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Kevin Roche, biografia e opere di un architetto silenzioso

Nel secondo Novecento l’architettura affronta il nodo tra monumentalità e uso pubblico. Kevin Roche risponde con un metodo pragmatico, attento al contesto, alla luce naturale, alla scala urbana e al comfort degli spazi. Dai musei alle sedi corporate, i suoi edifici interpretano l’involucro e la forma come strumenti di responsabilità civile e durata nel tempo.

Kevin Roche: architettura civile, responsabilità pubblica e progetto urbano

Kevin Roche (1922–2019), premio Pritzker nel 1982, è stato una delle figure più influenti e al tempo stesso più riservate dell’architettura del secondo Novecento. 

Nato a Dublino, Eamonn Kevin Roche si forma all’University College Dublin, dove completa gli studi nel 1945. Dopo alcune esperienze professionali in Europa, negli studi di Michael Scott, Maxwell Fry e Jane Drew, nel 1948 si trasferisce negli Stati Uniti per studiare con Mies van der Rohe all’Illinois Institute of Technology di Chicago. L’incontro con Mies è importante, ma breve: Roche resta solo un semestre, attratto sì dal rigore dell’“assoluto” miesiano, ma già in cerca di un’architettura più attenta alla dimensione umana e civile.

La svolta arriva con l’ingresso nello studio di Eero Saarinen, dove viene rapidamente coinvolto nei principali progetti e diventa Principal Design Associate. In quegli anni incontra anche John Dinkeloo, ingegnere e futuro socio, con il quale formerà una delle coppie più solide e produttive dell’architettura americana del tempo. Alla morte improvvisa di Saarinen, nel 1961, lo studio viene rilevato da Joseph Lacy, John Dinkeloo e Kevin Roche, e tocca proprio a Roche portare a termine i dodici grandi progetti rimasti in corso: tra questi il TWA Flight Center al JFK di New York, il terminal dell’aeroporto di Dulles in Virginia, il Gateway Arch di St. Louis, la sede della CBS a New York, il quartier generale della Deere & Company a Moline, i Bell Laboratories a Holmdel, il Vivian Beaumont Theater al Lincoln Center e i college Ezra Stiles e Morse a Yale.

Per vincoli contrattuali, il nome di Saarinen resta a lungo sulla porta dello studio, ma nel 1966 l’attività assume finalmente la denominazione di Kevin Roche John Dinkeloo and Associates. Già nel 1961, però, Roche e Dinkeloo avevano vinto un concorso decisivo: quello per l’Oakland Museum, battendo altre 37 firme. È l’inizio della carriera autonoma di Roche come uno degli architetti più versatili, prolifici e riconosciuti del suo tempo.

 

Fotografia dell’architetto irlandese-americano Kevin Roche (1921–2019) a casa di Balthazar Korab, a Birmingham, Michigan.
Architetto irlandese-americano Kevin Roche (1921–2019) a casa di Balthazar Korab, a Birmingham, Michigan. (Balthazar Korab Archive (Library of Congress) fonte: wikipedia)

  

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Mark Noonan, autore del documentario Kevin Roche: The Quiet Architect, ha colto con precisione il suo profilo: lontano dai clamori mediatici, ma assolutamente centrale come progettista, Roche ha costruito un’opera vasta, coerente nella sua apparente disomogeneità, e profondamente radicata nell’idea di responsabilità pubblica dell’architettura.

  

Un’architettura senza etichette

Roche ha sempre respinto le classificazioni rigide. Né modernista ortodosso, né postmoderno, né formalista. Il suo metodo parte dal problema e dal contesto. Parlando della sede della General Foods a Rye, nello Stato di New York, disse: “Non è post-moderna o pre-moderna. È semplicemente la cosa più ovvia che potessi fare”. In questa frase si concentra il suo approccio: l’architettura come risposta specifica a una situazione reale, non come applicazione di uno stile.

C. Ray Smith ha scritto che Roche “dimostra una capacità di problem solving per ogni situazione, producendo opere di forte individualità e grande varietà stilistica”. Ed è vero: il suo lavoro è attraversato da un doppio binario costante, quello di una forte identità formale e quello di una straordinaria attenzione al dettaglio. Ma il dettaglio, in Roche, non diventa mai un feticcio da ripetere: è sempre parte integrante della forma, non una firma da esibire.

Questo dualismo deriva anche dalla sua formazione: dall’umanesimo di Saarinen all’assoluto di Mies, due poli apparentemente opposti che Roche riesce a tenere insieme in un equilibrio personale, fatto di monumentalità controllata e di attenzione quotidiana all’uso degli spazi.

 

L’orizzontale e il verticale

Una chiave di lettura importante del suo lavoro è il rapporto tra architettura orizzontale e verticale. L’Oakland Museum resta uno degli esempi più radicali: un complesso di strutture basse in cemento, articolate su più livelli, dove ogni terrazza è il tetto di quella sottostante, fino a trasformare il museo in un vero e proprio paesaggio abitabile. Non un oggetto isolato, ma un sistema urbano, quasi un parco costruito.

Lo stesso approccio si ritrova in molte sedi corporate e istituzionali: dalla Deere & Company a Moline alla General Foods a Rye, fino al Coliseum di New Haven (poi demolito), dove la relazione tra spazio pubblico, massa edilizia e infrastruttura diventa il vero tema del progetto.

Sul fronte dei grattacieli, Roche parlava di una “semplice elaborazione del sistema colonna”. Ma dietro questa apparente semplicità si nasconde una notevole varietà espressiva: dall’United Nations Plaza alla sede della J.P. Morgan a New York, fino al 750 di 7th Avenue, nel cuore di Times Square, dove il coronamento vetrato diventa un segno urbano capace di dialogare con il paesaggio mediatico e visivo della città. Qui Roche anticipa, a suo modo, la stagione delle silhouette enfatizzate che caratterizzerà molti grattacieli successivi.

 

La Ford Foundation e la città come interno

Se c’è un edificio che sintetizza la visione di Roche, è la Ford Foundation a New York (1968). All’esterno un volume compatto e severo; all’interno, un enorme atrio-giardino di dodici piani: una serra urbana, uno spazio pubblico inatteso, un frammento di natura incastonato nella metropoli. Qui l’ufficio non è più solo luogo di lavoro, ma parte di un ecosistema urbano che include socialità, pausa, attraversamento, tempo libero.

 

Ford Foundation Building a New York.
Ford Foundation Building a New York. (Jim.henderson fonte: wikipedia)

 

Paul Goldberger ha descritto Roche come “un progettista brillantemente innovativo, capace di essere inventivo senza cadere nella trappola dell’eccessiva teatralità”. Anche nei suoi gesti più forti, infatti, l’architettura di Roche resta misurata, controllata, mai compiaciuta. È un’architettura che, per usare una sua espressione, dice sempre “Here I am”, ma senza alzare la voce.

 

Metropolitan Museum of Art

Il lungo intervento di Kevin Roche e dello studio KRJDA sul Metropolitan Museum of Art, iniziato nel 1967 e proseguito per quasi mezzo secolo, rappresenta uno dei più complessi e duraturi esempi di master planning museale del Novecento. L’obiettivo non era solo ampliare il museo, ma costruire una strategia capace di integrare nuove gallerie, spazi curatoriali e amministrativi, depositi e sistemi di circolazione, senza mai interrompere la vita quotidiana dell’istituzione e nel pieno rispetto di un edificio storico di straordinario valore.

 

Metropolitan Museum of Art. Kevin Roche
Metropolitan Museum of Art. (Kevin Roche John Dinkeloo and Associates- KRJDA ARCHIVE)

 

Originariamente concepito come “edificio nel parco”, il Metropolitan aveva rivolto i suoi primi ingressi verso Central Park. Con la costruzione della Great Hall di Richard Morris Hunt nel 1903, l’asse principale si spostò su Fifth Avenue, assumendo un carattere monumentale e classico, poi completato dagli interventi di McKim, Mead & White. Roche sceglie di non prolungare questo linguaggio verso il parco, ma di introdurre un’architettura più affine a quella dei giardini: una sorta di serra urbana, in dialogo con il verde, che crea una transizione netta ma fertile tra monumentalità classica e architettura “da paesaggio”.

Il progetto inizia con la trasformazione dello spazio antistante il museo in una vera piazza urbana, organizzata da una grande scalinata terrazzata che conduce alla Great Hall restaurata. L’asse d’ingresso viene ulteriormente rafforzato dal Lehman Pavilion, con il suo cortile illuminato dall’alto. Le nuove ali – dalla Sackler Wing per il Tempio di Dendur alla Michael C. Rockefeller Wing, fino alla nuova American Wing e alle Wallace Galleries – rispondono all’esigenza di grandi spazi espositivi, mentre tra vecchio e nuovo si inseriscono corti e spazi di pausa, pensati come momenti di respiro per il visitatore.

Ne risulta un museo che cresce per stratificazioni, mantenendo le grandi altezze e la monumentalità del Metropolitan, ma adattando ogni galleria alle opere che ospita, spesso attraverso un uso sapiente della luce naturale. Il master plan del 2000 consolida questa visione, guidando l’espansione futura in modo ordinato e poco invasivo.

Questo lavoro, durato oltre 45 anni, non è solo un’impresa architettonica, ma anche una prova di fiducia reciproca tra il museo e Kevin Roche: un raro esempio di continuità progettuale che ha trasformato il Metropolitan senza mai tradirne l’identità.

 

Metropolitan Museum of Art.
Metropolitan Museum of Art. (Kevin Roche John Dinkeloo and Associates- KRJDA ARCHIVE)

  

Una pratica lunga mezzo secolo

Dopo la morte di John Dinkeloo nel 1981, Roche continua lo studio con lo stesso nome, affiancato da Philip Kinsella e James Owens, che assumono la responsabilità della gestione tecnica e dei progetti. Nel corso della sua carriera, Roche progetta 38 sedi istituzionali e corporate, 8 musei e numerosi altri edifici: centri per le arti, teatri, centri congressi, laboratori di ricerca, edifici universitari per sei atenei, fabbriche, abitazioni e persino il Central Park Zoo di New York.

Per 47 anni è l’architetto del Master Plan del Metropolitan Museum of Art, disegnandone tutte le nuove ali e riallestendo molte delle collezioni: un lavoro enorme, continuo, fatto di stratificazioni, compromessi e scelte spesso difficili, che mostra forse meglio di ogni altro la sua idea di architettura come servizio pubblico.

Roche era abilitato in 20 Stati americani e certificato dal National Council of Registration Boards. I suoi progetti sono stati realizzati in 18 Stati degli USA, in sei Paesi europei, sei asiatici e anche in Egitto. Il suo lavoro è stato oggetto di mostre al MoMA, all’Architectural Association of Ireland e all’American Academy and Institute of Arts and Letters. Nel 2011 la mostra Kevin Roche: Architecture as Environment, alla Yale School of Architecture, ha ripercorso in modo sistematico la sua opera.

 

Un’eredità discreta, ma profonda

Roche ha vissuto e lavorato a Hamden, nel Connecticut, dal 1961 fino alla morte, insieme alla moglie Jane e ai loro cinque figli. Dopo la sua scomparsa, nel 2019, lo studio si è trasferito a New Haven e oggi continua l’attività con il nome di Roche Modern, sotto la direzione del figlio maggiore, Eamon Roche. Nel 2022, centenario della sua nascita, i figli hanno istituito il Jane and Kevin Roche Scholarship Fund per sostenere i giovani architetti all’inizio del loro percorso.

Il suo pensiero è forse riassunto al meglio da una sua frase: “Costruire bene è un atto di pace. Speriamo che non sia vano.” In un’epoca spesso dominata dall’immagine e dall’urgenza del gesto spettacolare, l’opera di Kevin Roche resta come testimonianza di un’architettura civile, responsabile, capace di essere monumentale senza perdere il senso della misura, e innovativa senza smarrire il legame con la città e con le persone.

 

L’architettura è un risultato che nasce dall’impegno del committente e dalla comprensione dell’architetto che l’opera dovrà rispondere non solo ai bisogni immediati, ma anche alle preoccupazioni più ampie della comunità, al contesto naturale e culturale, e alla responsabilità finale non solo verso l’utente, ma verso i posteri.

Forse è proprio questo il lascito più autentico di Kevin Roche: un’architettura che non cerca di stupire, ma di durare.

  

Fonti

Immagini

Matt Kozlowski fonte: wikipedia

Gateway Arch a St. Louis (Missouri): Saarinen, realizzato da Roche e Dinkeloo (1961-1966).

Stuart Spivak fonte: wikipedia

Leo Burnett Building, Chicago, Ill. Taken from the Chicago River.

Lion Hirth (User:Prissantenbär) Fonte: wikipedia

Fine Arts Center (a sinistra, vista posteriore) presso la University of Massachusetts Amherst (1968–1974).

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