Chi ha paura dell’Information Management?
Nell'ambito delle costruzioni si continua a parlare di BIM, ma la revisione della serie EN ISO 19650 segna un cambio di paradigma: dal Building Information Modeling all’Information Management. Non è solo una questione terminologica, ma un ribaltamento culturale che mette al centro dati, semantiche e modelli informativi, superando la centralità del modello 3D. In questo articolo vediamo cosa cambia, quali sono le criticità, e perché il settore deve prepararsi a un salto reale di maturità digitale.
Gestione dati nelle costruzioni: dal modello BIM al data management
Nel momento in cui, in Italia, continuando a parlare di BIM, si cerca di attrezzarsi nei confronti degli obblighi di legge inerenti alla Gestione Informativa Digitale, non ci si rende conto che a livello internazionale, a partire dalla normazione volontaria, si stia iniziando a prendere congedo dall’acronimo in questione. E non si tratta solo di modificare la terminologia, enfatizzando la produzione dei dati e delle informazioni, a discapito del loro scambio.
Vi è, infatti, una immaginata progressione dal Building Information Modeling all’Information Management e alla Digital Transformation. Ovviamente, è in atto una accesa discussione tra fautori della conservazione delle modalità ormai rese popolari, ancorché raramente interiorizzate credibilmente e sostenitori dell’ulteriore avanzamento sulla strada della digitalizzazione.
Questo passaggio, che sarà sancito dalla revisione della serie normativa EN ISO 19650, è gravido di significati, perché, da un lato, esso determina la definitiva affermazione del BIM nel senso di avere veicolato nel settore delle costruzioni la centralità del dato e dell’informazione, ma, al contempo, ne causa anche l’epilogo, in un contesto in cui l’apertura, incondizionata, alla gestione del dato e dell’informazione, rappresentata dall’Information Management e dalla Digital Transformation, rende la tematica assai ampia e di dominio prevalente di coloro che tecnicamente dell’informazione e della comunicazione si occupano.
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Il prefisso BIM resta, per ora, data la sua capacità evocativa, anzitutto nella definizione dei profili professionali e nell’assortimento merceologico, ma è palesemente destinato a dissolversi. Bisogna, quindi, iniziare a prendere coscienza di ciò che possa significare prendere congedo dal BIM, non tanto nel senso, auspicabile, di oltrepassarne i confini, peraltro, dai più mai nemmeno avvicinati, quanto di accettare di rimettere in discussione l’immaginario, vago e potente, che l’acronimo negli anni ha suscitato all’insegna dell’obiettivo primario del recupero di produttività.
In realtà, se si guarda al mercato nel suo insieme, il ruolo svolto dalla digitalizzazione, nel mondo imprenditoriale come in quello professionale (anche se con distinzioni, poiché per i professionisti vi è stato un maggiore ricorso alla modellazione informativa, mentre per i costruttori è valso l’impiego, incentivato, di altre soluzioni tecnologiche), così come l’influenza esercitata da essa, sono stati piuttosto marginali, non essendo percepiti come un fattore incisivo sullo stato di necessità e, al contempo, implicando condizioni di integrazione tra gli operatori inesistenti o solo informali.
Per questa ragione, congedarsi dal BIM significa prendere atto che qualsiasi innovazione tecnologica, specie se digitale, non può non richiedere, come premessa, la rivisitazione della identità delle organizzazioni e il ripensamento di alcune criticità inveterate.
A titolo esemplificativo, ma rappresentativo, la difficile comunicazione tra le culture e le unità all’interno delle organizzazioni evidentemente ostacola costitutivamente la ragione principale della digitalizzazione in termini di fluidità o di continuità dei flussi informativi, che si sta rivelando sempre più come il vero e proprio stato di necessità per il settore.
Non bisogna dimenticare che, senza riflettendo adeguatamente sulla origine storica del Building Information Modeling, l’immaginario che si era addensato nel corso degli ultimi tre lustri sull’acronimo sia stato straordinario, nel senso di condensare tutte le aspettative relative all’improduttività degli operatori economici del settore, così come all’inefficacia del versante della domanda pubblica.
Il Building Information Modeling, qualunque significato gli si attribuisca, aveva, peraltro, trovato la sua iconicità nei modelli tridimensionali (e nel parametricismo), i medesimi per i quali ora si reputa sia necessario andare oltre, allorché la dimensione delle basi di dati e dei dati strutturati è sempre stata in secondo piano, anche perché l’aspetto alfa numerico ha sempre sofferto le maggiori criticità nei documenti di carattere alfanumerico, a partire dalla schede tecniche dei prodotti e degli ordini di acquisto ovvero dalle specifiche tecniche del capitolato speciale sino ai piani di controllo qualità di cantiere.
Ciò che sta accadendo, e in questo la diffusione dei temi dell’Intelligenza Artificiale ha offerto un notevole contributo, è che si inizi ad apprezzare (nel senso letterale) e a temere il valore del dato, ma, al contempo, essere in grado di gestirlo adeguatamente richiede una cultura che è estranea al comparto, tanto che nessuna soluzione tecnologica potrà mai assolvere a una funzione decisiva in assenza di un sostrato adeguato.
La prova provata è data dal fatto che l’urgenza da ricercare risiederebbe nella definizione delle semantiche, nell’approntamento di ontologie, di modelli di dati, di dizionari dei dati.
Chi ha paura dell’information Management non percepisce, allo stesso tempo, la necessità di procedere a configurare infrastrutture immateriali.
Il tramonto del Building Information Modeling potrebbe diluirsi stancamente in adempimenti formali oppure costringere il settore a ripensare se stesso sulla scorta del Data Management.
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