Restare umani è infrangere un limite
L’architettura è l’arte di far combaciare gli estremi: pieno/vuoto, luce/ombra, prestazione/bellezza. Come in Pinter e nei “tanghi” di Carson, il progetto cuce crepe luminose trasformando la ferita in giunto, il conflitto in dettaglio costruttivo. L’involucro diventa interfaccia che governa l’ambiguità e la rende spazio abitabile.
6
Il tempo del non ancora
Ognuno è se stesso prima di pensare. Ma, e poi? Inginocchiarmi, accovacciarmi tra le sue braccia. Lo stridio d’un primo desiderio, portami con te, portami con te, ma dove? Sapevo che era vera per il rumore delle conchiglie sbriciolate sotto i suoi piedi. Caos e inquietudine e il mare schiumava selvaggio. Sabbia sottile vola bianca verso le onde, neve ai piedi. Non capisco niente, le parole volano via tra le onde come schiuma. A ogni riva come frangenti, sempre pensando a te, un cielo come corpo, insieme… Ma per il resto tutto è in ordine. Sai camminare sull’acqua? Sento il tuo nome muoversi, (tenersi per mano): non rispondere è sempre una risposta. Cos’è l’immediatezza? Contatto, la mano sulla pelle, il senso di vicinanza che non tollera un oltre. Donne in forma di leone, unicorni, capaci di bere la pietra, aggrappate alla sabbia. Sono un uomo di vento. Imparo i segni a memoria e li trascrivo nella sabbia. Dormo nel mio corpo d’aria... Sono un uomo che voleva volare in un tempo del non ancora.
33 poesie in schema metrico di Cees Nooteboom, ne “L’occhio del monaco”, tradotte accuratamente dall’olandese da Fulvio Ferrari per Einaudi. Sono poesie increspate di materiale onirico condensato nel mare e nella nebbia di un’isola. Tutto è permesso: animali estinti, razze stellate, cacciatori di relitti, la carpa che diventa balena. Vengono direttamente dalla tua giovinezza, sono parte del tuo segreto, quel fuoco in lontananza... Ma attenzione, sognatore, cadrai giù come un sasso. C’è sempre un bottino nel cielo notturno, racconta di chi volevi diventare e chi non sei diventato.
Volevo volare da piccolo e nei sogni volavo. Ero steso nel letto (dormivo nel mio corpo d’aria direbbe Nooteboom), sollevavo le braccia e mi libravo in aria su lentamente, sopra le cose. Poi, con molta tranquillità, uscivo dalla finestra. Ho volato per anni. Ora, da grande, sono in quel sogno solo quando nuoto nel mare. Anch’io sono un uomo che sapeva volare in un “tempo del non ancora.”

Questa straordinaria lastra grande più o meno come un foglio A3 utilizza le venature naturali per caratterizzare il contesto tratto da un celebre canto dell’Orlando Furioso di Ludovico Ariosto.
Nei miei sogni l’ippogrifo (specie ibrida più del Pegaso alato, nato dalla testa mozzata della Medusa) era un altro animale della fantasia/realtà alla Cees Nooteboom.
“Ognuno è se stesso prima di pensare.”
5
L’intimità della distanza
Corpo e anima sono collegati da una radice comune e non si può in nessun modo separarli. La natura dell’animo e dell’anima è corporea. L’anima si intreccia così intimamente alle vene, alle viscere, ai nervi e alle ossa… Nell’atto di Venere le affinità possono variare moltissimo: i densi devono unirsi ai fluidi e i fluidi ai densi. L’amore è l’unico evento in cui più è grande il possesso e più il nostro cuore viene accesso da un desiderio insaziabile. Avidamente si incatenano i corpi, mescolano le loro salive, confondono i loro respiri, mordono a sangue le labbra. Cercano di capire cosa vogliono davvero… avvinghiati negli stretti nodi di Venere. Invitati a percorrere fino in fondo il cammino dell’amore. Perché i sensi non si ingannano mai e l’inganno può essere solo della ragione che li interpreta.
Milo De Angelis traduce il “De rerum natura di Lucrezio” per Mondadori. Una scoperta rinascimentale, che si deve a Poggio Bracciolini, che “cambierà la nostra visione del mondo”. De Angelis propone (nel sodalizio di una vita con gli esametri di Lucrezio) una recentissima versione capace di accogliere “l’intimità della distanza”, rendendo un testo che assume il ruolo “decisivo” della parola. Lucrezio è “fuori tempo, fuori modo, fuori luogo” e forse per questo indelebile e duraturo. La sua “profondità introspettiva” aiuta a scorgere la condizione umana nell’illimitato universo, che sceglie di descrivere.
Quando venne pubblicato presi la decisione che, nel mese del segno del fuoco e che mi alimenta senza spegnersi mai, il “De rerum natura” sarebbe stato il mio libro da rileggere ancora; perché sento, come Lucrezio, che non sono arrivato con una fune d’oro scesa dal cielo ma generato e nutrito dalla forza della terra e non c’è migliore abitudine che quella di trascorrere il tempo raccogliendo il suo testimone. E poi l’abitudine si sposa con l’amore; e alle piccole insistenze, lievi ma ripetute e quotidiane, non c’è nessuno che resista.
“Non vedi che anche gocce, che cadono di continuo, a lungo andare finiscono per scavare persino una roccia?”

Cosmogonie ancestrali, che sarebbero piaciute a Lucrezio, trasformano lo straordinario spazio modernista di Oscar Niemeyer, che subito si adatta.
4
Le stanze della memoria
“Oggi ancora, lei,
mentre in segreto fissa lo specchio
dov’è la mia immagine riflessa – io le sto alle spalle –
rivedo tremante, confusa,
illanguidita dal ritegno,
inebriata, seducente.”
Ci sono stanze diverse da ogni altra stanza.
Stanze che appartengono all’amore e che per sempre lo saranno nel nostro ricordo. Gli occhi sono rivolti attorno per cercarci e le pareti si annullano nella penombra (o ugualmente nel sole). È una febbre. Lo sappiamo. Una febbre d’amore e di memorie. In queste stanze esistono arredi di una “malizia incantevole” che permettono, ora come allora, di raggiungerci nell’anima del ricordo. Sarà stato il “corpo tremante confuso dal sapore dell’apprensione” o quel “profumo soave irresistibile” non so, ma ancora oggi nel mio cuore “scintillano” quelle pareti come fossero colme di labbra o di “dolci sorrisi diffusi”.
Sono incredibili quanto mitiche “Le stanze dell’amor furtivo”, attribuite al poeta indiano Bilhaņa, che le scrisse intorno all’anno Mille o poco più in là, per il re Vikramāditya VI sovrano della dinastia Cālukya che regnava sul Deccan. Queste “cinquanta strofe del ladro” descrivono un uomo, maestro di letteratura, che chiede sul patibolo un ultimo desiderio prima dell’arrivo della lama luccicante del boia e usa questo tempo per recitare le “ultime poesie”… nel silenzio ammaliante della “parola” e facendo rivivere a tutti ogni incanto. È in attesa di essere giustiziato perché il re ha scoperto che dedicava tempo alla sua figlia non solo per istruirla ma anche per innamorarsi di lei, la bellissima principessa. Sono incantesimi. Puri incantesimi: “mentre ostinata mi stringe contro i seni – io le ferisco le labbra coi denti -, senza sguardi gli occhi socchiusi come boccoli, la sua bocca che versa singulti infiniti di dolce pena ricordo”.
“Le stanze” le potete trovare in una curatissima edizione di Marsilio eseguita da Giuliano Boccali di cui io proteggo la prima edizione del 1993, vicino al mio letto.
Scusate, un inciso finale. La leggenda recita che l’amante-ladro venga sottratto alla morte, come scrive Boccali, “per la forza con cui sa ricordare poeticamente l’amore, proprio quello vietato, che il destino gli ha offerto”. Un finale salvifico tipicamente indiano, che ci ricorda anche come tutti abbiamo nel cuore le nostre stanze in cui sono racchiusi questi “incantesimi della memoria”, liberati dal tempo e dal possesso.
A volte e sufficiente cercarle e aprirle alla verità dell’amore.
“Oggi ancora, quel volto,
gli occhi che vincono le stelle luccicanti,
lo splendore chiaro più vivido per l’olio di sandalo
a tocchi lievi,
la distesa delle guance deliziosa di strie curve di muschio,
se per un attimo fermo nella mente…”

“Oggi ancora, lei, gli occhi ampi come petali di loto, i batticoda umiliati dallo scintillio diffuso dei suoi occhi, contemplo, sollievo per colui che è oppresso da amore e memorie come erba celeste di vita, la figlia del signore di uomini.”
3
L’invisibile della rappresentazione
A volte cerchiamo il diavolo. Non so se è il mostruoso che da piccolo esorcizzavo in tanti disegni trapiantati nel tergo bianco di calendari abbandonati (appena scaduti) da mio padre (che ne era collezionista inconsapevole). Oppure se proviamo ad individuare nel campo invisibile il filo teso dagli efesini tra città e tempio dedicato ad Artemide. Tanto i mostri (anche se non chiamati al telegrafo) entrano lo stesso e nel pensiero mitico e prelogico ogni epifania del bene si accompagna sempre a quella del male. Frammenti opposti, gratificanti e disturbanti, per innescare l’incantesimo in cui “si dissolve la concretezza della natura e della storia umana”. Perché è quell’invisibile della rappresentazione così capace di ammaliare? E il “non retinico” sbarca sul pianerottolo, scrive messaggi “automaticamente alla André Breton” sul cellulare, depila ogni resurrezione del buonsenso, poiché nella “normalità” ci sguazza. Fluttuante per forza magica ed illusione dell’esistenze, inforca il suo “veicolo” magico-salvifico e ipnotizza la razionalità. Adesso lo sfondo è in fiamme e il precipizio in primo piano. Cosa mi stai dicendo? Scrivi quando torni! Non aspettare che il “mostro immenso” dall’occhio unico ricostruisca la sua dinastia defunta nel tuo sogno.
Saprai districare i complessi nodi di Circe? È un nodo femminile, penetra come una stretta danza, deve saldare un legame. Nell’isola di Eea l’antica parente di Ištar non è mai (lo sai bene) morbida. Forse Ermes, che ama le cose nascoste e che non possiamo vedere, saccheggia (ancora) ogni scintillio delle nostre pupille…
Volete divertirvi? Prendete “Il diavolo” del grande Alfonso di Nola, “Hybris” di Jean Clair e “La mente colorata” di Pietro Citati e fate un bel caffè shakerato, utile per stare attentamente svegli in queste notti che ci accompagnano all’inverno, che è porta dell’Averno, come lo chiama Luise Glück.
Ricordo quel suo bellissimo verso: “Devi chiedercelo; dov’è che nevica? Bianco della dimenticanza, della profanazione – Nevica sulla terra; il vento freddo dice Persefone sta facendo sesso all’inferno.” Se Persefone è distesa sul letto di Ade, cosa c’è nella sua mente? Molti anni fa, quando i “gruppi” formavano il destino relazionale degli adolescenti al posto dei social, in quello a cui appartenevo concretizzammo la pazza idea di truccarci e travestirci da diavoli e diavolesse per infestare le vie della nostra località balneare nella sera e nella notte che attende il Ferragosto. Eravamo tanti e fu memorabile. A volte “l’indeterminato può ricostruirsi in determinato”. A volte una straordinaria affinità può accendere una notte, come una vita. Che siano le due realtà accostate? Quelle di cui scrive André Breton su “Nord-Sud” nel 1918? “L’immagine è una creazione pura dello spirto. Non può nascere da un paragone, ma dall’accostamento di due realtà più o meno distanti. Più i rapporti delle due realtà accostate saranno lontani e giusti, più l’immagine sarà forte – e più grande sarà la sua potenza emotiva e la sua realtà poetica.”
Cosa stiamo cercando? Un’anima frantumata dalla tensione di appartenere alla terra? Le volte dei soffitti decorati sono le costellazioni dell’estate, dai nomi che oggi abbiamo dimenticato? Perché tutte queste contraddizioni?
2
Far combaciare gli estremi
“Era un uomo reticente. Parlava poco e pensava sempre. Ma il guaio era… che il suo passo seguiva il suo pensiero. Se il suo pensiero era lento avanzava come se stesse guadando un fiume di fango o come se stesse cercando di uscire da un barattolo di marmellata di albicocche. Se invece era veloce andava come una saetta, non riuscivi a stargli dietro, eri ancora in ginocchio sul marciapiede mentre lui aveva già varcato l’orizzonte in un lampo. La sua compagna di letto, chiunque fosse, mi ha sempre fatto una gran pena.”
Far combaciare gli estremi. Rimanere incastrati a metà strada. Incerti in qualche rovescio. Nei banchi di nebbia o nel chiaro di luna perenne e terso. Oppure nel buio per sempre sarà meglio?
Brindiamo a tutti quelli che si sono persi per strada!
Devi solo aspettare che cali la luna.
Sono parole messe in bocca a Andy parlando di Ralph.
È il teatro di Harold Pinter (1930-2008 e Nobel per la Letteratura nel 2005) con “Chiaro di luna”, rappresentata la prima volta a Londra nel settembre del 1993. In teatro, diceva Pinter, “la verità è sempre elusiva ma il desiderio di raggiungerla è inalienabile... è inarrestabile. Non si può né rimandare né rinviare”. L’ostilità dei personaggi allo svelamento. L’ambiguità del linguaggio. Il gioco continuo dei ruoli da stravolgere e manipolare. E le parole annegano in un silenzio.
Far combaciare gli estremi.
Nulla di eterogeneo.
Niente di casuale.
Far combaciare gli estremi prevede di avere il controllo della struttura formale e spaziale. Quanti strumenti. Quante regole per far coincidere un po’ di senso comune con un ragionamento astratto. Come per una sequenza di istruzioni di input da offrire in pasto ad un algoritmo di apprendimento automatico tutto appare così eterogeneo e causale….
1
Restare umani è infrangere un limite
Una ferita emana luce propria. Se tutte le ferite venissero spente potresti fasciare questa ferita con ciò che ne rifulge. Guarda come rifulge anche la parola!
Fedele a niente quest’uomo. Perché allora l’ho amato? Bellezza. La bellezza persuade. Rende il sesso possibile. La bellezza rende il sesso, sesso. La gelosia. La tensione colava dalle pareti, dal soffitto. Lo odio sul serio. Vieni qui. No. Ho bisogno di toccarti. No. Sì. La sua amante di allora doveva sospirare, imbronciarsi e restare in adorazione. La sua idea esatta di “amante” … L’innocenza è solo un altro travestimento della bellezza? Poteva illuminare intere architetture (di minacce). La sera che mi informò io ero vestita di fiamme in caduta libera (dal cielo). La gelosia può sbranare il cuore di un cuore: tu vuoi una vita pulita io vivo una storia vecchia e sporca. Allora mi dileguo. Casta e astuta. Può una mente immaginarsi dentro un’altra, come scriveva Keats annotando il “Paradise Lost” di Milton? Perché elevarlo a divinità e lì congelarlo? Un odore che non dimenticherò mai. Abbandonarsi come pavoni. Come nuotare in un torrente veloce. C’è qualcosa dai bordi puri e incandescenti nella prima infedeltà. Lacrime. Crepe dove il muro viene colpito. Luci accese a tarda notte. Ricatti del profondo. Quesiti algebrici. Poi il sesso meglio di qualsiasi forma di discorso. Il raddoppiamento del desiderio. Il potere dell’inspiegato. Sarà la parte del diavolo? Se riuscissi a ucciderti poi dovrei creare un altro identico a te. Perché?
Ricordo in un autunno di un anno fa in libreria Feltrinelli un espositore con sopra stampata a caratteri rossi una frase che suonava: “A chi avremmo dato il Nobel noi”. Dentro i libri di Anne Carson. Qui, con le mie parole, brani del suo saggio (lirico) romanzato in 29 tanghi dal titolo “The Beauty of the Husband” tradotto da Chiara Spaziani per La Tartaruga editore.
Un libro dedicato a John Keats che racconta (rotolando e avvolgendo e strappando) dell’INIZIO e della FINE di un amore. Anna Carson diventa una ballerina di tango e i passi di danza sono rapimenti e tradimenti. Il tango è una visione del mondo. Il tango è sentimento e intelligenza. Il tango è furia e seduzione, ma anche leggenda. I 29 “tanghi” di questo testo mistilineo e intrecciato sono dedicati, oltre a John Keats, a Omero, Charlotte Brönte, Kenzaburō Ōe, George Battaile, Platone, Claude Levi-Strauss, Tucidide, Johan Huizinga e Samuel Beckett. Leggetelo, anche se sono passati ormai 25 anni da quando è uscito, rimane un libro bellissimo, quasi leggendario. Sapete, alcuni tanghi fanno “finta” di essere sulle donne…
In questo mondo dove il sovraumano è alle porte e la domanda su cosa possa esserci al di là dei limiti umani, attraverso la realizzazione di macchine che possono essere in grado di capire cose incomprensibili, diventa una domanda che ha senso porsi, forse il tentativo di risposta, che presenta Anne Carson, è più intimamente concreto di quanto si possa immaginare.
“Restare umani è infrangere un limite. Ti piacerà se ci riesci. Ti piacerà se ci provi. Cos’è che connette davvero le parole e le cose? Lui la cercò. La cercò ovunque. Nella nudità della sua immaginazione.”
Anche nel caso di “Blade Runner” un amore che si potrebbe ascrivere tra quelli che recitano: “restare umani è infrangere un limite”! Ricordo di aver letto, tra le tante stupende parole di questo libro di Anne Carson, una frase che dice: “il cuore non è una piccola pietra da far rotolare di qua e di là. La mente non è una scatola da serrare in un lampo.”
“Il raddoppiamento del desiderio è l’amore e il raddoppiamento dell’amore è la follia.”
Dalla rubrica «Marcello Balzani: tra Parola e Immagine»
C’è un numero che, più di altri, incarna l’idea di equilibrio e compiutezza: sei. È il primo numero perfetto, perché somma dei suoi divisori (1, 2, 3), ma è anche la metrica dell’esametro omerico, che ha guidato per secoli il racconto del viaggio, del mito, dell’umano.
A questo numero si ispira la struttura di “Perfetto Sei”, una rubrica che raccoglie i testi di Marcello Balzani come pensieri in cammino, intrecciati a immagini e citazioni che non illustrano, ma evocano, non spiegano, ma interrogano.
Il titolo è anche un gioco di specchi: si può leggere come “Sei perfetto”, allusione alla somiglianza divina dell’essere umano, fatto — secondo la tradizione — a immagine di Dio. Un invito, forse, a riscoprire nel frammento la traccia di un’armonia nascosta.
Ogni articolo della rubrica ospita progressivamente sei pensieri. Sei come unità compiuta, come sequenza che diventa ciclo. Quando l’articolo si completa, ne nasce uno nuovo. E ogni nuovo inizio si pone in cima alla serie, come il primo passo di un nuovo viaggio. L’intero progetto si dispiega così in una serie aperta di cerchi perfetti, ognuno con il proprio tema originario e la propria traiettoria di senso.
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