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E se le vibrazioni diventassero una fonte di energia? A Hong Kong producono idrogeno dall’acqua

Le vibrazioni di ponti, macchine, onde e infrastrutture sono normalmente considerate energia dispersa, oppure un problema da controllare. Un gruppo di ricercatori della City University of Hong Kong prova ora a rovesciare la prospettiva: utilizzare quelle sollecitazioni per innescare direttamente reazioni chimiche e produrre idrogeno e perossido di idrogeno dall’acqua. Una prospettiva ancora sperimentale, ma decisamente insolita.

La piezosintesi è un processo che trasforma le vibrazioni meccaniche direttamente in reazioni chimiche, sfruttando l'elettricità che alcuni materiali generano quando vengono deformati. Ricercatori della City University of Hong Kong hanno messo a punto due materiali di questo tipo, capaci di produrre idrogeno e perossido di idrogeno dall'acqua senza corrente elettrica esterna. È ancora una tecnologia di laboratorio, testata con ultrasuoni, ma apre uno scenario suggestivo: recuperare energia da vibrazioni oggi sprecate, come onde, traffico e infrastrutture.


Siamo abituati a combattere le vibrazioni. E se invece provassimo a usarle?

Nell’ingegneria le vibrazioni hanno quasi sempre una cattiva reputazione.

Si misurano, si controllano, si isolano. Nei ponti possono incidere sul comfort e sulla fatica dei materiali; negli impianti possono accelerare l’usura; nelle macchine segnalano spesso squilibri o anomalie. Una parte consistente dell’ingegneria strutturale e meccanica si occupa proprio di evitare che le oscillazioni diventino un problema.

Ma c’è un’altra possibilità: considerare quelle vibrazioni come energia disponibile.

È la prospettiva su cui stanno lavorando i ricercatori della City University of Hong Kong, che in due recenti studi hanno mostrato come alcuni materiali piezoelettrici opportunamente modificati possano utilizzare energia meccanica per produrre idrogeno e perossido di idrogeno direttamente dall’acqua.

Non stiamo parlando semplicemente di un materiale piezoelettrico che produce corrente elettrica. L’idea è più radicale: utilizzare direttamente la polarizzazione generata dalla deformazione per favorire una reazione chimica.

Un passaggio da energia meccanica a energia chimica.

CityUHK: due studi per trasformare le vibrazioni in molecole utili

Secondo l’articolo “CityUHK researchers transform vibrations into clean fuels and chemicals through piezosynthesis” di Steven Lee, pubblicato dalla City University of Hong Kong il 16 luglio 2026, il gruppo coordinato da Sai Kishore Ravi sta lavorando su quella che viene definita piezosynthesis, piezosintesi.

Dietro questa parola c’è una famiglia di processi che sfrutta l’effetto piezoelettrico per promuovere reazioni chimiche.

Il meccanismo di partenza è conosciuto. Un materiale piezoelettrico sottoposto a deformazione modifica la propria distribuzione interna delle cariche e sviluppa una polarizzazione elettrica. Se il materiale è anche un semiconduttore, il campo così generato può favorire la separazione e il movimento di elettroni e lacune.

Ed è proprio lì che comincia la parte più interessante.

Se queste cariche raggiungono la superficie del materiale prima di ricombinarsi, possono partecipare a reazioni di ossidoriduzione. In altre parole, una deformazione meccanica può diventare il motore microscopico di una trasformazione chimica.

Il problema, quindi, non è soltanto generare carica.

È riuscire a governarla.

Perossido di idrogeno: quasi 5.900 micromoli per grammo ogni ora

Uno dei due studi, pubblicato su Nature Communications, riguarda la produzione di H₂O₂, perossido di idrogeno.

I ricercatori hanno utilizzato titanato di bismuto, Bi₄Ti₃O₁₂, intervenendo contemporaneamente su due livelli.

Nel volume del materiale hanno introdotto iodio, con l’obiettivo di aumentare il campo interno di polarizzazione. In superficie hanno invece utilizzato un MXene, materiale bidimensionale capace di facilitare il trasferimento elettronico.

La combinazione ha portato a una produzione dichiarata di 5.890 μmol g⁻¹ h⁻¹ di H₂O₂, senza impiego di agenti sacrificali.

Non è soltanto un esercizio di laboratorio. Il perossido ottenuto è stato testato per l’inattivazione batterica e per la degradazione di contaminanti presenti nell’acqua.

Gli autori individuano con precisione il principale ostacolo della tecnologia: “sluggish charge transport, and rapid bulk carrier recombination”, cioè trasporto lento delle cariche e loro rapida ricombinazione all’interno del materiale.

In termini meno accademici: l’energia può essere generata, ma se gli elettroni si perdono prima di arrivare dove devono reagire, il processo si ferma.

Anche idrogeno dalle vibrazioni

Il secondo studio, pubblicato su Advanced Energy Materials, affronta una questione ancora più suggestiva: la produzione di idrogeno.

In questo caso i ricercatori hanno lavorato sul BiFeO₃, ferrite di bismuto, introducendo cobalto nel reticolo cristallino e modificando la superficie con platino.

Il cobalto provoca una distorsione della struttura cristallina e aumenta la polarizzazione piezoelettrica. Il platino, invece, facilita la dissociazione dell’acqua e una delle fasi determinanti della reazione di evoluzione dell’idrogeno.

La velocità di produzione raggiunge 1.896,4 μmol di H₂ g⁻¹ h⁻¹, circa 16 volte superiore rispetto al materiale non modificato.

Il catalizzatore è stato inoltre incorporato in una matrice polimerica di PVDF, soluzione interessante perché potrebbe semplificare il recupero e l’utilizzo del materiale all’interno di dispositivi reali.

I due studi, apparentemente distinti, affrontano quindi la stessa grande domanda.

Come prendere una deformazione meccanica e trasformarla in chimica utile?

Il vero problema non è produrre carica. È impedirle di sparire

Il professor Ravi sintetizza il principio comune parlando della necessità di controllare “how vibration-generated charges are separated and directed”.

È probabilmente questo il punto scientificamente più interessante.

Il rendimento di un sistema piezocatalitico non dipende soltanto dalla capacità del materiale di polarizzarsi.

Dipende da tutta la catena:

vibrazione → deformazione → polarizzazione → separazione delle cariche → trasporto → reazione superficiale.

Ogni passaggio può diventare un collo di bottiglia.

E questo spiega perché la ricerca sui materiali piezoelettrici stia progressivamente diventando una ricerca sulle interfacce, sulla struttura elettronica e sul controllo delle reazioni superficiali.

👉 La sfida non è ottenere elettroni dalla vibrazione. È riuscire a portarli nel posto giusto prima che scompaiano.

La domanda inevitabile: possiamo farlo con le vibrazioni reali?

Qui arriva però la distinzione decisiva tra un risultato scientificamente interessante e una tecnologia realmente utilizzabile.

Negli esperimenti della CityUHK i materiali vengono eccitati attraverso ultrasuoni controllati.

Non significa automaticamente che domani un ponte, una strada o un impianto potranno produrre idrogeno grazie alle proprie vibrazioni.

Il salto di scala è tutt’altro che banale.

Le vibrazioni ambientali sono spesso caratterizzate da frequenze basse, ampiezze variabili e densità energetiche modeste. Un sistema che funziona bene sotto ultrasuoni potrebbe avere un comportamento completamente diverso se sottoposto alle oscillazioni di una struttura reale.

Gli stessi ricercatori parlano della necessità di “move beyond the laboratory reactor”.

Ed è esattamente qui che si giocherà il futuro della tecnologia.

Dal moto ondoso alle infrastrutture: dove potrebbe servire

Uno dei primi scenari su cui il gruppo sta lavorando riguarda piattaforme galleggianti capaci di sfruttare il moto ondoso.

È una scelta logica.

Il mare mette a disposizione energia meccanica diffusa, continua e gratuita. Se una superficie piezocatalitica riuscisse a trasformarne una piccola parte direttamente in sostanze chimiche, si potrebbero immaginare sistemi decentralizzati capaci di produrre idrogeno o agenti ossidanti senza una connessione elettrica convenzionale.

Lo stesso principio, almeno teoricamente, potrebbe essere esteso a molti altri ambienti.

Impianti industriali, condotte, sistemi idraulici, macchinari, infrastrutture ferroviarie, pavimentazioni, ponti e strutture soggette a traffico sono continuamente attraversati da energia meccanica.

Oggi questa energia viene soprattutto dissipata.

Domani una parte potrebbe essere raccolta.

Ma tra le due parole c’è ancora molta ricerca.

Forse il perossido di idrogeno è persino più interessante dell’idrogeno

L’idrogeno cattura inevitabilmente l’attenzione.

Ma dal punto di vista applicativo il risultato sul perossido di idrogeno potrebbe avere implicazioni più immediate.

L’H₂O₂ è utilizzato nella disinfezione, nel trattamento delle acque, nell’industria cartaria e in numerosi processi chimici. Oggi viene prodotto prevalentemente attraverso il processo all’antrachinone, una filiera industriale consolidata ma complessa, con impiego di solventi, separazioni e trasporto del prodotto.

La possibilità di produrlo direttamente dove serve, utilizzando acqua, ossigeno ed energia meccanica locale, apre uno scenario diverso.

Immaginare piccoli sistemi autonomi per il trattamento dell’acqua, infrastrutture marine o impianti isolati che generano localmente l’ossidante necessario non è più soltanto un esercizio teorico.

Resta però da capire se le concentrazioni ottenibili, la durata dei materiali e il bilancio energetico complessivo possano rendere il processo competitivo.

La prova decisiva sarà il bilancio energetico

C’è infatti un rischio evidente.

Se per produrre le vibrazioni necessarie al processo si consuma più energia di quella che si recupera sotto forma chimica, il sistema può essere scientificamente elegante ma energeticamente poco significativo.

Per questo una parte della letteratura più recente insiste sulla necessità di valutare l’efficienza globale del processo, e non soltanto la quantità di prodotto ottenuta per grammo di catalizzatore.

È qui che le vibrazioni ambientali diventano realmente interessanti.

Non bisogna crearle.

Esistono già.

Onde, traffico, fluidi, macchine e strutture le producono continuamente.

La vera domanda è quanto di questa energia possa essere trasformato in modo economicamente ed energeticamente utile.

Cambiare prospettiva sulle vibrazioni

È forse questo il valore più interessante della ricerca della City University of Hong Kong.

Non soltanto un nuovo catalizzatore.

Non soltanto una migliore resa.

Ma un cambiamento di prospettiva.

Per l’ingegneria una vibrazione è tradizionalmente qualcosa da attenuare, dissipare o controllare. La piezosintesi suggerisce invece che, almeno in alcuni contesti, potrebbe diventare una materia prima energetica diffusa.

È presto per immaginare ponti che producono idrogeno o pavimentazioni che generano reagenti chimici.

Ma la direzione scientifica è chiara.

La ricerca sta imparando a recuperare forme di energia sempre più disperse, intermittenti e difficili da utilizzare.

E se riuscirà davvero a portare questi processi fuori dal laboratorio, un giorno potremmo scoprire che anche ciò che oggi chiamiamo semplicemente vibrazione aveva un valore che non sapevamo ancora raccogliere.

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