Parigi ha fallito ... the goal is officially dead
Il limite di 1,5 °C fissato dall’Accordo di Parigi non è più considerato realisticamente evitabile nel breve periodo. Un nuovo rapporto UNEP introduce quindi un cambio di paradigma: non più soltanto prevenire il superamento, ma limitarne ampiezza e durata, ridurre il picco termico e riportare successivamente il riscaldamento sotto la soglia attraverso mitigazione, adattamento e rimozione della CO₂ nel tempo.
Il nuovo rapporto UNEP Limiting Overshoot segna un passaggio decisivo nella politica climatica: il superamento di 1,5 °C viene considerato ormai difficilmente evitabile e persino lo scenario più favorevole porta il riscaldamento globale verso un picco di circa 1,8 °C. La priorità diventa quindi limitare intensità e durata dell’overshoot, raggiungere il net zero e successivamente emissioni nette negative. Per edifici, città e infrastrutture significa integrare l’adattamento climatico nella progettazione. INGENIO analizza il rapporto collegandolo alle conseguenze tecniche per costruzioni, industria e gestione della CO₂.
Clima, la soglia di 1,5 °C sarà superata: ora la sfida è quanto e per quanto tempo
La soglia cambia significato, non scompare
Per anni buona parte del dibattito internazionale sul clima si è concentrata attorno a un numero: 1,5 °C di aumento della temperatura media globale rispetto al periodo preindustriale.
La soglia, indicata nell’Accordo di Parigi come obiettivo verso cui tendere insieme al vincolo di mantenere il riscaldamento «ben al di sotto» dei 2 °C, ha progressivamente assunto anche un valore politico e comunicativo.
Ora quel quadro sta cambiando.
Il nuovo rapporto dell’United Nations Environment Programme, “ Limiting Overshoot – Navigating exceedance of 1.5°C and pathways towards return ”, pubblicato il 2 settembre 2026, afferma che, considerando le politiche e le traiettorie disponibili, il superamento di 1,5 °C è ormai valutato come sostanzialmente inevitabile.
Non significa però che 1,5 °C sia diventato improvvisamente irrilevante, né che 1,8 °C equivalga a 2 °C o a 2,5 °C.
È esattamente il contrario. La questione scientifica e politica si sposta dal semplice “supereremo o non supereremo la soglia?” a tre domande molto più concrete: di quanto la supereremo, per quanto tempo resteremo sopra e quanto rapidamente riusciremo eventualmente a tornare indietro?
È il concetto di overshoot climatico.
Nature: «il limite di 1,5 °C verrà superato»
Il cambio di prospettiva è stato rilanciato con particolare nettezza da Nature.
Secondo l’articolo “ UN finally admits global warming will shoot past 1.5 ºC climate limit ”, firmato da James Dinneen e pubblicato su Nature il 2 settembre 2026, il nuovo documento UNEP rappresenta un passaggio importante perché formalizza una realtà che la comunità scientifica aveva già progressivamente incorporato nei propri scenari: mantenere stabilmente il riscaldamento sotto 1,5 °C senza alcun superamento non appare più una prospettiva realistica.
La frase scelta da Nature è volutamente forte: “the goal […] is officially dead”.
Ma il rapporto UNEP usa una formulazione scientificamente più articolata. Non dichiara infatti inutile l’obiettivo di Parigi. Sostiene piuttosto che occorre entrare in una nuova fase: “overshoot, peak and decline”, cioè superamento, raggiungimento di un picco e successiva riduzione della temperatura globale.
Questa distinzione non è semantica. È sostanziale.
Il miglior scenario disponibile porta comunque a circa 1,8 °C
Il dato forse più importante del rapporto è numerico.
Secondo UNEP, nello scenario più favorevole analizzato il riscaldamento globale raggiungerebbe comunque un picco di circa 1,8 °C sopra i livelli preindustriali. Molti altri scenari conducono oltre i 2 °C.
Il problema quindi non è semplicemente attraversare momentaneamente una linea.
La temperatura media globale del singolo anno ha già fornito segnali in questa direzione: il 2024 è stato il primo anno con una media superiore a 1,5 °C rispetto all’epoca preindustriale. Ma gli obiettivi climatici vengono valutati rispetto a tendenze pluridecennali, non sulla temperatura di un singolo anno.
Ciò che UNEP considera ormai difficilmente evitabile è proprio il superamento della soglia nella media climatica di lungo periodo, probabilmente entro pochi anni.
E qui emerge il punto fondamentale del nuovo rapporto: non tutti gli overshoot sono uguali.
Raggiungere 1,7-1,8 °C per un periodo relativamente contenuto e poi diminuire la temperatura non produce le stesse conseguenze di una permanenza pluridecennale a 2 °C o oltre.
👉 Superare 1,5 °C non significa che ogni obiettivo climatico perda significato: significa che ogni decimo di grado e ogni anno trascorso sopra quella soglia diventano ancora più importanti.
Aumento temperatura: perché anche 0,1 °C conta
In un sistema complesso come quello climatico, la temperatura media globale non è un semplice indicatore meteorologico.
È una variabile sintetica collegata alla probabilità e all’intensità di una lunga serie di fenomeni: ondate di calore, precipitazioni estreme, siccità, innalzamento del livello del mare, perdita di ecosistemi, stress idrico e sollecitazioni sulle infrastrutture.
L’IPCC sottolinea da tempo che i rischi aumentano progressivamente a ogni incremento del riscaldamento globale.
L’overshoot aggiunge un ulteriore elemento: la durata.
Il Synthesis Report dell’IPCC evidenzia infatti che i rischi crescono sia con l’entità sia con la durata del superamento e che alcuni effetti possono risultare irreversibili anche qualora, successivamente, la temperatura media globale diminuisse.
Fra i fenomeni indicati da UNEP vi sono la destabilizzazione delle grandi calotte glaciali, il degrado dell’Amazzonia e possibili alterazioni dell’Atlantic Meridional Overturning Circulation, il grande sistema di correnti oceaniche che contribuisce alla regolazione del clima dell’Atlantico.
Sono processi caratterizzati da forti non linearità.
Ed è proprio per questo che parlare semplicemente di «un grado e mezzo» rischia di essere fuorviante: la differenza tra 1,5 e 1,8 °C non è un modesto scostamento percentuale da una specifica tecnica, ma una variazione capace di modificare probabilità, frequenza e gravità di numerosi rischi concatenati.
Tornare indietro è teoricamente possibile. Ma ha un costo fisico enorme
Il concetto forse più interessante del rapporto riguarda la possibilità di far diminuire successivamente la temperatura globale.
Dal punto di vista fisico non è impossibile.
Occorrerebbe però innanzitutto ridurre drasticamente le emissioni di gas serra fino al net zero e, successivamente, raggiungere emissioni globali nette negative, sottraendo dall’atmosfera più CO₂ di quella ancora emessa.
Qui entra in gioco il Carbon Dioxide Removal – CDR.
L’IPCC stima che ridurre la temperatura globale di circa 0,1 °C richiederebbe, come valore centrale, emissioni nette negative cumulative dell’ordine di 220 miliardi di tonnellate di CO₂, con un intervallo probabile fra circa 160 e 370 GtCO₂.
È una quantità gigantesca.
Il punto è essenziale perché impedisce di interpretare l’overshoot come una sorta di prestito climatico facilmente rimborsabile in futuro.
Più elevato sarà il picco, maggiore sarà la quantità di CO₂ che dovrà essere rimossa successivamente; e maggiore sarà anche la dipendenza da tecnologie e sistemi di rimozione la cui capacità di operare alle scale richieste resta soggetta a rilevanti incertezze tecniche, economiche, energetiche, territoriali e ambientali.
Per questo UNEP insiste su un principio: il CDR deve essere aggiuntivo alla riduzione delle emissioni, non sostitutivo.
Geoingegneria: una possibile “cura d’emergenza” per l’overshoot?
Se il superamento di 1,5 °C diventasse strutturale, potrebbe crescere la pressione verso soluzioni di geoingegneria solare, in particolare la Solar Radiation Modification: interventi finalizzati a riflettere nello spazio una piccola quota della radiazione solare per ridurre temporaneamente la temperatura globale. Ma non si tratterebbe di una vera rimozione della causa. La CO₂ resterebbe in atmosfera e continuerebbero problemi come l’acidificazione degli oceani.INGENIO ha già approfondito il tema, evidenziando sia il passaggio della ricerca dalla simulazione alla progettazione di sistemi reali — velivoli stratosferici, aerosol, dispersione e monitoraggio — sia i rischi di governance, effetti climatici regionali non uniformi e termination shock in caso di interruzione improvvisa.
La geoingegneria potrebbe quindi diventare una tecnologia di emergenza, non un’alternativa alla decarbonizzazione. Il punto critico è proprio questo: ridurre artificialmente la temperatura senza ridurre le concentrazioni di gas serra significa compensare un effetto, non eliminare il carico climatico che lo genera.
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Dal “net zero” al “net negative”
Questa forse è la conseguenza più rilevante del rapporto per l’industria. Negli ultimi anni il concetto di net zero è diventato il riferimento di strategie nazionali, tassonomie, investimenti, roadmap industriali e programmi di decarbonizzazione.
Il nuovo paradigma suggerisce però che il net zero non rappresenterà necessariamente il punto finale.
UNEP lo definisce sostanzialmente come una tappa verso una possibile fase net-negative, indispensabile se l’obiettivo sarà riportare la temperatura globale verso 1,5 °C dopo un overshoot.
Per i settori hard-to-abate – cemento, acciaio, trasporti pesanti, chimica – il tema diventa particolarmente importante.
Ridurre le emissioni incorporate nei prodotti, aumentare l’efficienza dei processi, sostituire combustibili fossili, utilizzare materie prime alternative, sviluppare cattura e stoccaggio della CO₂ o incrementare la circolarità non sono quindi soltanto strumenti per raggiungere un valore contabile di neutralità.
Diventano parte di un problema più ampio di gestione del budget carbonico globale.
Per costruzioni e città cambia anche il paradigma dell’adattamento
Il rapporto UNEP contiene un altro messaggio particolarmente importante per ingegneri, architetti e urbanisti: mitigazione e adattamento non possono più essere trattati come due percorsi separati.
Se una fase di overshoot è ormai altamente probabile, una parte del riscaldamento futuro deve essere considerata direttamente nella progettazione.
Non si tratta solamente di ridurre le emissioni degli edifici. Occorre progettare città e infrastrutture in grado di operare in condizioni climatiche differenti da quelle del passato.
Ondate di calore più intense incidono sulla domanda energetica degli edifici, sul comfort indoor e outdoor e sull’isola di calore urbana; precipitazioni estreme modificano i criteri di gestione delle acque meteoriche; siccità più prolungate interessano disponibilità idrica, vegetazione urbana e caratteristiche dei terreni; innalzamento del livello marino e mareggiate interessano direttamente le infrastrutture costiere.
L’IPCC richiama esplicitamente, negli scenari di overshoot, l’aumento dei rischi per infrastrutture e insediamenti costieri bassi.
L’adattamento, in questa prospettiva, non è più un’attività accessoria alla sostenibilità. Diventa un requisito della resilienza prestazionale dell’ambiente costruito.
La vera notizia non è che “Parigi ha fallito”
La vera notizia, forse, non è che Parigi abbia fallito. È che questo fallimento sembra produrre sempre meno scandalo.
Abbiamo costruito in Europa un sistema regolatorio che chiede alle industrie più energivore trasformazioni radicali, costose e spesso difficili da sostenere nella competizione internazionale. Cemento, acciaio, chimica, ceramica vengono chiamati a decarbonizzare processi che per ragioni fisiche, prima ancora che economiche, sono tra i più complessi da trasformare. E quando la riduzione delle emissioni non è sufficiente, immaginiamo di catturare la CO₂, trasportarla e confinarla nel sottosuolo: una soluzione tecnicamente possibile, ma che rischia anche di assomigliare, sul piano simbolico, alla più sofisticata delle polveri nascoste sotto il tappeto.
Nel frattempo, però, fuori dai grandi documenti strategici, la società sembra continuare come prima.
Si prende l’ascensore anche per scendere un piano. Si raffrescano gli ambienti a 19 °C mentre una finestra rimane aperta. Cresce senza sosta il consumo di dati, streaming, cloud e Intelligenza Artificiale, come se l’infrastruttura digitale fosse immateriale e quindi energeticamente gratuita. Quando aumenta il prezzo dei carburanti, la priorità politica diventa spesso contenerne il costo, non ridurne strutturalmente il consumo. Le strade si continuano a fare in asfalto nero e i parcheggi pubblici continuano a non avere coperture fotovoltaiche. E nei cessi continuiamo ad usare sciacquoni con acqua potabile. E mentre si proclamano obiettivi sempre più ambiziosi sulle rinnovabili, non sono rari vincoli territoriali, autorizzativi e opposizioni locali che rendono difficile installare proprio quegli impianti fotovoltaici ed eolici necessari per raggiungerli.
È questa contraddizione che dovrebbe preoccupare più del numero 1,5.
Perché non si può chiedere a pochi settori industriali di sostenere quasi interamente il costo economico, tecnologico e sociale della transizione mentre il resto della società considera l’energia una risorsa infinita. La decarbonizzazione non può diventare una gigantesca operazione di trasferimento delle responsabilità: dall’utilizzatore al produttore, dal cittadino all’industria, dall’Europa agli altri continenti, dall’atmosfera al sottosuolo.
Se il nuovo rapporto UNEP ci dice che 1,5 °C verrà superato, la domanda più scomoda non è quindi soltanto quanto durerà l’overshoot. È se abbiamo davvero compreso cosa significhi evitarne uno ancora maggiore.
Lucio Dalla, ne L’anno che verrà, scriveva che «l’anno che sta arrivando fra un anno passerà. Io mi sto preparando è questa la novità». Ed è forse questa l’immagine più inquietante.
Perché il rischio è che anche 1,5 °C passi così: prima obiettivo, poi limite, poi soglia superata, infine semplice dato storico. E che fra qualche anno ci ritroveremo a discutere dei 2 °C con la stessa apparente urgenza con cui oggi discutiamo di 1,5.
A quel punto potremo ancora elaborare nuovi scenari, inventare nuove tecnologie e fissare nuovi target. Ma forse dovremo finalmente chiederci se il problema fosse davvero la mancanza di soluzioni.
O la mancanza di una volontà collettiva di cambiare.
Fonte principale
L’articolo da cui prende avvio questo approfondimento è “UN finally admits global warming will shoot past 1.5 ºC climate limit”, di James Dinneen, pubblicato da Nature il 2 settembre 2026.
Il documento scientifico-istituzionale di riferimento è invece il rapporto UNEP “Limiting Overshoot – Navigating exceedance of 1.5°C and pathways towards return”, pubblicato il 2 settembre 2026.
Per l'elaborazione dell'articolo sono stati utilizzati alcuni chatbot di AI.
Gli approfondimenti INGENIO sul rapporto UNEP 2026
Con questo articolo si apre il percorso di approfondimento dedicato al rapporto UNEP Limiting Overshoot. Le cinque letture possono essere considerate autonomamente, ma costituiscono altrettanti passaggi dello stesso ragionamento.
1. Rapporto UNEP “Limiting Overshoot”: il mondo dopo il superamento di 1,5 °C
La cornice scientifica: perché l’overshoot di +1,5 °C è ormai una possibilità concreta e perché ogni frazione di grado e ogni anno di permanenza sopra la soglia contano.
2. Sempre più caldo: raggiunti +1,5 °C: e ora a cosa puntiamo?
La nuova traiettoria: exceedance, peak, decline, stabilization. Non più soltanto impedire il superamento, ma limitarne intensità e durata e preservare la possibilità di tornare verso +1,5 °C.
3. Rapporto UNEP 2026: il clima ha la memoria?
Il problema dell’irreversibilità: tornare alla stessa temperatura non significa necessariamente recuperare ghiacciai, ecosistemi, coste e condizioni sociali precedenti.
4. Abbiamo scaldato troppo il pianeta: ora dovremo togliere CO₂ dall’atmosfera e ridurre drasticamente il metano
La questione della mitigazione dopo il picco: Net Zero come passaggio intermedio, emissioni nette negative, Carbon Dioxide Removal e ruolo del metano.
5. Progettare nell’overshoot: quando il clima storico non basta più a dimensionare edifici e infrastrutture
La conseguenza per il mondo delle costruzioni: passare da un progetto calibrato su condizioni climatiche sostanzialmente stazionarie a opere robuste, monitorabili e adattabili lungo l’intera vita utile.
FAQ TECNICHE: Clima oltre 1,5 °C: overshoot e nuovo scenario UNEP
Che cosa significa overshoot climatico di 1,5 °C?
L’overshoot è una traiettoria nella quale il riscaldamento globale supera temporaneamente una soglia, raggiunge un picco e successivamente diminuisce. UNEP descrive quindi una sequenza “overshoot, peak and decline”. Il parametro critico non è soltanto il valore massimo raggiunto, ma anche il tempo trascorso sopra 1,5 °C.
Superare 1,5 °C significa che l’Accordo di Parigi è fallito?
Non in senso strettamente normativo o politico. L’Accordo prevede di mantenere l’aumento della temperatura “ben al di sotto di 2 °C” e di perseguire gli sforzi per limitarlo a 1,5 °C. UNEP considera ormai inevitabile il superamento di quest’ultima soglia, ma continua a indicare 1,5 °C come riferimento verso cui tentare di ritornare.
Quale temperatura massima prevede il nuovo scenario UNEP?
Nel migliore scenario analizzato dal rapporto, il riscaldamento globale raggiunge comunque circa 1,8 °C rispetto al periodo preindustriale. Altre traiettorie possono superare i 2 °C. Per questo la riduzione di pochi decimi di grado resta climaticamente significativa.
Perché anche 0,1 °C di riscaldamento è importante?
L’aumento della temperatura media modifica probabilità e severità di ondate di calore, precipitazioni estreme, siccità, stress idrico, innalzamento del mare e danni agli ecosistemi. Il rischio cresce inoltre con la durata dell’overshoot. Per infrastrutture e insediamenti questo significa maggiori sollecitazioni climatiche durante la vita utile.
Come si potrebbe riportare la temperatura sotto 1,5 °C?
Prima occorrerebbe raggiungere emissioni globali nette pari a zero; successivamente servirebbero emissioni nette negative, rimuovendo dall’atmosfera più CO₂ di quella emessa. L’articolo richiama una stima IPCC di circa 220 GtCO₂ cumulative per ottenere una riduzione indicativa di 0,1 °C, con ampio intervallo di incertezza.
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