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Ridare funzionalità alle fondazioni veneziane: gli interventi sui muri di sponda

I muri di sponda rappresentano un elemento strutturale essenziale per la stabilità degli edifici veneziani. L’articolo analizza i meccanismi di degrado dovuti a maree, moto ondoso ed erosione del basamento, illustrando indagini diagnostiche, tecniche di consolidamento e un caso di studio su un fabbricato storico

Venezia, città unica al mondo, non solo per la sua bellezza artistica e storica, ma anche per la straordinaria ingegneria che ne ha permesso la nascita e la sopravvivenza nei secoli. Gli edifici veneziani insistono su pali in legno infissi nel terreno lagunare, tali da costiparne il sedime e trasferire parte dei carichi nello strato di argilla montmorillonitica, nota come “caranto”. Tutto questo apparato veniva protetto da una perimetrazione in materiale lapideo tale da evitare fenomeni di erosione del terreno con conseguente esposizione delle teste della palificata determinandone la marcescenza e quindi cedimenti dello stesso sedime. I muri di sponda, elementi di confine tra edifici e canali, svolgono pertanto un’importanza primaria per la staticità di quanto è costruito fuori dall’acqua a Venezia. Intervenire su questi muri significa ridare funzione alle strutture originarie, ristabilendo l’equilibrio tra costruito e ambiente lagunare. L'articolo analizza le problematiche più comuni, le tecniche di intervento e l'importanza di una visione integrata tra conservazione e innovazione, presentando un caso di studio.


Degrado, quadro fessurativo e cause ricorrenti nei muri di sponda

Un muro di sponda è una struttura costruita per sostenere il terreno e separarlo dall’acqua dei canali, proteggendo le zone pedonali e, nei casi di maggiore interesse, fungendo da base per le fondamenta o le facciate degli edifici che si affacciano sull’acqua.

Si tratta di un elemento fondamentale del paesaggio urbano, ma anche di una parte fragile e soggetta a diversi fenomeni di degrado che, negli ultimi decenni, si sono accentuati. Questi problemi, oggi in parte ridotti grazie al sistema MOSE, sono dovuti soprattutto alle alte maree, alla permanenza prolungata dell’acqua contro le strutture e al moto ondoso, provocato non solo dalle condizioni meteorologiche ma anche, e soprattutto, dal traffico acqueo quotidiano.

Tutti questi fattori accelerano l’usura naturale dei materiali: l’acqua salmastra, infatti, penetra nella muratura e, durante l’evaporazione, lascia cristallizzare i sali al suo interno. Questo processo provoca crepe, sfaldamenti e distacchi di materiale, aggravati anche dall’azione di organismi marini come le alghe e i litodomi (piccoli molluschi che scavano nella pietra).

 

Vista dall’interno di uno scavo sostenuto da palancole metalliche arrugginite e puntellamenti in legno. Il fondo è parzialmente allagato e mostra fango e detriti; sulla sinistra è visibile un muro in pietra e laterizio.
Figura 1 – Vista del muro di sponda; parete immersa e muro di facciata (Crediti: G. Pantuso)

 

Il danno più serio, tuttavia, è causato dal moto ondoso, che esercita una pressione continua sulle pareti fino a erodere e “scalzare” la base del muro. Questo indebolisce progressivamente l’intera struttura, mettendo a rischio la sua stabilità.
Per evitare tali problemi, sarebbe necessaria una manutenzione regolare e programmata. Tuttavia, questi interventi risultano complessi e costosi perché spesso richiedono la chiusura totale o parziale dei canali, con inevitabili disagi per la navigazione e la circolazione.
Va inoltre ricordato che si tratta di manufatti storici sottoposti a tutela paesaggistica o monumentale. Ciò significa che gli interventi devono rispettare le tecniche costruttive originali e utilizzare materiali compatibili, in modo da preservare non solo la funzionalità ma anche l’autenticità e il valore storico di queste opere attraverso interventi di miglioramento e non di adeguamento.

 

Le indagini diagnostiche

Il fabbricato, oggetto dell’intervento, nella sua configurazione odierna, planimetricamente, è inscrivibile in un rettangolo di dimensioni di circa 44 per 40 metri. Si sviluppa per quattro piani fuori terra.
Le strutture portanti verticali sono di tipo tradizionale, principalmente in muratura di laterizio pieno, di spessore da cinque a due teste; si rilevano anche colonnati in materiale lapideo. Discreta è anche la presenza di partizioni in “scorzoni” alle quali, talvolta, è stato assegnato un cimento statico non congruo. I solai sono di tipo ligneo. La copertura è in carpenteria lignea, con zone sia a capriate che a travi.

Il fabbricato non risulta avere interazioni con altre fabbriche, costituendo di fatto un'unica unità strutturale, anche se composta da tre corpi di fabbrica non coevi fra di loro.

In base alle ricerche storiche, il palazzo sorge su alcune preesistenze trecentesche, indicate nei documenti, come domus magna e domus a segentibus, ma la fase importante di rifabbrica risale al Quattrocento con un corpo edilizio in gran parte ancora leggibile. Le fasi successive aggiungono altri corpi che vengono integrati con i precedenti, in particolare nel XVII secolo e nel XIX secolo.

Questi ultimi interventi ottocenteschi, progettati da Giovambattista Meduna in due fasi, modificano gli esterni e gli apparati interni con nuove connotazioni architettoniche e una serie di rinforzi strutturali di murature e solai. L'ultimo importante intervento risale agli anni Trenta del Novecento che introduce un nuovo corpo scala e fraziona gli spazi interni con la realizzazione di molte tramezze e nuove aperture interne di collegamento. Due facciate del fabbricato insistono su due canali, Rio di Noale a Canale di Santa Fosca.

Il primo è un vettore importante di collegamento con la zona centrale di Venezia, Canal Grande e la Laguna Nord, dove sono ubicati l’aeroporto, l’ospedale, quindi canale navigato, oltre che dai natanti destinati alle attività produttive e ricettive, anche dai mezzi di soccorso, quali ambulanze e Vigili del fuoco senza limiti di velocità. Il secondo canale è molto meno trafficato. Il perdurare di tale stato ha determinato, nel corso degli anni, l’erosione della base del muro di sponda, in particolare della zona d’angolo, con l’esposizione della testa dei pali determinando un dissesto generalizzato del muro di facciata ed in particolare una dislocazione della zona d’angolo dell’edificio, Figura 2.

Per la corretta determinazione dello stato di fatto del muro di sponda, al fine di calibrare l’intervento e soprattutto la logistica a questo connesso, si è proceduto ad indagini subacquee eseguite da società specializzata Hydra, dalle quali è emerso lo scalzamento del muro di sponda dovuto all’erosione del basamento con la messa a nudo della testa dei pali. La sezione tipo del muro di sponda, con la relativa profondità di indagine e composizione, è rappresentata nella Figura 3. Nella figura 4 sono illustrate alcune immagini delle indagini subacquee.

  

Angolo di un edificio storico affacciato sull’acqua, con muratura in mattoni a vista e parti di intonaco deteriorato. Le pietre bianche degli spigoli sono erose e la fondazione poggia direttamente sul livello dell’acqua del canale.
Figura 2 - Dissesto della zona d’angolo dell’edificio (Crediti: G. Pantuso)

 

Sezione tecnica schematica della fondazione di un edificio veneziano: strati di pietra calcarea, murature in laterizio, tavolato incrociato ligneo e pali verticali immersi nel terreno. Le quote altimetriche sono indicate rispetto al livello “P.ta Salute”.
Figura 3 - Sezione del muro di sponda; quote riferite allo zero mareografico, Punta della Salute (Crediti: G. Pantuso)

 

Fotografie subacquee che mostrano la parte sommersa della fondazione: mattoni deteriorati, tavolato ligneo incrociato, pali di sostegno e blocchi in pietra (“bolognino”), con sedimenti e concrezioni che ricoprono le superfici.
Figura 4 - Immagini delle indagini subacquee; evidenze della dislocazione della composizione del paramento e della messa a nudo della testa dei pali (Crediti: G. Pantuso)

 

Lo stato di fatto: conoscenza per un intervento ad hoc e puntuale

La correlazione tra i quadri fessurativi di facciata e lo stato di degrado del basamento, hanno richiesto un approfondimento della esatta conoscenza dello stato di fatto, attraverso la messa in asciutto del muro di sponda. Tale operazione viene eseguita attraverso l’infissione di un palancolato metallico, rendendo impermeabili i gargami e l’intersezione della linea del palancolato con il muro del fabbricato, tramite due tappi impermeabili realizzati mediante argilla. Nella nomenclatura delle opere in laguna, tali tappi impermeabili prendono il nome di “mantelletti” e l’insieme di questi con il palancolato, “cavedoni” o anche “ture”.

La larghezza di tale opera è funzione dell’intervento da eseguirsi, solo pulizia della parte sommersa e impermeabilizzazione della stessa, ovvero interventi di chiusura del basamento del muro di sponda e opera di protezione per l’erosione; nella fattispecie si ricadeva nella seconda ipotesi, la larghezza del cavedone è stata di 1.80 m.

L’infissione di tali palancole, di altezza totale 7.50 m, pari 4.00 m, è avvenuta mediante un vibrofissore a carico statico per evitare la formazione di quadri fessurativi sul manufatto oggetto di intervento e su quelli limitrofi.

La fase di messa in asciutto, durata, velocità di svuotamento dell’acqua, livello e mantenimento del livello dell’acqua, rispetto alle porzioni del fabbricato soggette al livello di marea, richiede un’analisi sui moti di filtrazione e sul regime delle pressioni idrostatiche, per valutare gli effetti sulle strutture in elevazione del fabbricato. In merito l’area di intervento ha uno sviluppo totale 84 m, suddividendola in quattro settori omogenei, anche, per tipologia di intervento, Figura 5.

 

Planimetria di un palazzo veneziano con evidenziati in diversi colori i tratti di facciata affacciati sui canali “Rio Santa Fosca” e “Rio di Noale”. Le aree colorate rappresentano probabilmente diverse zone di intervento o classificazioni strutturali.
Figura 5 - Identificazione dei settori d’intervento sul muro di sponda (Crediti: G. Pantuso)

 

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