Il progetto donna
La poesia surrealista e l’arte urbana condividono un comune gesto immaginario: rompere la superficie del reale. I frammenti lirici del Novecento trovano nuove forme espressive nei linguaggi visivi dello spazio pubblico, mantenendo intatta la loro carica simbolica e sovversiva.
6
Piccola favola
«Ah che follia, - disse l’abitante dell’anno vecchio, - il mondo diventa ogni giorno digitalmente più conosciuto e riconosciuto da tutti. All’inizio era così grande che mi faceva sorridere (e forse avevo un po’ di timore), correvo avanti e fui meravigliato di vedere finalmente a destra e sinistra riverberanti confini in lontananza, ma quei lunghi corpi (seducenti come braccia e gambe) si congiungono così in fretta che sono già nell’ultimo apparente profilo e l’immagine pubblicata è una trappola della IA in cui cadrò». «Devi sono cambiare direzione», disse l’anno nuovo, e se lo mangiò.
Ho fatto la mia solita folle shakerata da cocktail. Franz Kafka chissà se ne sarebbe deliziato... Ho preso il suo racconto “Piccola favola”, inserito tra gli “Abbozzi e frammenti” di una recentissima edizione de “I racconti”, splendidamente tradotta e curata da Daria Biagi per Einaudi (con un luccicante saggio finale di Massimo Cacciari), operando con una idea balzana. Ho sostituito (il gatto e il topo), il contesto (muri e stanze) e ho aggiunto un po’ di effetti speciali. Il finale è identico e facilita la visione sovrapposta del falso col vero (spesso coincidente).
È incredibile come la potenza diabolica di Kafka conduca a superare la soglia di quello “spazio infinito in cui navighiamo”.

Il reperto scultoreo giunto fino a noi ci aiuta a domandarci cosa e come stiamo guardando: in quale direzione? Con quale occhio? Quello “giusto” è rivolto al passato o al futuro? Forse l’orbita vuota è più efficiente di quella piena della tecnologia della percezione?
5
Assenza e presenza
La lingua impigliata? La polvere di stelle che luccica sotto l’ombelico? Le labbra bollenti? Togliendo la camicia ardente sussurri? Ti porgi? Poi torna da me e guardami. Quando il cuore si scioglie anche a basse temperature. Gli errori si sono introdotti nella vita come il mercurio nel termometro e non si nascondono, si umanizzano. Guarda l’irripetibile, la carezza come l’azzardo, il rischio come l’entusiasmo. Dentro di noi ci chiediamo perché piove solo fuori. La tua bocca, medusa rigonfia, giocoso novilunio virile nell’estate in ritardo, quando il mare sta evaporando. Avvicinare l’orecchio. Ecco il mio udito erotico. Selvaggina addomesticata e smaniosa, puledra senza pace, così (per) sempre. Che la tua risonanza sia profonda. Il tuo aspetto tropicale sbocca in me, impolverata e rovesciata come la terra e troppo umida per essere afferrata. Sono diventata pergamena fragile e bruciata, mosaico non protetto dalla sabbia, non coperto dal buio, mi sono allungata come un’abside per farti approdare, finalmente, su di me.
Katica Kulavkova, poetessa macedone, nei “Canti bisestili” di “Bramosia”, editi da Besa nella traduzione di Mariangela Biancofiore. Sono bellissimi. Tutti. Appare un’impronta dell’anima nel tracciato emotivo che irradia da un’intonazione illuminante. La bramosia è comportamento di creazione: è un paesaggio che si stratifica fino all’infinito.
Accenderai il fuoco e inghiottirai la brace e la polvere. Non capirò mai quale sia la differenza tra l’assenza e la presenza.
La lingua, la sua, la mia
la sua
la mia.

Andromeda, il mostro marino, Perseo su Pegaso: tre figure in azione e contemporaneamente la medesima possibile presenza. Turnando, nella vita, apparteniamo a ciascun ruolo. Forse diveniamo anche “catene” e “scoglio” alcune volte. Assenza e presenza divengono parti complementari. un accorgimento che viene con la consapevolezza degli anni.
4
La metamorfosi della ricostruzione
Sono il capo dei pirati su una vecchia nave a vela e i pirati sono i miei compagni di scuola. Mi trovo in una città dalle vie larghissime e per le strade circolano solo vigili urbani e poliziotti, poi passano secoli e io, da palo punito, arrugginisco. Mi trovo su un treno che corre lungo un rettilineo sopra un ponte gettato sul mare ad altezza vertiginosa. Sono insoddisfatto dello spettacolo e decido di restituire il biglietto. Mi trovo in collina mentre cade rapidamente la sera e di fronte a me un paese sta scomparendo nel buio, poi vedo una casa in fiamme. Ogni giorno devo fare un viaggio, l’orario dei treni è scomodo ma c’è una corriera, che però ha preso la forma di una nave. C’è un pacco che gira per casa, lo trovo ora su un mobile ora su un altro. Da un pezzo sto facendo anticamera da un medico poi perdo la giacca e la mia statura è diminuita, ho la bocca di Charlot, i baffetti sono tagliati cortissimi come fossero dipinti. Per scendere nell’aldilà bisogna infilarsi o lasciarsi infilare in una specie di imbuto, ma per fortuna la cosa è rapidissima. Su un grande foglio a riquadri sono stampate delle figure che lentamente si muovono e prendono corpo.
Lalla Romano scrive le sue “Metamorfosi” nel 1951, in una collana curata da Elvio Vittorini per Einaudi dal titolo oggi simbolicamente ironico: “I gettoni”. Sono 58 brevi trasformazioni, dislocamenti, traslazioni spazio_temporali suddivise in 5 parti. Un luogo della letteratura di una perfezione trasparente e intensa. Leggo, torno indietro e rileggo, e penso che vorrei che Lalla Romano scrivesse ancora.
La ricostruzione del nostro Paese è incessantemente in corso, non è mai terminata, perché la guerra (o ciò che di essa la mia generazione immagina possa accadere e non è apparentemente accaduto) adesso è a rate, omeopaticamente resa deglutibile in quel pensiero solubile, così perfettamente solubile, che quasi non pensi di averla mandata giù.
“Il sogno è la sua propria interpretazione”: così è scritto nel Talmud.

La scala è uno di quei percorsi orizzontali, ribaltati di 90 gradi, con cui la gravità del pianeta ci educa a costruire e ricostruire i nostri sogni.
3
Il linguaggio antico
Com’è esser donna?
Com’è sentire il vuoto fra le gambe e curiosità nella gonna, al vento estivo, e impudenza nelle natiche. Quand’è il tuo corpo di donna stesso a sognarti sul mio corpo di maschio? Imparare a rivolgermi alla tua vulva come fosse un viso, parlando il suo linguaggio antico, tramandato ad ogni generazione a memoria di libro. Il tuo corpo sembra catturato nella rete delle vene, un lenzuolo volato nella notte, poi noi in un disperdersi di muscoli, nell’amore estremo, nel paese dell’oltre-arcobaleno. I fili dei sogni ci riavvolgono nell’intrico di una rete mimetica, nessuno ci troverà.
E il vischio dei sentimenti? Il peso delle memorie? C’è un continente di tempo in cui le anime sono ancora annodate all’orizzonte e si stagliano. Sono stanco di porte, voglio finestre, solo finestre. C’è il sale, nella piccola saliera sulla tavola, e fuori tutto il sale del mondo. Le mie labbra, il tuo capezzolo, due bocche di pesce unite nella notte. Scodinzolo con la mia coda di sogni lanosi mentre ti addormenti e siamo tranquillissimi. Resta accanto a me e lascia fluire.
Sono le “Poesie” di Yehuda Amichai, curate da Ariel Rathaus per Crocetti editore. Sono poesie d’amore, di un “moderno Cantico dei Cantici” come scrive Ted Hughes nell’introduzione, in cui sembra di sentire ogni densità psicologica delle cose in una voce integra, che non si spezza, nello spogliarsi fra scivolii e carezze vestendosi di olio di oliva.
Adesso ricordo. In attesa della pioggia, come in una notte, quando il mondo gelò, il tuo corpo lungamente serbava il suo calore, come il mare. Eravamo sulla rena incrostata di erbe marine, e fino a sera ascoltammo testimonianze d’onde, ad una ad una, che venivano a dirci come avvenne… che ci “amammo”.

2
Toccare con la mente
Con la mia traiettoria istintiva rapida la vita si issa verso di me fra detriti frananti di un giorno esploso.
Le tue dita agguantano la mia appassionata anatomia in tesa assenza delle stelle sulla fiamma mugolante di un puro immenso trascinato bacio. Il vuole delle mani precipita nel deve. Non scostare da me le tue membra frementi, liscia le dolci tue tigri le lisce che s’insinuano adagio nei fiori di nuovi amalgami. Per la carne croccante stride il dente dell’amore. Addento la friabile crosta degli occhi. E le taglienti creste del cervello addentano amandole le mie. Mi fai male da morire perché i tuoi sorrisi accusano nella profonda nudità di ogni cosa, nella sassofona inflessione dei tuoi passi sdruccioli. È un fievole rumore quello che dai tuoi occhi in un istante lima la mia impazienza a un filo. E svengo per il tuo volto mentre non faccio che toccarti e la Y delle tue gambe ansima ancora… capisco che ti amo… sento il tuo corpo a un tratto prendermi con la velocità di un discorso bianco (il semplice istante di fame perfetta Sì) nuota così magnificamente!
Edward Estlin Cummings, in “Che cosa è per me la tua bocca” nella traduzione di Francesca Valente e Vincenzo Ostuni edito da Ponte alle Grazie. Sono 50 poesie, assemblate da George J. Firmage con 13 disegni del Cummings pittore, che verseggiano i lontanissimi segreti d’amore, dalla superficie carnale alla profondità sempre disinnocente di ogni rapporto.
Le parole per Edward Estlin Cummings vivono e si alimentano in più universi paralleli, scoprono semantiche dalle traiettorie inaspettate. Il pensiero concreto della corporeità e della carnalità si fa oggetto, strumento e azione, viaggio e condizione ambientale, cantiere edilizio e officina meccanica.
Le 50 sono vicino al mio letto e le rileggo con cadenza da crisi d’astinenza: posseggono la straordinaria capacità di insegnarmi come si “tocca con la mente”.
E poi lievemente si tocca e tocca finché non farai … di colpo un sorriso.
Danzerà la stella? enorme, fragilissima, la vedi? Ti prego tienimi. Stretta. Solo e sempre il tuo bacio mi prenderà.

Il rapporto tattile e l’azione aptica svelano la potenza della “dimensione nascosta” tanto cara a Edward T. Hall come a Cummings.
1
Il progetto donna
“La mia donna dai capelli di fuoco e di legna
Dai pensieri a lampi di calore
Dalla vita di clessidra…”
Lasciami sedurre dal desiderio!
Una confusa casualità che scaturisce dall’assenza di giustificazione, perché il “comportamento lirico” nell’amore diviene divinante, surrealista. Sono combinazioni repentine flagranti e sboccianti che catalizzano gli oggetti, che restano aggrovigliati nei ramificati sentieri del desiderio. Ogni parola/bellezza è convulsiva e le possibilità metaforiche surreali si accendono, divampano, come prodotte da mani incantatrici e irradianti. L’amore, che per molti è coperto da “mantelli di ciottoli” o sigillato da “inferriate dell’universo”, scopre la sua “capacità di occultamento”. Quella dolcissima “incomprensione provvisoria”, che ne determina spesso un “delirio interpretativo”, è dilatata, perché ogni immagine diviene “una creazione pura dello spirito”.
È una poesia della raccolta “L’union libre” del 1931 di André Breton(1896-1966). Poeta eretico, profetico, utopico, apologetico, che con le sue liriche folgoranti, di una immaginazione lussureggiante, sperimenta e descrive manifestatamente la potenza surrealista. La mia donna è in forme tangenziali quanto enigmatiche. La mia donna è una ricerca degli “stati contagiosi di pensiero” (Julien Gracq). La mia donna è il meraviglioso “precipitato del desiderio”.
La mia donna sembra parte di continue confessione psicoanalitiche. La mia donna è una perfetta quanto irreversibile combustione. Perché “proprio al fondo del crogiolo umano, in quella regione paradossale dove la fusione di due esseri restituisce” (L’Amour fou) qualcosa di sconosciuto arrivano “i baci di soccorso”. Non so dire perché le “altalene hanno ripreso ad oscillare” o perché Breton “abbandona per l’inumano le singolari scoperte umane che cominciava a fare” (Jean Paulhan) ma resta il fatto che, anche se tutto appare oggi tremendamente oggettificate, in ogni tratto lirico non c’è nessuna disattenzione, nessuna distrazione.
E forse è questo che piace immensamente ancora.
La traduzione delle “Poesie” è di Giordano Falzoni nella edizione Einaudi del 1967.
“…
La mia donna vita di lontra tra i denti della tigre
La mia donna dalla bocca a coccarda e a mazzolino di stelle d’ultima grandezza
Dai denti a impronta di topo bianco sulla terra bianca
Dalla lingua d’ambra e vetro strofinati
La mia donna dalla lingua ad ostia pugnalata
Dalla lingua di bambola che apre e chiude gli occhi
Dalla lingua di pietra incredibile
La mia donna dalle ciglia da aste di scrittura infantile
Dalle sopracciglia a bordo di nido di rondine
La mia donna dalle tempie d’ardesia di tetto di serra
E di vapore che appanna i vetri
La mia donna dalle spalle di champagne
E a fontana con teste di delfini sotto il ghiaccio
La mia donna dai polsi di fiammiferi
La mia donna dalle dita d’azzardo e d’asso di cuori
Dalle dita di fieno tagliato
La mia donna dalle ascelle di martora e di faggiuola
Di notte di San Giovanni
Di ligustro e di nido di scalari
Dalle braccia di schiuma di mare e di chiusa
E di miscuglio del grano e del mulino
La mia donna dalle gambe a razzo
Dai movimenti d’orologeria e di disperazione
La mia donna dai polpacci di midollo di sambuco
La mia donna dai piedi a iniziali
Dai piedi a mazzi di chiavi dai piedi a calafati che bevono
La mia donna dal collo d’orzo imperlato
La mia donna dalla gola di Val d’Or
Di appuntamenti nel letto stesso del torrente
Dai seni di notte
La mia donna dai seni di cunicolo marino
La mia donna dai seni di ganga di rubino
Dai seni di spettro della rosa sotto la rugiada
La mia donna dal ventre di apertura di ventaglio dei giorni
Dal ventre ad artiglio gigantesco
La mia donna dalla schiena di uccello che fugge in verticale
Dalla schiena di argento vivo
Dalla schiena di luce
Dalla nuca a sasso levigato e a gesso bagnato
E a caduta di bicchiere nel quale s’è appena bevuto
La mia donna dalle anche di navicella
Dalle anche a lampadario e a penne di freccia
E a nervature di piume di pavone bianco
A equilibrio insensibile
La mia donna dal culo di gres e d’amianto
La mia donna dal culo di dorso di cigno
La mia donna dal culo di primavera
Dal sesso a gladiolo
La mia donna dal sesso a giacimento aurifero e ad ornitorinco
La mia donna dal sesso d’alga e di dolciumi di un tempo
La mia donna dal sesso di specchio
La mia donna dagli occhi pieni di lacrime
Dagli occhi a panoplia violetta e ad ago calamitato
La mia donna dagli occhi di savana
La mia donna dagli occhi d’acqua da bere in prigione
La mia donna dagli occhi di bosco sempre sotto l’ascia
Dagli occhi di livello d’acqua di livello d’aria di terra e di fuoco”

Tutto corrisponde dopo lo scorre di quasi un secolo. I frammenti mistileni della lirica surrealista con i gesti dei murales degli anni Ottanta. Ironie e assonanze del progetto donna.
Dalla rubrica «Marcello Balzani: tra Parola e Immagine»
C’è un numero che, più di altri, incarna l’idea di equilibrio e compiutezza: sei. È il primo numero perfetto, perché somma dei suoi divisori (1, 2, 3), ma è anche la metrica dell’esametro omerico, che ha guidato per secoli il racconto del viaggio, del mito, dell’umano.
A questo numero si ispira la struttura di “Perfetto Sei”, una rubrica che raccoglie i testi di Marcello Balzani come pensieri in cammino, intrecciati a immagini e citazioni che non illustrano, ma evocano, non spiegano, ma interrogano.
Il titolo è anche un gioco di specchi: si può leggere come “Sei perfetto”, allusione alla somiglianza divina dell’essere umano, fatto — secondo la tradizione — a immagine di Dio. Un invito, forse, a riscoprire nel frammento la traccia di un’armonia nascosta.
Ogni articolo della rubrica ospita progressivamente sei pensieri. Sei come unità compiuta, come sequenza che diventa ciclo. Quando l’articolo si completa, ne nasce uno nuovo. E ogni nuovo inizio si pone in cima alla serie, come il primo passo di un nuovo viaggio. L’intero progetto si dispiega così in una serie aperta di cerchi perfetti, ognuno con il proprio tema originario e la propria traiettoria di senso.

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