Materie prime critiche: riciclo all’85,6%, ma il 46,6% dei materiali arriva dall’estero
Materie prime critiche e riciclo raccontano il paradosso italiano: il Paese ricicla l’85,6% dei rifiuti gestiti e ha il 21,6% di utilizzo circolare di materia, ma il 46,6% dei materiali trasformati arriva dall’estero. La circolarità diventa così sicurezza industriale.
L’Italia è leader europeo nell’economia circolare, con l’85,6% dei rifiuti gestiti avviati a riciclo, il 21,6% di utilizzo circolare di materia e una produttività delle risorse pari a 4,7 €/kg. Il Rapporto CEN-ENEA 2026 evidenzia però una vulnerabilità strutturale: il 46,6% delle materie prime trasformate proviene dall’estero e la spesa per importazioni ha sfiorato i 600 miliardi di euro nel 2025. Per il settore costruzioni, il tema riguarda disponibilità di materiali, costi, appalti, materie prime seconde, infrastrutture ambientali e resilienza delle filiere. INGENIO legge la circolarità come leva tecnica e industriale, non solo ambientale.
Materie prime critiche: riciclo all’85,6%, ma il 46,6% dei materiali arriva dall’estero
L’Italia è tra i Paesi europei più avanzati nell’economia circolare, ma resta fortemente esposta alla dipendenza dall’estero per l’approvvigionamento di materiali. È questo il dato politico-industriale più rilevante che emerge dall’VIII Rapporto sull’Economia Circolare in Italia 2026, presentato a Roma durante la Conferenza Nazionale sull’Economia Circolare, promossa dal Circular Economy Network in collaborazione con la Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile ed ENEA.
Il paradosso italiano è nei numeri: il Paese raggiunge il 21,6% di tasso di utilizzo circolare di materia, il valore più alto in Europa, e ricicla l’85,6% dei rifiuti gestiti, più del doppio della media UE. Allo stesso tempo, però, il 46,6% delle materie prime trasformate proviene dall’estero, contro una media europea del 22,4%.
In un contesto internazionale segnato da crisi geopolitiche, restrizioni commerciali, volatilità dei prezzi e competizione sulle materie prime critiche, la circolarità non è più solo una leva ambientale: diventa una condizione di sicurezza industriale, autonomia strategica e competitività delle filiere produttive.
Italia leader nella circolarità, ma fragile sugli approvvigionamenti
Il Rapporto CEN-ENEA restituisce un quadro a doppia lettura. Da un lato l’Italia conferma performance elevate nell’uso efficiente delle risorse, nel riciclo e nella produttività dei materiali. Dall’altro resta il Paese più dipendente dalle importazioni di materiali tra le grandi economie europee.
Il confronto è netto: l’Italia importa il 46,6% delle materie prime trasformate, mentre la media UE è pari al 22,4%. Tra le principali economie europee, la Spagna si ferma al 39,8%, la Germania al 39,5% e la Francia al 30,8%.
Il dato economico rende ancora più evidente la vulnerabilità del sistema produttivo nazionale: nel 2025 la spesa italiana per le importazioni di materiali ha sfiorato i 600 miliardi di euro, con un aumento del 23,3% rispetto al 2021, pur in presenza di volumi complessivi in calo.
In particolare, il costo dei metalli — tra cui nichel, rame e acciaio — è cresciuto del 18% e rappresenta circa il 40% del valore complessivo delle importazioni nazionali. Per un Paese manifatturiero e trasformatore come l’Italia, il tema non riguarda solo l’ambiente, ma la tenuta economica delle filiere industriali.

Il nuovo scenario: materie prime critiche, restrizioni all’export e protezionismo
La crisi dello Stretto di Hormuz, le tensioni con la Russia, i dazi americani e l’instabilità delle filiere globali hanno reso più evidente un fenomeno già in corso da anni: la progressiva restrizione del commercio internazionale delle materie prime critiche.
Il Rapporto richiama l’Inventory of Export Restrictions on Critical Raw Materials 2026 dell’OCSE, che documenta, tra il 2009 e il 2024, un aumento di cinque volte delle restrizioni all’esportazione di materie prime critiche. Si tratta di dazi, limitazioni quantitative e divieti che colpiscono materiali oggi essenziali per industria, energia, transizione digitale e tecnologie pulite: litio, cobalto, nichel, grafite, terre rare e manganese.
Il punto centrale è che la dipendenza dai materiali non è meno strategica della dipendenza energetica. La vulnerabilità non riguarda solo petrolio e gas, ma anche metalli, minerali, elementi chimici e componenti indispensabili per sistemi produttivi avanzati, infrastrutture, impianti, mobilità elettrica, tecnologie digitali e filiere dell’edilizia.
Come sottolinea Edo Ronchi, Presidente della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, con la crisi di Hormuz si discute molto della dipendenza dai combustibili fossili, ma troppo poco della dipendenza dalle materie prime decisive per la sicurezza degli approvvigionamenti e soggette a forte volatilità dei prezzi.
Una maggiore circolarità dell’economia — uso più efficiente dei materiali, riciclo dei rifiuti, riparazione, riutilizzo, uso condiviso e modelli di consumo più sobri — diventa quindi un contenuto essenziale di una politica industriale adeguata al nuovo contesto geopolitico.
Europa in ritardo: il target 2030 del 24% è a rischio
Se l’Italia mostra una forte capacità di riciclo, l’Europa nel suo complesso procede ancora troppo lentamente. Il tasso di utilizzo circolare dei materiali nell’UE è intorno al 12%, ben lontano dal target del 24% entro il 2030.
Il Rapporto evidenzia un ritardo strutturale: nonostante l’aumento del riciclo e la riduzione dello smaltimento, la generazione complessiva di rifiuti resta elevata e il consumo di materie prime, spesso importate, continua a pesare sulle economie europee.
Il dato globale aiuta a comprendere la portata della questione: negli ultimi 50 anni i volumi complessivi di materiali utilizzati nel mondo sono più che triplicati e continuano a crescere a un ritmo del 2,3% annuo.
L’Unione europea ha introdotto strumenti importanti: revisione della Direttiva quadro sui rifiuti, Regolamento sugli imballaggi, Piano Ecodesign ESPR 2025-2030 con passaporto digitale dei prodotti, Direttiva sul diritto alla riparazione. Ma, secondo il Rapporto, queste misure non bastano ancora a imprimere la necessaria accelerazione.
Per questo la Commissione europea sta preparando il nuovo Circular Economy Act, atteso entro la fine dell’anno, con l’obiettivo di rafforzare il mercato delle materie prime seconde e rendere la circolarità una leva effettiva di competitività industriale.
Le dieci proposte del Circular Economy Network
In vista del Circular Economy Act, il Circular Economy Network propone dieci linee di azione per accelerare il passaggio dall’economia lineare a un modello capace di ridurre sprechi, dipendenza da materie prime vergini e impatti ambientali.
Le proposte riguardano innanzitutto la creazione di un vero mercato unico delle materie prime seconde, oggi ancora frammentato e condizionato da differenze normative, barriere tecniche e difficoltà di qualificazione dei materiali recuperati.
Un secondo asse riguarda il recupero dei rifiuti elettronici e delle materie critiche, ambito decisivo per ridurre la dipendenza europea da fornitori extra-UE. A questo si collega la necessità di progettare prodotti più durevoli, riparabili e riciclabili, estendendo la responsabilità dei produttori a tutte le filiere.
Il CEN propone inoltre incentivi fiscali per riparazione, riuso e ricondizionamento, un maggiore impiego degli appalti pubblici per sostenere i mercati circolari e alleanze industriali tra produzione e riciclo.
Altre azioni riguardano il ruolo di città e regioni nella transizione, la mobilitazione di investimenti pubblici e privati, la promozione di standard comuni e la cooperazione internazionale per filiere circolari competitive e sostenibili.
Fosforo, magnesio e acqua: la circolarità come sicurezza delle risorse
Una delle sezioni più rilevanti del Rapporto 2026, curata da ENEA, collega direttamente economia circolare e sicurezza delle materie prime critiche.
Il riferimento è il Critical Raw Materials Act, entrato in vigore nel maggio 2024, che fissa obiettivi precisi per il 2030: almeno il 10% delle materie prime critiche consumate in Europa dovrà essere estratto nel continente, il 40% dovrà essere lavorato in Europa e il 25% dovrà provenire da riciclo.
Tra i casi analizzati emerge il fosforo, elemento essenziale per fertilizzanti e mangimi. La dipendenza europea dalle importazioni di roccia fosfatica è pari all’82%, mentre per il fosforo elementare la dipendenza è totale. I principali fornitori UE sono Marocco (27%), Russia (24%), Algeria (10%) e Israele (7%): Paesi collocati in aree geopoliticamente sensibili.
Il Rapporto individua nei fanghi di depurazione una possibile fonte sottoutilizzata di recupero del fosforo. Il tema è rilevante anche per il settore delle infrastrutture ambientali, perché trasforma gli impianti di depurazione da semplici presidi di trattamento a nodi potenziali di recupero di risorse strategiche.
Ancora più critica è la situazione del magnesio. La Cina controlla l’88% della produzione mondiale e la dipendenza europea dal magnesio primario è totale. In questo caso il Rapporto analizza il potenziale della desalinizzazione circolare: la salamoia generata dagli impianti, tradizionalmente considerata uno scarto problematico, contiene elementi come magnesio, potassio, calcio e bromo, con un valore di mercato teorico superiore a 200 euro per metro cubo.
La questione idrica: scarsità, depurazione e investimenti
Il Rapporto collega la circolarità anche alla sicurezza idrica. Circa il 30% del territorio europeo è soggetto ogni anno a scarsità idrica stagionale, con punte superiori al 70% nell’Europa meridionale durante i mesi estivi.
La Water Resilience Strategy della Commissione europea punta a ridurre i consumi idrici del 10% entro il 2030. Per l’Italia, l’adeguamento dei grandi impianti di depurazione alle nuove norme richiederà investimenti stimati tra 800 milioni e 2 miliardi di euro.
È un passaggio significativo per il settore costruzioni e infrastrutture: l’economia circolare non riguarda soltanto rifiuti, imballaggi o materiali industriali, ma anche reti idriche, depuratori, impianti, recupero di risorse dai reflui e resilienza delle infrastrutture ambientali.
Secondo Claudia Brunori, direttrice del Dipartimento ENEA di Sostenibilità, la crisi geopolitica ha reso evidente la vulnerabilità del sistema produttivo italiano, dipendente per il 46,6% dall’importazione di materie prime. Pur avendo sviluppato una forte capacità di riciclo e produttività delle risorse, il Paese deve accelerare lo sfruttamento delle proprie “miniere urbane” e l’uso efficiente delle risorse lungo tutta la catena del valore, a partire da progettazione e produzione.
I numeri della circolarità italiana
Il dato più positivo è il tasso di utilizzo circolare di materia: nel 2024 l’Italia ha raggiunto il 21,6%, il valore più alto in Europa, contro una media UE del 12,2%. Significa che oltre un quinto dei materiali consumati nel Paese deriva da recupero, riciclo o riuso, e non da nuova estrazione o importazione.
Ancora più marcato è il dato sul riciclo dei rifiuti. L’Italia, su 160 milioni di tonnellate di rifiuti gestiti, ne ricicla 137 milioni, pari all’85,6%. La media europea è del 41,2%. Il confronto con le principali economie UE conferma il primato italiano: Spagna 54,7%, Francia 52,3%, Germania 44,4%.
Anche la produttività delle risorse mostra una performance rilevante. Dal 2019 è cresciuta del 32% e nel 2024 l’Italia ha generato 4,7 euro di PIL per ogni chilogrammo di risorse consumate, il valore più alto tra le grandi economie europee e superiore alla media UE di 3 euro/kg.
Sul fronte degli imballaggi, l’Italia raggiunge un tasso di riciclo del 76,7% nel 2024, secondo i dati CONAI, contro una media europea del 67,5%.
Questi indicatori mostrano una capacità industriale già consolidata. Ma evidenziano anche un limite: l’eccellenza nel riciclo non basta, da sola, a ridurre in modo strutturale la dipendenza dalle importazioni di materiali strategici.
Investimenti in calo: il punto debole della transizione
La criticità più preoccupante riguarda gli investimenti. Proprio mentre la competizione internazionale sulle materie prime rende urgente accelerare la circolarità, gli investimenti privati italiani nelle attività tipiche dell’economia circolare — riciclo, riuso, riparazione, noleggio e leasing — sono diminuiti.
Il dato passa da 13,1 miliardi di euro nel 2019 a 10,2 miliardi nel 2023. In rapporto al PIL, la quota scende dallo 0,7% allo 0,5%. È una dinamica negativa che non riguarda solo l’Italia, ma che nel caso italiano appare particolarmente contraddittoria rispetto alle elevate performance di riciclo.
Anche il PNRR mostra segnali di ritardo. A fronte di oltre 1.100 progetti finanziati per impianti di gestione dei rifiuti e filiere del riciclo, la spesa risultava pari a circa il 17% a ottobre 2025, con scadenze al 2026 sempre più stringenti.
Il Rapporto segnala inoltre i limiti del programma Transizione 5.0, ritenuto poco coerente ed efficace nel collegare stabilmente innovazione industriale e circolarità. Il punto non è solo finanziare tecnologie, ma integrare l’uso efficiente delle risorse nelle strategie produttive nazionali.
Occupazione circolare: 508mila addetti, ma in flessione
L’economia circolare italiana conta 508.000 addetti nelle attività direttamente collegate a riciclo, riuso, riparazione e modelli di utilizzo più efficienti delle risorse. Si tratta di circa il 2% dell’occupazione complessiva, un valore in linea con la media europea.
Anche qui, però, emerge una criticità: rispetto al 2019, l’occupazione in questi ambiti registra una flessione del 7%. È un segnale che la circolarità italiana, pur solida sul piano delle performance ambientali, non ha ancora costruito un modello economico e occupazionale pienamente espansivo.
Per trasformare il primato nel riciclo in competitività industriale servono investimenti, standard tecnici, mercati delle materie prime seconde, appalti pubblici orientati alla qualità circolare e una politica industriale capace di collegare ambiente, produzione e sicurezza degli approvvigionamenti.
8° Rapporto sull’Economia Circolare in Italia 2026: i numeri in sintesi
65,0
Indice di circolarità dell’Italia: seconda in Europa.
21,6%
Tasso di utilizzo circolare di materia dell’Italia nel 2024, primo valore in Europa. La media UE è 12,2%.
85,6%
Quota di rifiuti riciclati sul totale gestito in Italia. La media UE è 41,2%.
160 milioni di tonnellate
Rifiuti complessivamente gestiti in Italia.
137 milioni di tonnellate
Rifiuti riciclati in Italia.
4,7 euro/kg
Produttività delle risorse in Italia: PIL generato per ogni chilogrammo di risorse consumate. La media UE è 3 euro/kg.
+32%
Crescita della produttività delle risorse in Italia dal 2019.
76,7%
Tasso di riciclo degli imballaggi in Italia nel 2024. La media UE è 67,5%.
46,6%
Quota di materie prime trasformate in Italia provenienti dall’estero. È il valore più alto tra le grandi economie UE.
22,4%
Media europea della dipendenza dalle importazioni di materiali.
39,8%
Dipendenza della Spagna dalle importazioni di materiali.
39,5%
Dipendenza della Germania dalle importazioni di materiali.
30,8%
Dipendenza della Francia dalle importazioni di materiali.
circa 600 miliardi di euro
Spesa italiana per le importazioni di materiali nel 2025.
+23,3%
Aumento della spesa per importazioni di materiali rispetto al 2021, pur con volumi in calo.
+18%
Aumento del costo dei metalli, tra cui nichel, rame e acciaio.
40%
Quota dei metalli sul valore complessivo delle importazioni nazionali.
5 volte
Aumento delle restrizioni all’export di materie prime critiche tra il 2009 e il 2024.
24%
Target europeo di tasso di circolarità al 2030.
2,3% annuo
Ritmo di crescita globale dell’utilizzo di materiali.
10%
Quota minima di materie prime critiche da estrarre in Europa entro il 2030 secondo il Critical Raw Materials Act.
40%
Quota minima di materie prime critiche da lavorare in Europa entro il 2030.
25%
Quota minima da ottenere attraverso riciclo entro il 2030.
82%
Dipendenza europea dalle importazioni di roccia fosfatica.
100%
Dipendenza europea dal fosforo elementare e dal magnesio primario.
88%
Quota cinese della produzione mondiale di magnesio.
oltre 200 euro/m³
Valore teorico di mercato degli elementi recuperabili dalla salamoia degli impianti di desalinizzazione.
30%
Quota di territorio europeo soggetta ogni anno a scarsità idrica stagionale.
oltre 70%
Punte di scarsità idrica stagionale nell’Europa meridionale durante i mesi estivi.
10%
Obiettivo europeo di riduzione dei consumi idrici entro il 2030.
800 milioni – 2 miliardi di euro
Investimenti stimati per adeguare i grandi impianti di depurazione italiani alle nuove norme.
13,1 miliardi di euro
Investimenti privati italiani in attività tipiche dell’economia circolare nel 2019.
10,2 miliardi di euro
Investimenti privati italiani in attività tipiche dell’economia circolare nel 2023.
0,7% → 0,5% del PIL
Riduzione del peso degli investimenti circolari privati sul PIL italiano.
oltre 1.100
Progetti PNRR finanziati per impianti di gestione dei rifiuti e filiere del riciclo.
17%
Quota di spesa PNRR raggiunta a ottobre 2025 per questi interventi.
508.000 addetti
Occupazione italiana nelle attività direttamente collegate all’economia circolare.
2%
Quota degli occupati circolari sul totale nazionale.
-7%
Calo degli addetti rispetto al 2019.
Economia circolare: da politica ambientale a infrastruttura industriale
Il Rapporto CEN-ENEA 2026 mostra che l’Italia dispone già di una base industriale avanzata nella gestione circolare dei materiali. I dati su riciclo, produttività delle risorse e utilizzo circolare di materia collocano il Paese ai vertici europei.
Ma il nuovo scenario internazionale cambia il significato della circolarità. Non basta più leggerla come politica ambientale o come strumento di riduzione dei rifiuti. La circolarità entra nel campo della sicurezza economica, della disponibilità di materiali, della continuità produttiva e della capacità dell’Europa di ridurre la propria esposizione a filiere globali instabili.
Per il settore delle costruzioni, la ricaduta è diretta: materiali, componenti, impianti, infrastrutture, gestione dei rifiuti da costruzione e demolizione, materie prime seconde, appalti pubblici e progettazione per durabilità diventano parti di una stessa strategia.
Il dato italiano più forte — riciclo all’85,6% — non può quindi essere letto separatamente dal dato più critico: 46,6% di materiali provenienti dall’estero. È dentro questa tensione che si gioca la prossima fase dell’economia circolare: trasformare una buona performance ambientale in una vera politica industriale delle risorse.
Fonte: Comunicato stampa ENEA - CEN
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