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Infrastrutture verdi e blu: dalla policy europea alla pratica progettuale

Le infrastrutture verdi e blu sono strumenti chiave per i servizi ecosistemici e la resilienza climatica urbana. Integrano natura e progetto migliorando gestione idrica, qualità dell’aria e comfort urbano. Normative UE e CAM Verde ne guidano l’adozione, mentre protocolli come SITES® consentono di misurarne le prestazioni ambientali, sociali ed economiche nel tempo.

Le infrastrutture verdi e blu stanno assumendo un ruolo sempre più rilevante nelle politiche europee e nazionali dedicate alla transizione ecologica e alla resilienza urbana. L’introduzione della Nature Restoration Law dell’Unione Europea e il Programma italiano “Salute, Ambiente, Biodiversità e Clima”, basato sull’approccio One Health, evidenziano la crescente integrazione tra politiche ambientali, sanitarie e urbane. L’articolo analizza il contributo delle infrastrutture verdi e blu nel fornire servizi ecosistemici fondamentali per l’adattamento climatico, la qualità dell’ambiente costruito e l’equità intergenerazionale, evidenziando l’importanza di strumenti di progettazione e di sistemi di accountability – come il protocollo SITES® – per misurare e rendicontare gli impatti degli interventi. Nel contesto italiano, caratterizzato da elevata fragilità ambientale ma anche da un patrimonio culturale unico, emerge la necessità di sviluppare approcci integrati tra sostenibilità e conservazione del paesaggio, in una prospettiva che coniughi infrastrutture verdi, patrimonio storico e resilienza territoriale.


Servizi ecosistemici, resilienza climatica e strumenti operativi per la sostenibilità dell’ambiente costruito

Negli ultimi anni si è consolidata una consapevolezza che oggi appare difficilmente reversibile: la natura non può più essere considerata una variabile esterna ai processi economici, decisionali e di pianificazione. Al contrario, essa rappresenta una condizione strutturale della resilienza dei sistemi produttivi, urbani e territoriali.

La perdita di biodiversità, il degrado degli ecosistemi e l’intensificarsi degli eventi climatici estremi stanno dimostrando come l’erosione del capitale naturale generi costi economici sistemici, mentre investire nella sua tutela e rigenerazione produca benefici misurabili nel medio e lungo periodo.

Secondo stime della Banca Mondiale (aggiornamento 2021, scala globale), il collasso di alcuni servizi ecosistemici chiave potrebbe determinare una riduzione fino a 2,7 trilioni di dollari del PIL globale entro il 2030. Sebbene il dato sia riferito alla dimensione globale, le sue implicazioni risultano particolarmente rilevanti per il contesto europeo e, ancor più, per quello italiano, economie fortemente dipendenti dalla stabilità climatica, dalla qualità dei suoli, dalla disponibilità idrica e dalla sicurezza e resilienza dei territori urbanizzati.

In questo scenario, le infrastrutture verdi e blu stanno emergendo come uno degli strumenti più efficaci per integrare politiche ambientali, pianificazione urbana e strategie di adattamento climatico.

La natura entra nelle politiche europee: il ruolo della Nature Restoration Law

Nel contesto europeo, la natura entra oggi a pieno titolo nelle politiche strutturali, non più come obiettivo ambientale settoriale ma come leva trasversale di adattamento climatico, salute pubblica, coesione sociale e competitività economica.

L’approvazione della Nature Restoration Law dell’Unione Europea (2024) rappresenta un passaggio particolarmente significativo. Per la prima volta vengono introdotti obiettivi giuridicamente vincolanti di ripristino degli ecosistemi degradati, con l’impegno a restaurare almeno il 20% delle aree terrestri e marine entro il 2030, con un orizzonte di lungo periodo esteso al 2050.

Tra gli elementi più rilevanti della normativa vi è l’attenzione rivolta agli ecosistemi urbani, con l’obiettivo di arrestare il declino del verde urbano e della copertura arborea nelle città europee. Questo orientamento riflette una crescente consapevolezza del ruolo delle città come spazi cruciali per affrontare le sfide della transizione ecologica.

Il caso italiano: fragilità ambientale e competenze nella gestione dell’ambiente costruito

Per l’Italia questo quadro normativo europeo si innesta su una condizione territoriale di particolare complessità. Il Paese si colloca infatti all’interno del bacino del Mediterraneo, una delle aree identificate dalla comunità scientifica come hotspot climatico globale. A ciò si aggiungono fattori strutturali quali l’elevata antropizzazione del suolo, la forte densità insediativa e una fragilità geomorfologica diffusa, che espone il territorio a fenomeni sempre più frequenti di dissesto idrogeologico, siccità e ondate di calore. I dati emergenti dal rapporto ISPRA 2025 sul consumo di suolo non sono particolarmente incoraggianti, difatti al 2024 su scala nazionale hanno registrato una ripresa accelerata e preoccupante del consumo di suolo con +83,7 km² di nuovo suolo consumato nel 2024, pari al +15–16% rispetto all’anno precedente, con 78–78,5 km² di consumo netto (valore più alto dell’ultimo decennio) e una accelerazione che corrisponde a circa 20–23 ettari al giorno.

Tendenza strutturalmente crescente e non compensata, in contrasto con gli obiettivi UE di “no net land take”, che inoltre evidenzia, da un lato una particolare inefficienza, dato che si registra una crescita del consumo nonostante il calo demografico che ISPRA stima in oltre 3.000 m² consumati per ogni abitante perso e, dall’altro lato, impatto che avviene spesso in aree già fragili, amplificando il rischio sistemico.

Proprio questa fragilità ha tuttavia contribuito nel tempo allo sviluppo di competenze distintive nelle filiere della pianificazione territoriale, della gestione del paesaggio e della riqualificazione dell’ambiente costruito. In questo contesto, una corretta progettazione, realizzazione e gestione di infrastrutture verdi e blu, rappresenta uno degli strumenti più promettenti per rafforzare la resilienza delle città e dei territori.

Infrastrutture verdi e blu e servizi ecosistemici

L’Europa definisce infrastrutture verdi e blu come reti pianificate di elementi naturali e semi-naturali integrate all’interno del territorio urbano e periurbano, capaci di massimizzare i servizi ecosistemici.

Queste comprendono, ad esempio, parchi urbani, sistemi di verde pubblico, corridoi ecologici, alberature urbane, tetti e pareti verdi, sistemi fluviali, zone umide e soluzioni di drenaggio, su scala urbana e periurbana. Il valore di queste infrastrutture deriva principalmente dalla loro capacità di generare servizi ecosistemici, cioè benefici diretti e indiretti per l’ambiente e la società.

Nel contesto urbano tali servizi includono la mitigazione delle isole di calore, la gestione delle acque meteoriche, la riduzione del rischio alluvionale, il miglioramento della qualità dell’aria, il sequestro di carbonio, la conservazione della biodiversità, la fertilità dei suoli e la connettività ecologica. A questi si aggiungono servizi culturali fondamentali, legati al benessere psicofisico delle persone, alla fruizione degli spazi pubblici e all’identità dei luoghi.

Un ulteriore elemento di integrazione tra politiche ambientali e politiche pubbliche emerge nel Programma triennale “Salute, Ambiente, Biodiversità e Clima”, promosso dal Ministero della Salute nell’ambito del Piano Nazionale Complementare. Il programma nasce con l’obiettivo di rafforzare la capacità del Paese di affrontare gli impatti sanitari associati ai rischi ambientali e climatici, adottando esplicitamente l’approccio One Health, che riconosce l’interdipendenza tra salute umana, salute degli ecosistemi e salute animale. Tra le principali aree di intervento figurano la prevenzione dei rischi sanitari legati all’inquinamento dell’aria, la gestione dei siti contaminati, la sicurezza dell’approvvigionamento idrico, la gestione sostenibile dei suoli e dei rifiuti e la prevenzione dei rischi associati ai cambiamenti climatici. Il rafforzamento della collaborazione tra il Sistema Nazionale di Prevenzione Sanitaria e il Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente rappresenta uno degli elementi chiave del programma, con l’obiettivo di sviluppare politiche integrate basate su evidenze scientifiche e su una maggiore integrazione tra ambiente e salute pubblica.

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Infrastrutture verdi con valore storico-culturale: il paradigma Heritage & Sustainability

Non tutte le infrastrutture verdi e blu hanno tuttavia lo stesso valore. Nel contesto italiano esistono numerosi casi in cui tali infrastrutture assumono anche una forte valenza storico-testimoniale, come ad esempio parchi storici, giardini monumentali, ville storiche e parchi archeologici. In questi contesti i servizi ecosistemici si intrecciano con la conservazione del patrimonio culturale, generando un paradigma più ampio che può essere definito Heritage & Sustainability. L’obiettivo di tale paradigma non è soltanto ripristinare le funzioni ecologiche, ma anche preservare l’identità dei luoghi e adattare sistemi progettati in epoche passate a condizioni climatiche profondamente mutate.

Un esempio concreto di questo approccio è rappresentato dal progetto di ricerca “Heritage & SITES”, che assieme al collega Arch. Francesco Bedeschi coordino per Roma Capitale e che ha come caso studio il parco storico di Villa Ada Savoia. Il progetto esplora l’integrazione tra conservazione del patrimonio, resilienza climatica e strumenti di valutazione della sostenibilità applicati ai grandi parchi storici urbani e ha come obiettivo la produzione di una linea guida che, nel rispetto del paradigma Heritage & Sustainability sia un complemento nella applicazione dei processi di certificazione in conformità al protocollo SITES® (Sustainable Sites Initiative, emanato da USGBC) proprio per infrastrutture verdi e blu con valenza storico-testimoniale.


Che cos'è il protocollo SITES® (Sustainable Sites Initiative)

Il protocollo SITES® (Sustainable Sites Initiative) è un sistema di certificazione ambientale internazionale dedicato alla progettazione, realizzazione e gestione sostenibile degli spazi aperti — come parchi, infrastrutture verdi, paesaggi urbani e aree esterne agli edifici.
È sviluppato e promosso da U.S. Green Building Council, lo stesso ente che gestisce il protocollo LEED, ma si distingue perché non si applica agli edifici, bensì al suolo e agli ecosistemi.


Green Public Procurement e CAM Verde: quando la sostenibilità entra nei bandi pubblici

L’evoluzione delle politiche europee e nazionali sta trovando una concreta applicazione anche nei processi di Green Public Procurement.

È interessante notare quanto già avvenuto per gli asset edilizi, nel settore privato, dove l’applicazione di protocolli energetico-ambientali come LEED, BREEAM, WEEL ed in alcuni casi con l’utilizzo dei protocolli GBC, l'Italia, l’Italia vanta un forte primato con oltre 24 milioni di metri quadrati di edifici - tra certificati e in via di certificazione- con anche una crescente spinta data dai CAM Edilizia nel settore pubblico. Analogamente sta avvenendo per quanto attiene una differente tipologia di asset, le infrastrutture verdi e blu, processo particolarmente evidente nell’ambito pubblico governato dai Criteri Ambientali Minimi (CAM) per il Verde, che introducono requisiti sempre più avanzati per la progettazione, realizzazione e gestione delle infrastrutture verdi, ma anche appannaggio di un numero sempre più crescente di infrastrutture certificate o in via di certificazione in conformità al protocollo ambientale SITES®.

Non solo i CAM spingono nella direzione della valutazione degli impatti, un’ulteriore impulso ci viene fornita dalla recente legge 167/2025 che introduce la Valutazione di Impatto Generazionale delle leggi (VIG) e l’insediamento di un Osservatorio dedicato. Mutuando tale approccio, potremmo anche sostenere che la gestione del patrimonio costruito non è una funzione solo tecnica, economica o manutentiva, ma una leva che distribuisce nel tempo opportunità, costi e vulnerabilità tra generazioni. Gli asset edilizi e infrastrutturali sono infatti infrastrutture materiali che incidono su accesso alla casa, qualità dell’istruzione, salute, prossimità ai servizi, coesione territoriale, lavoro, resilienza climatica e tanti altri servizi ecosistemici.

Negli ultimi anni ho avuto modo di contribuire come advisor allo sviluppo di vari bandi pubblici che hanno introdotto criteri di sostenibilità e premialità legate all’adozione di protocolli ambientali internazionali, sia nel settore edilizio che per quello delle infrastrutture verdi e blu. Tra questi ultimi esempi si possono ad esempio citare: il bando della Regione Emilia-Romagna per la progettazione e realizzazione di infrastrutture verdi e blu in ambito urbano e periurbano, finanziato con fondi europei; il bando di Roma Capitale per il programma “100 Parchi”, volto alla rigenerazione e riqualificazione di numerosi spazi verdi della città; ed ulteriori in corso.

In tutti i casi, tra i criteri di valutazione dei progetti è stata introdotta una premialità per l’adozione del protocollo SITES®. La scelta di includere questo elemento non è casuale. Il protocollo SITES® rappresenta infatti uno dei principali riferimenti internazionali per la progettazione sostenibile degli spazi aperti, analogamente a quanto avviene per gli edifici con protocolli come LEED o altri sistemi di rating energetico-ambientali.

L’introduzione di tali criteri nei bandi pubblici ha avuto un duplice obiettivo: Da un lato, fornire ai progettisti linee guida operative per integrare aspetti come la gestione delle acque meteoriche, la conservazione della biodiversità, la resilienza climatica e il benessere delle comunità e più in generale la riduzione degli impatti; dall’altro, promuovere processi di accountability e misurazione delle prestazioni ambientali e sociali, sempre più necessari per dimostrare in modo trasparente i risultati degli interventi finanziati con risorse pubbliche.

Questi esempi, e molti altri in via di realizzazione nel nostro Paese, dimostrano come la transizione verso modelli più sostenibili e non autoreferenziali non sia soltanto una prospettiva teorica, ma stiano già trovando applicazione concreta nella progettazione e nei processi di rigenerazione urbana.

Rischi e possibili ostacoli alla transizione

Accanto a queste traiettorie evolutive è tuttavia necessario riconoscere che il percorso di transizione verso modelli realmente sostenibili non è privo di criticità. Approcci parziali o scarsa lungimiranza nella interpretazione normativa o implementazioni disomogenee delle politiche ambientali, possono minare la coerenza degli sforzi intrapresi, mentre interessi consolidati e resistenze economiche di parte possono rallentare l’adozione di strategie che integrino la natura come elemento centrale nei processi decisionali e non privilegino processi di accountability e certificazione a garanzia di trasparenza e chiarezza di obiettivi.

Un ulteriore rischio riguarda la tendenza a focalizzarsi su singole variabili, come la sola efficienza energetica o la sola decarbonizzazione per gli edifici, così per la “semplice” piantumazione – ovvero il numero di alberi messi a dimora – tralasciando quanto possibile, necessario e spesso non più costoso a completezza di tutti i servizi ecosistemici che una infrastruttura verde e blu può fornire, anche e soprattutto se progettata e realizzata in. Aree urbane e periurbane.

Sebbene questi obiettivi siano comprensibili, in assenza di strumenti come i protocolli ambientali, il rischio di non riuscire a ottenere qualità ed efficace comunicazione e valorizzazione delle opere è molto elevato – quando non già certo -. In tal senso un approccio sistemico e che implementi tali prassi può risultare non solo vincente, ma anche perfettamente coerente con i principi del Do No Significant Harm (DNSH), fornendo evidenza della corretta allocazione di risorse economiche coerenti con le richieste della Tassonomia EU.

Una possibile leadership italiana nella rigenerazione sostenibile

In conclusione, l’Italia, proprio per le sue peculiarità climatiche e territoriali, è particolarmente fragile dal punto di vista ambientale. Ma è anche, per questa stessa ragione, un Paese che ha sviluppato competenze avanzate nelle filiere della gestione dell’ambiente costruito, della pianificazione urbana e della conservazione del paesaggio.

Le esperienze maturate negli ultimi anni – dai bandi regionali sulle infrastrutture verdi e blu ai programmi di rigenerazione urbana come “100 Parchi” di Roma Capitale, fino ai progetti di ricerca applicata come Heritage & SITES a Villa Ada Savoia – dimostrano che esiste una strada percorribile e concreta.

Se pubblico e privato sapranno allineare i propri sforzi, anche attraverso partenariati pubblico-privati, l’Italia potrà ragionevolmente candidarsi a una leadership internazionale nello sviluppo sostenibile applicato all’ambiente costruito. A condizione però che i processi di rigenerazione e naturalizzazione siano progettati e realizzati in modo olistico, replicabile e misurabile, basandosi su sistemi di accountability robusti e su protocolli energetico-ambientali per gli asset edilizi e protocolli ambientali per le infrastrutture verdi e blu.

Solo così la natura potrà essere riconosciuta, anche nel contesto europeo e italiano, non come un costo da gestire, ma come un valore da costruire anche per le future generazioni.


FAQ TECNICHE: Infrastrutture verdi e blu: servizi ecosistemici e resilienza

  • Che cosa sono le infrastrutture verdi e blu?
    Sono sistemi pianificati di elementi naturali e semi-naturali (verde urbano, corsi d’acqua, tetti verdi, zone umide) integrati nello spazio urbano per generare benefici ambientali, sociali ed economici. Operano come rete e non come elementi isolati.
  • In quali contesti si applicano?
    In ambito urbano, periurbano e territoriale: riqualificazione urbana, parchi pubblici, corridoi ecologici, gestione delle acque meteoriche, infrastrutture idrauliche naturali e recupero di paesaggi storici.
  • Qual è il riferimento normativo principale?
    A livello UE la Nature Restoration Law (2024) introduce target vincolanti di ripristino. In Italia rilevano CAM Verde, DNSH e programmi One Health. [Verificare specifica tecnica/norma UNI applicabile al verde urbano].
  • Come si progettano correttamente?
    Attraverso approcci integrati multi-scalari che considerano suolo, acqua, vegetazione e uso sociale. È fondamentale l’uso di protocolli come SITES® per strutturare obiettivi, indicatori e performance.

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