Un ponte senza racconto
Il progetto del Ponte sullo Stretto di Messina eccelle per soluzioni ingegneristiche estreme, ma manca di una narrazione architettonica forte. L'Arch. Mauro Ioli confronta il caso con esempi internazionali di ponti iconici, evidenziando il rischio che l’opera resti un’infrastruttura priva di identità. Si propone un ripensamento per integrare forma e simbolo, trasformando il ponte in un’icona culturale.
Ponte sullo Stretto di Messina: perché serve anche un’identità architettonica, non solo ingegneristica
Nello Stretto di Messina, un'elevatissima ingegneria ma una ridotta identità architettonica.
Il progetto del ponte sullo Stretto di Messina è una grande e complessa opera di ingegneria, anzi, di ingegnerie. Ma manca l’Architettura.
Il progetto attuale si affida quasi esclusivamente alla logica dell’ingegneria estrema: la luce sospesa più lunga al mondo, la resistenza a venti e terremoti, un impalcato largo 60 metri, due torri alte 399 metri. Tutto è orientato alla prestazione, al superamento dei limiti tecnici.
Eppure, se penso ai ponti che, a livello internazionale, sono diventati simboli dei luoghi che li ospitano, si dovrebbe avere il coraggio – e l’ambizione – di introdurre anche un’Architettura affascinante, iconica, emblematica.
Non vincolata soltanto alla funzione, ma capace di trasformare un’infrastruttura in un’opera culturale, identitaria, visiva.
Quei ponti a cui penso sono diventati “personaggi” del paesaggio, non solo attraversamenti. Ed è proprio questo che manca, oggi, al progetto del Ponte sullo Stretto: un’anima, un racconto.
Questa dovrebbe essere la grande sfida, e anche la responsabilità, del Governo. Perché questa non è una semplice opera pubblica: è un evento che torna, dopo decenni, al centro del dibattito politico e dell’attenzione internazionale. Un’opera attesa da oltre un secolo, mitizzata, rimandata, contestata, difesa. Un’infrastruttura eccezionale per complessità ingegneristica, eppure – per ora – di ridotto spessore architettonico e simbolico.
Mentre in molte parti del mondo i ponti diventano icone urbane e paesaggistiche, capaci di rappresentare intere città o nazioni, il Ponte sullo Stretto rischia di restare un’infrastruttura muta: un’opera che unisce due terre senza mai parlare davvero con nessuna delle due.
Pensiamo, ad esempio, al Golden Gate Bridge di San Francisco, che oltre ad essere un capolavoro tecnico degli anni ’30, è diventato il simbolo stesso della città. O al Ponte di Brooklyn, che non è solo un ponte sospeso, ma una metafora dell’ingegno umano e della storia americana. Il Viadotto di Millau, in Francia, progettato da Norman Foster, unisce ingegneria e forma in modo armonico, poetico.
Il Ponte di Öresund, tra Danimarca e Svezia, con il suo design minimale, parla la lingua del paesaggio nordico. E persino il controverso Ponte della Costituzione di Calatrava, a Venezia, è un tentativo – riuscito o meno – di fare architettura attraverso un ponte.
A me pare, invece, che il Ponte sullo Stretto, così com’è oggi concepito, non parli al mondo. Manca di una retorica formale, di una poetica strutturale. Racconta molto, sì – ma solo della propria straordinaria tecnica.
Un’opera così colossale dovrebbe invece parlare anche al cuore, oltre che alla mente. L’architettura, in questo senso, non è un orpello, ma una necessità per costruire memoria, identità, durata. Un’opera bella, distintiva, eterna. Un’opera memorabile nel senso più vero del termine: che merita di essere ricordata.

C’è forse ancora tempo per un ripensamento? Per innestare, anche in corsa, un miglioramento?
Per rendere quest’opera ingegneristica un’icona italiana, capace di concorrere, in visibilità e attrattività, con altre grandi opere della nostra Penisola? E se il ponte sullo Stretto si farà – come ormai appare evidente – allora la domanda diventa urgente: che cosa resterà? Oltre ai numeri tecnici e ai costi, cosa ci rimarrà di questa opera?
Il rischio, altrimenti, è di realizzare un semplice tratto d’asfalto e di binari tra due piloni, seppure teso fra Scilla e Cariddi, fra il continente e l’isola, fra la storia e il futuro.
Può ancora l’architettura intervenire per dare senso a ciò che altrimenti resterebbe un puro esercizio tecnico?
Un nuovo ponte per unire due sponde così vicine, ma così lontane, dovrebbe diventare un simbolo mediterraneo. Un gesto che racconta una storia nuova, degna del nostro tempo e della nostra cultura.
Per questo avanzo, con rispetto, un invito al Governo e a chi ha titolo per decidere: si può – e si deve – tentare un upgrade culturale del progetto.
Un’opera pubblica di tale portata merita di elevare il proprio linguaggio, di farsi anche architettura.
Meglio tardi che mai.
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