la mia percezione. L’intimità, come scrive François Jullien nel suo famoso saggio edito da Raffaello Cortina, è un gesto efficace e prodigioso, perché “attraverso un minimo spostamento nello spazio interiore, esso fa superare, di colpo, la frontiera interna, abolisce quella dell’Altro, il suo stare sulle sue” e poi permette di “erodere la barriera tra dentro e fuori”. Eludere i quotidiani sistemi di difesa. Anche con se stessi.
“Perché questo succede quando ci s’innamora di una donna:
che ci sembra di averla amata sempre.
Tu come lo spieghi?
Io me lo spiego pensando che l’amore
non solo influenza il nostro presente e il nostro avvenire,
ma sconvolge e modifica
anche il nostro passato.”

2
Reale/Apparente
E perché non possiamo essere uomini
se insieme a noi non ci sono anche le donne?”
In fondo questa domanda è la base di tutte le altre. Cerca di far luce su ciò che è vero e ciò che falso, ma anche su come le apparenze trasformino la realtà. Nel mito greco l’illusorio, l’imitazione, l’apparente forse sono più espliciti del reale.
L’artificio vince sulla naturalezza? Non è facile neppure dirlo. La donna, che viene donata dagli dèi dopo il furto del fuoco da parte di Prometeo, è un artificio creato da Efeso e voluto da Zeus, ma è bellissima e a suo modo divina. Questo riflesso del divino è nella vita. Un meraviglioso riflesso delle dee immortali. Un raggio di luce che illumina una esistenza mediocre.
La domanda, che in realtà è una motivazione di una risposta, chiude lo straordinario saggio di Jean-Pierre Vernant, dal titolo “Pandora, la prima donna”, pubblicato da Einaudi. Vernant (1914-2007) non è stato solo uno dei massimi studiosi della mitologia e della cultura greca, ma ha anche dedicato molta passione alla divulgazione e alla interpretazione.
Il mondo prima di Pandora era fondamentalmente asessuato. Tutti gli Olimpici lo sono come si sa, dato che scorrazzano sulla Terra in cerca di possessioni e amori secondo dolorose (per noi) Metamorfosi. Tutti gli umani, prima del “dono”, erano “andrei”, ovvero solamente maschi. Senza nascite, come ci ricorda Vernant, non ci sono morti e gli uomini “sono lì, mescolati agli dèi, mangiano con loro, vivono con loro, senza dover lavorare, né provare fatica, senza conoscere le malattie o la sofferenza”. Una specie di Paradiso terrestre in questa apparente “vita idilliaca”. Ma poi le cose cambiano. Il Titano Prometeo capisce che gli uomini sono degni di una evoluzione e li favorisce definendo una nuova “condizione umana” rispetto a quella “divina”. La storia la conoscete e ricordate come Prometeo, cercando di rispondere ad un quesito imposto da Zeus, escogiti un’idea sul nutrimento offerto agli dèi (il sacrificio), che innesca il rapporto tra reale/apparente. Poi il sacrificio si trasmetterà agli uomini, con il lavoro e il sudore per generare il proprio cibo e servirà il fuoco e nascondere il seme di grano nel solco della terra. Ma Zeus, un po’ seccato, completa l’opera e dona agli uomini un “kalon kakon”, uno “splendido malanno”, l’antenata di tutte le donne Pandora che parla, cammina e seduce in modo irresistibile. Il dono verrà fatto al fratello di Prometeo, Epimeteo, che “la vede e cade vittima del suo fascino”. Vabbè… si porta dietro anche il famosissimo vaso con gli invisibili “kaka”. Ma è solo una messaggera. Perché la condizione umana (chi siamo?) deve essere completata quando viene recisa da quella divina. La donna permette la creazione e la continuazione delle generazioni anche in presenza dei mali che conducono alla morte.
Il fondo al vaso, scappati tutti i mali, c’è “elpis”, la “speranza” ovvero “l’attitudine di attesa di fronte a un avvenimento che si prevede che accadrà ma non è sicuro”.
Senza la donna non saremmo immortali e non potremmo sviluppare la nostra “elpis”.

1
Da una breccia del tempo
Brilla la mela e senza ritegno affonda gli incisi.
Da una breccia del tempo. Da una coltre di buio macchiata in rosso. Dai cinquant’anni la vista è una favola, si vede tutto avvolto in altre nuvole. E ormai ti accorgi della confusione tra ciò che è eterno e ciò che lo è di meno. Scrivere il tuo nome sui vetri appannati, attendere alle fermate dove hai atteso per ore. Adesso il mio amore è l’amore degli Otelli. Se fossi più romantico, direi che ti ho amato all’assurdo, come sei. E mi trova annegato in un mare di errori fra i più scemi. L’acqua fresca non è una soluzione. Subito temi che non si conservi… Già, il tempo è poco, l’attesa s’immilla. Quanto alla tigre tremendo è l’amore, ma è anche divino, al solo immaginare che mi annusi come una preda… Non trascurarmi, non lasciarmi ai margini, con dita odorose accarezzami il capo. I tuoi occhi (anche chiusi) sono (ancora) dei cavalloni che erodono da secoli nel mio petto ogni scoglio… e nella luce uccidi pure.
Sono le “Ballate oscure e altre poesie” di Nasos Vaghenàs, intessute di ironia, enigma, epico-lirismo e sfumato erotismo, curate e tradotte da Filippomaria Pontani per Crocetti editore.
“Mi attrae il sublime, mi eccita l’altezza... e dove la tristezza profuma come mela non matura. Ho ribrezzo di ciò che è ben tornito e luccicante. Ho invidia degli eroi delle leggende. Poi, scalando l’Olimpo, disimparai a nuotare, così il bacio che mi hai dato ha chiuso gli occhi a tutte le Meduse.”
Sarcastico a volte come Leopardi, intriso di Archiloco e Omero, ricordando Kavafis, Seferis e Kariotakis nell’alveo della tradizione letteraria greca del Novecento, traducendo Borges e W. Auden, Nasos Vaghenàs assume un ruolo centrale nella cultura greca ed europea contemporanea sia da poeta che da critico. Ma che non si immagini di approcciare solo una lirica docta (attenta alla ricerca formale e alla trama di riferimenti) perché l’ironia, a volte simile a quella dell’ultimo Montale, rende tutto stupendamente accessibile (per semplicità e tono) e quotidiano (nelle atmosfere e nei contesti).
“Brilla la mela e senza ritegno Eva affonda gli incisi, sputa i semi, superflui e cattivi. E Adamo, il cuore in gola, con dita tremolanti li raccoglie. Il serpente sorride, mentre nel caos si vanno a un tratto riversando i flutti spumosissimi del niente.”

Rinvenuto dall’archeologo Paolo Orsi nel 1910, rappresenta un dioscuro o un efebo cavalcante, che viene sorretto da una sfinge e che doveva fungere da decorazione acroteriale di un tempio.
“… da una breccia del tempo, in cui convolano i raggi d’altri soli (che non provocano ustioni), un inconsulto odor di viole, suoni inauditi giunti da un altrove. Tuttavia non è questo. È, a quanto pare, qualcosa che scavalca tutto ciò. Emergendo dal buio…”
Dalla rubrica «Marcello Balzani: tra Parola e Immagine»
C’è un numero che, più di altri, incarna l’idea di equilibrio e compiutezza: sei. È il primo numero perfetto, perché somma dei suoi divisori (1, 2, 3), ma è anche la metrica dell’esametro omerico, che ha guidato per secoli il racconto del viaggio, del mito, dell’umano.
A questo numero si ispira la struttura di “Perfetto Sei”, una rubrica che raccoglie i testi di Marcello Balzani come pensieri in cammino, intrecciati a immagini e citazioni che non illustrano, ma evocano, non spiegano, ma interrogano.
Il titolo è anche un gioco di specchi: si può leggere come “Sei perfetto”, allusione alla somiglianza divina dell’essere umano, fatto — secondo la tradizione — a immagine di Dio. Un invito, forse, a riscoprire nel frammento la traccia di un’armonia nascosta.
Ogni articolo della rubrica ospita progressivamente sei pensieri. Sei come unità compiuta, come sequenza che diventa ciclo. Quando l’articolo si completa, ne nasce uno nuovo. E ogni nuovo inizio si pone in cima alla serie, come il primo passo di un nuovo viaggio. L’intero progetto si dispiega così in una serie aperta di cerchi perfetti, ognuno con il proprio tema originario e la propria traiettoria di senso.

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