Emissioni USA in risalita nel 2025: il carbone “torna utile” nell’era dei data center
Nel 2025 le emissioni climalteranti degli Stati Uniti sono risalite del 2,4% dopo due anni di calo. Il motivo non è un singolo provvedimento, ma l’incrocio tra domanda elettrica in forte crescita – data center e manifattura – e un ritorno del carbone favorito dai prezzi del gas, con un inverno più rigido sullo sfondo, con implicazioni globali immediate visibili.
Per oltre un decennio, negli Stati Uniti la traiettoria delle emissioni del settore elettrico è stata raccontata come una sostituzione quasi lineare: meno carbone, più gas e, soprattutto, una quota crescente di rinnovabili. Il 2025 incrina questa narrazione “semplice” e mostra un fatto più strutturale: la domanda di elettricità è tornata a crescere a ritmi insoliti dopo anni di sostanziale stagnazione, e quando la rete accelera davvero — per carichi continui e intensivi come i data center, per la rilocalizzazione manifatturiera e per l’elettrificazione dei consumi — il mix di generazione reagisce anche recuperando fonti che sembravano avviate all’uscita.
Le stime più citate indicano che nel 2025 le emissioni complessive di gas serra USA sono aumentate del 2,4%, interrompendo due anni consecutivi di calo.
Il segnale non è solo ambientale: è industriale e infrastrutturale. Perché quando il sistema “risponde” accendendo più carbone, significa che i vincoli — prezzi, capacità, affidabilità, autorizzazioni — contano quanto (o più) della direzione politica dichiarata.
Secondo l’articolo “US Emissions Jumped in 2025 as Coal Power Rebounded” di Brad Plumer, pubblicato su The New York Times il 13 gennaio 2026 (qui in versione ripubblicata con attribuzione e contenuti: GV Wire, 13 gennaio 2026), l’aumento delle emissioni nel 2025 è legato soprattutto a domanda elettrica e meteo, con un ritorno del carbone reso economicamente conveniente.
Che cosa sono i data center e quanta energia consumano
Un data center è un’infrastruttura che ospita server, storage e apparati di rete per fornire servizi digitali (cloud, streaming, transazioni, IA, e applicazioni critiche aziendali). Il consumo non è dato solo dai carichi IT: serve energia anche per raffrescamento, continuità elettrica (UPS), trasformazione e distribuzione. Per misurare l’efficienza si usa il PUE (Power Usage Effectiveness): rapporto tra energia totale del sito e quella usata dall’IT; valori vicini a 1 indicano minori “perdite di contorno”. Un grande data center può assorbire decine o centinaia di MW; 100 MW continui valgono circa 0,88 TWh/anno. A livello globale i data center hanno consumato ~460 TWh nel 2022 e potrebbero superare 1.000 TWh già nel 2026 in scenari di crescita rapida. Negli USA il consumo è stato stimato ~176 TWh nel 2023 (circa 4,4% dell’elettricità), con proiezioni 325–580 TWh entro il 2028. Essendo carichi 24/7 concentrati territorialmente, influenzano reti, prezzi e le emissioni associate.
Il pezzo ricostruisce la catena causale con un taglio molto “da sistema energetico”:
- Domanda elettrica in accelerazione: crescita nazionale +2,4% nel 2025, con aumenti marcati in Texas, Mid-Atlantic e Ohio Valley (come riportato nel testo).
- Carbone in risalita: le utility avrebbero bruciato circa +13% di carbone rispetto al 2024 per sostenere il carico addizionale.
- Inverno più freddo: più consumi per riscaldamento (gas e combustibili), con effetto diretto sul totale emissivo.
- Rinnovabili comunque in crescita: il solare segna +34% e contiene parte del danno emissivo.
Tre frasi dell’articolo (in originale) sono particolarmente rivelatrici:
- “We don’t see a large emissions impact in 2025 from the Trump administration’s actions.”
- “The main story here was partly weather and partly a growing power sector that’s burning more coal.”
- “If it weren’t for the growth of solar, we’d probably be in an even worse spot this year.”
Qui sta il punto che interessa anche un pubblico tecnico europeo: l’aumento delle emissioni non è spiegato da un solo “atto politico”, ma da un vincolo fisico-economico.
Se la domanda cresce velocemente e il gas rincara, il sistema utilizza ciò che è già installato e disponibile, anche se più emissivo. Nel report Rhodium (versione PDF) il rimbalzo del carbone viene inquadrato come evento raro nell’ultimo decennio e come deviazione da un trend di lungo periodo di contrazione della generazione a carbone.
In parallelo, la partita si sposta su tre nodi, molto concreti:
- Domanda “nuova” e continua I data center (e, più in generale, i carichi digitali) non sono un consumo “intermittente”: chiedono energia 24/7 e tollerano poco l’instabilità. Questo spinge:
- investimenti in capacità programmabile,
- maggiore attenzione ai prezzi spot e alla disponibilità locale,
- pressioni su reti di trasmissione e distribuzione.
- Affidabilità e scelte d’emergenza Il tema dell’affidabilità sta diventando politicamente centrale: negli Stati Uniti il Dipartimento dell’Energia ha emesso ordini per mantenere in esercizio unità a carbone oltre le date previste di chiusura in nome della sicurezza elettrica. È un passaggio chiave: quando la sicurezza di rete entra nella stanza, le scelte “ottimali” dal punto di vista climatico devono confrontarsi con tempi autorizzativi, colli di bottiglia infrastrutturali e capacità di riserva.
- Misurazione e trasparenza dei dati L’articolo richiama un rischio operativo: se i programmi e i dataset pubblici si indeboliscono, anche la capacità di valutare in modo affidabile le politiche si riduce. Negli ultimi mesi varie ricostruzioni giornalistiche hanno discusso il ridimensionamento/stop di programmi di raccolta dati sulle emissioni in ambito EPA, con possibili “buchi” informativi per analisi indipendenti.
A livello di lettura strategica, questo episodio 2025 è un promemoria: la transizione non è solo sostituzione tecnologica, è gestione di sistema. Se la domanda cresce più velocemente della capacità “pulita” installabile (e connessa) nel breve periodo, il rischio è che il mix si sporchi proprio quando la curva dovrebbe migliorare.
In conclusione ...
Il dato del 2025 non è soltanto una variazione statistica nelle emissioni americane: è una fotografia di sistema. Da anni diciamo — con buone ragioni — che per ottimizzare servono digitalizzazione, misurazione, dati. Ma un’economia che misura tutto genera inevitabilmente più calcolo: più sensori, più piattaforme, più modellazione, più previsioni, più simulazioni. E quando i dati diventano una materia prima strategica, l’Intelligenza Artificiale non è un “optional”: è l’unico modo per trasformare quella massa informativa in decisioni operative. Il punto è che questa catena ha un costo fisico. L’IA non vive nell’aria: vive in data center che chiedono energia continua, affidabile, spesso concentrata in pochi nodi territoriali. E quando la domanda elettrica cresce più rapidamente di reti, accumuli e nuova capacità low-carbon, il sistema — per inerzia e per convenienza — si appoggia a ciò che è già lì: centrali esistenti, combustibili disponibili, riserve “pronte”. Anche il carbone, se diventa economicamente competitivo per un periodo, rientra in scena.
Questa è la contraddizione che merita la riflessione più importante: l’efficienza digitale può produrre inefficienza climatica se non viene governata come questione infrastrutturale. Non basta dire “più rinnovabili”, perché la transizione reale non è un catalogo di tecnologie: è una gestione di sistema fatta di tempi autorizzativi, connessioni alla rete, capacità di trasmissione, flessibilità, demand response, accumuli, raffrescamento, localizzazione e, soprattutto, scelte di priorità.
Il paradosso è chiaro: mentre usiamo i dati per ridurre sprechi e emissioni in mille processi, potremmo aumentare le emissioni “a monte” se l’energia che alimenta il calcolo non è pulita e disponibile quando serve.
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