DDL 1112, Roberto Ricci: "Occasione storica per riportare qualità e democrazia nei progetti pubblici"
Roberto Ricci, presidente dell’Ordine degli Architetti PPC di Rimini, definisce il DDL 1112 (attualmente in discussione al Senato) un momento decisivo per restituire centralità al progetto come bene collettivo. Il Disegno di legge introduce concorsi obbligatori, supervisori indipendenti e un sistema di premi e sanzioni. Un cambiamento culturale oltre che normativo per rilanciare qualità e partecipazione.
"Il DDL 1112 non è perfetto, ma va sostenuto con convinzione: è la base per dare nuovo valore alla professione di architetto"
La proposta di una legge per l’architettura, come quella contenuta nel Disegno di Legge 1112, rappresenta un’occasione storica per riconoscere finalmente il ruolo culturale, sociale e strategico del progetto nella trasformazione dei territori.
Come Presidente dell’Ordine degli Architetti PPC di Rimini, e come architetto da sempre impegnato a promuovere concorsi di qualità, processi trasparenti e una visione dell’architettura come responsabilità collettiva, considero questo DDL un punto di svolta. In questi anni si è parlato molto di semplificazione, ma troppo poco di qualità. Si è accelerato, ma senza fermarsi a pensare se la direzione fosse quella giusta.
Oggi, invece, serve un cambio di passo. Serve uno sforzo comune, dal basso, che coinvolga architetti, amministratori, università, enti pubblici e cittadini. Solo così questa proposta potrà trasformarsi in una vera legge dello Stato capace di generare futuro.
Una legge per l'architettura per tutelare il patrimonio culturale dell'Italia
Il disegno di legge 1112, depositato in Senato da Nicola Irto e attualmente all’esame della Commissione Cultura, promette di rivoluzionare appalti e politiche urbane: concorso obbligatorio sopra le soglie UE, supervisore indipendente, tutela dell’opera contemporanea, premi e sanzioni. Un testo che potrebbe finalmente colmare il vuoto normativo italiano sull’architettura, dando spazio a giovani talenti e migliorando la qualità del costruito.
LEGGI L'APPROFONDIMENTO
Dal concorso obbligatorio alle sanzioni: le misure del DDL 1112 per tutelare la qualità architettonica
Andrea Dari:
Quali aspetti del DDL 1112 ritiene più incisivi per elevare la qualità dei progetti pubblici?
Roberto Ricci:
Il Disegno di Legge 1112 è un passaggio fondamentale, perché rimette al centro l’idea che l’architettura sia un atto pubblico, culturale e civile. Tra i suoi articoli, ritengo particolarmente incisivo l’obbligo di concorso sopra soglia, la figura del supervisore indipendente e il sistema di premi e sanzioni. Non sono meri strumenti tecnici: sono segnali politici che riconoscono il progetto come responsabilità collettiva, non più subalterna a logiche di urgenza o di semplificazione distorsiva. Il concorso, se fatto in modo corretto, è un atto di democrazia. È lì che il progetto torna ad essere luogo di confronto tra visioni, tra generazioni, tra competenze.
È lì che l’architetto, come ho spesso ribadito, può tornare a essere figura culturale, in grado di leggere i bisogni della società e tradurli in processi trasformativi. Ma è necessario abbandonare la logica del concorso come evento episodico o rituale e recuperarlo come processo aperto, trasparente e generativo. Il supervisore, in questo, assume un ruolo chiave: tutela la qualità, vigila sulle procedure, garantisce l’integrità del percorso.
Premi e sanzioni, infine, servono a sancire un principio: non è più accettabile considerare la qualità del progetto una variabile negoziabile. Dopo anni di stallo, in cui il nostro governo professionale non è riuscito a incidere in modo sistemico, è arrivato il momento che siano gli architetti stessi, in tutti i ruoli che occupano – negli Ordini, nelle università, negli enti pubblici – a spingere con forza per questa svolta. Questo DDL non è perfetto, ma va sostenuto con convinzione. È una base vera per ridare senso alla nostra professione e valore allo spazio pubblico.
Come semplificare i concorsi di progettazione per i piccoli comuni: soluzioni pratiche per amministrazioni con risorse limitate
Andrea Dari:
Molti piccoli comuni temono oneri amministrativi e costi aggiuntivi: quali strumenti propone l’Ordine per supportarli nella gestione dei concorsi?
Roberto Ricci:
L’idea che il concorso sia un ostacolo, soprattutto per i piccoli comuni, nasce spesso da una narrazione distorta. Il concorso, se ben impostato, può essere uno strumento leggero, accessibile e altamente efficace anche nei contesti fragili. Il problema non è il concorso in sé, ma l’assenza di supporto e competenze diffuse. Come Ordine, ma anche come comunità professionale più ampia, possiamo – e dobbiamo – offrire strumenti concreti: linee guida operative, modelli di bando semplificati, consulenze gratuite, piattaforme digitali già attive, momenti di formazione mirata per i tecnici delle amministrazioni.
Ma c’è un passo ulteriore da compiere, e riguarda il nostro modo di stare nei territori. Dobbiamo essere presenti, costruire alleanze, farci interlocutori affidabili delle pubbliche amministrazioni. Non solo per “fare i bandi”, ma per accompagnare i comuni nel comprendere il valore del progetto come bene comune. Spesso si crede che progettare significhi solo disegnare: ma prima del progetto viene il processo. E questo, nei piccoli comuni, è ancora più evidente. Serve una filiera della qualità che parte dalla cultura e arriva fino all’atto amministrativo. In assenza di una guida forte a livello nazionale – che purtroppo in questi anni è mancata – dobbiamo essere noi, dal basso, a costruire una nuova grammatica della progettazione pubblica. I concorsi sono una possibilità, non un problema. E i piccoli comuni meritano più qualità, non meno.

"Legge sull'architettura" e giovani professionisti: come valorizzare competenze e visione dei progettisti under 40
Andrea Dari:
Il disegno di legge prevede un Elenco dei giovani architetti under 40. In che modo l’Ordine intende valorizzare questo strumento per favorire il ricambio generazionale?
Roberto Ricci:
L’inserimento dell’elenco dei giovani under 40 nel DDL è un segnale importante, ma non basta da solo a garantire un vero ricambio generazionale. Il rischio è che diventi un elenco statico, privo di reali opportunità. Per questo l’impegno degli Ordini dovrà essere duplice: da un lato favorire la visibilità e l’accesso di questi giovani ai bandi e alle occasioni professionali; dall’altro creare condizioni strutturali per cui il loro lavoro venga riconosciuto, valorizzato, messo in rete con realtà pubbliche e private.
Nel nostro Ordine abbiamo avviato già da tempo percorsi di sostegno alla partecipazione dei giovani ai concorsi, e siamo convinti che solo attraverso una vera alleanza tra generazioni si possa costruire una cultura progettuale duratura. Questo significa riconoscere che le competenze non si misurano solo in anni di carriera, ma nella qualità dello sguardo, nella capacità di leggere i bisogni emergenti, nel coraggio di proporre visioni nuove.
Serve però una spinta collettiva. Se vogliamo che questo strumento abbia efficacia, occorre che tutto il sistema — università, enti, amministrazioni, professionisti — si faccia carico del tema. Dopo anni in cui i giovani architetti sono stati ascoltati poco e coinvolti ancora meno, è tempo di passare dalle dichiarazioni agli strumenti. E anche qui, l’inerzia del governo centrale della professione non può più essere un alibi. Tocca a noi rendere concreta questa opportunità.
Qualità progettuale e tempi stretti: strategie per conciliare concorsi e scadenze dei fondi europei
Andrea Dari:
Come si concilia l’obbligo di concorso con i tempi serrati di spesa dei fondi PNRR o europei, spesso citati come motivo di deroga?
Roberto Ricci:
L’urgenza non può diventare una scorciatoia per eludere la qualità. Comprendo le pressioni legate al rispetto dei cronoprogrammi, soprattutto in ambito PNRR, ma continuo a ritenere pericoloso giustificare la rinuncia ai concorsi con la scusa del tempo. Questa logica rischia di produrre interventi affrettati, privi di visione, che tra qualche anno saranno oggetto di rigenerazione (o di demolizione).
Il problema non è il concorso: è l’organizzazione delle stazioni appaltanti, la mancanza di strutture competenti, l’assenza di formazione. Se si mettono in campo procedure digitali, bandi tipo, linee guida semplici e una rete di supporto tecnico, il concorso diventa anche più veloce delle gare tradizionali. Ma serve volontà politica e una cultura amministrativa diversa. E qui, di nuovo, chi ha avuto la responsabilità di rappresentare la professione in questi anni ha fatto poco o nulla. Per questo, oggi, tocca a noi fare pressione.
A tutti i livelli. L’architettura non è un orpello: è una leva strategica per costruire valore duraturo. Progettare bene è un investimento, non una perdita di tempo. E se vogliamo che i fondi europei generino qualità, dobbiamo pretendere che la qualità sia il criterio, non l’eccezione.
Premi alle amministrazioni virtuose e sanzioni per chi elude: la proposta per migliorare la qualità progettuale
Andrea Dari:
Il testo introduce sanzioni fino all’1 % del valore dell’opera per le stazioni appaltanti che eludono il concorso. Ritiene adeguato l’impianto sanzionatorio o servono correttivi per renderlo davvero deterrente?
Roberto Ricci:
L’introduzione delle sanzioni è una novità importante, perché finalmente si afferma che la violazione delle regole di qualità ha un costo anche economico. Tuttavia, non basta scrivere una percentuale su un testo di legge per garantire un cambiamento. Serve una struttura che monitori, verifichi, intervenga.
E soprattutto, serve una cultura della responsabilità. Personalmente, più che aumentare l’entità della sanzione, ritengo fondamentale garantirne l’effettiva applicazione. Deve essere chiaro che chi aggira i concorsi non solo commette un errore formale, ma tradisce un principio di interesse pubblico. Un’opera pubblica realizzata senza concorso è più povera, meno partecipata, spesso meno utile. Le sanzioni devono essere accompagnate da premi per le amministrazioni virtuose e da una comunicazione pubblica trasparente: i cittadini devono sapere chi rispetta le regole e chi no.
Anche in questo caso, se lasciamo tutto nelle mani delle istituzioni centrali, rischiamo che l’impianto resti sulla carta. Dobbiamo essere noi, nei territori, a vigilare, a segnalare, a costruire alleanze con chi vuole davvero cambiare. È ora che gli architetti si riapproprino della propria funzione pubblica, del proprio ruolo culturale. E questo passa anche da una legge, da una norma giusta, ma soprattutto da un impegno comune, determinato, collettivo.
Un'ultima considerazione
Il Disegno di Legge 1112 non è solo una questione normativa: è una questione culturale. Riguarda la dignità della nostra professione, la qualità dello spazio pubblico, il futuro delle nostre città. Non sarà una legge perfetta, ma è un inizio concreto, atteso da anni, che merita il sostegno convinto di tutti coloro che hanno a cuore l’architettura come bene comune. Oggi più che mai, è fondamentale che gli architetti — nei loro diversi ruoli: professionisti, docenti, funzionari, amministratori — facciano sentire con forza una voce unitaria. Perché se è vero che la rappresentanza istituzionale della nostra categoria ha mostrato limiti evidenti, è altrettanto vero che dal basso possiamo generare un cambiamento reale. Sostenere questa proposta significa riaffermare il valore del progetto come strumento di democrazia, di bellezza, di responsabilità civile. Non perdiamo questa occasione.
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