Restauro e Conservazione | Ingegneria Strutturale | Muratura | Progettazione | Sismica | Miglioramento sismico | Interventi strutturali | Interventi Antisismici
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Imparare dai terremoti. Il restauro strutturale della chiesa di San Pietro di Coppito in L’Aquila

Il restauro sismico delle murature storiche richiede il recupero delle tecniche costruttive originarie. Il caso della chiesa di San Pietro di Coppito dimostra che gli interventi impropri possono compromettere il comportamento strutturale, mentre il ripristino delle connessioni e del funzionamento scatolare consente un miglioramento efficace e coerente con la storia costruttiva dell’edificio.

Il restauro della chiesa di San Pietro di Coppito evidenzia come la perdita della cultura antisismica storica possa generare vulnerabilità strutturali significative. L’articolo analizza il comportamento sismico dell’edificio prima e dopo interventi incongrui, mostrando la correlazione tra modifiche strutturali e danni osservati nel sisma 2009. Il progetto di miglioramento sismico reinterpreta le tecniche tradizionali – connessioni, catene, contrafforti – integrandole con soluzioni moderne per garantire stabilità globale, continuità strutturale e riduzione dei meccanismi locali di collasso.


Storia sismica e trasformazioni: dalla ricostruzione settecentesca al restauro moderno

Ad onta della sua facies medievale (figura 1, sx), la chiesa di San Pietro di Coppito è un organismo che della chiesa originaria del XIII secolo conserva ben poco a causa di tormentate vicende trasformative legate (non solo) alla severa storia sismica della regione aquilana.

Colpita dai grandi terremoti medievali del 1315 e 1349, forse integralmente ricostruita dopo il violento sisma del 1461, trasformata in organismo barocco a seguito dei pesanti danni subiti in occasione del terremoto del 1703, ricondotta infine allo stile medievale abruzzese negli anni Settanta del Novecento mediante una sfrontata operazione di ‘restauro’.

È una storia complessa, della quale poco si riesce a dire per la parte più antica, supportati solo dalle esili tracce dell’iconografia storica, ma i cui tratti essenziali riassumono in maniera paradigmatica un singolare processo evolutivo che sembra ripetersi ciclicamente nella storia dell’architettura in area sismica: da modello della nuova tecnica costruttiva diffusasi, non a caso nel secolo dei lumi, dopo il terremoto del 1703, [1] con una chiarissima intenzionalità antisismica, la chiesa di San Pietro di Coppito diventa infatti, sul finire del secolo scorso, teatro di una stupefacente operazione di rimozione della memoria del terremoto che azzera completamente la cultura costruttiva sottesa a quella primitiva ingegneria antisismica.

La chiesa di San Pietro di Coppito in L’Aquila, prima e dopo il terremoto del 6 aprile 2009
Figura 1 – La chiesa di San Pietro di Coppito in L’Aquila, prima e dopo il terremoto del 6 aprile 2009. (C. Tocci)

Sull’organismo risultante da quella dissennata operazione si è abbattuto il terremoto che nella notte tra il 5 e il 6 aprile del 2009 ha colpito con violenza una vasta regione dell’aquilano (figura 1, dx). Ed è semplicemente impressionante la correlazione puntuale tra il panorama dei danni rilevati e le modifiche strutturali rozzamente introdotte meno di quarant’anni prima su un organismo che, nel corso dei secoli, aveva acquisito una veste architettonica e strutturale intrinsecamente antisismica per via di successivi aggiustamenti e modifiche dettati da una consuetudine antica con il terremoto.

Il progetto di restauro strutturale della chiesa danneggiata dal terremoto del 2009 ha riconosciuto l’efficacia delle soluzioni antisismiche storiche e le ha rivisitate in chiave moderna nella convinzione che queste possano ancora oggi costituire un modello di coerenza architettonica e strutturale:[2] le soluzioni moderne sono naturalmente diverse da quelle del passato – e non potrebbero non esserlo – ma di quelle provano a mantenere lo spirito e la cifra. È in questo riconoscimento che risiede il senso della lezione che possiamo trarre dalla storia sismica della chiesa, compreso l’ultimo capitolo del quale, in questo articolo, si illustrano sinteticamente alcuni punti essenziali. [3]

Il terremoto dimenticato: perdita della cultura antisismica storica

Due sono le date che interessa qui ricordare della lunga e tormentata storia della chiesa di San Pietro di Coppito.

La prima è quella del “Grande Terremoto” del 1703.

Non sappiamo con certezza quale fosse la configurazione della chiesa rovinata da quel terremoto, [4] ma l’iconografia storica dell’Aquila (il Gonfalone e la pianta di Pico Fonticulano) [5] ci consegna l’immagine di un organismo a tre navate differenziate in altezza concluse da una facciata quadrata da esse indipendente e la cui funzione è piuttosto quella di una quinta scenografica per lo spazio urbano.

Ricostruzione post-1703

Sappiamo invece piuttosto precisamente come la chiesa venne ricostruita e trasformata dopo il terremoto: nella pianta del Vandi (figura 2),[6] la prima vera restituzione topografica della città, si riconosce la trasformazione dell’originario impianto a tre navate in impianto ad aula unica con cappelle laterali e, si nota una asimmetria in pianta che fa pensare, se confrontata con le vedute precedenti il 1703, a una ricostruzione nella quale la navata sinistra è definitivamente persa e il nuovo impianto è inserito all’interno dell’ingombro della originaria navata centrale (figura 3, sx). [7]

Questa trasformazione va inquadrata all’interno del generale processo di rinnovamento tipologico che vide, nella ricostruzione post-terremoto, sia per la riedificazione degli organismi distrutti sia per la ‘riattazione’ di quelli danneggiati, una massiccia diffusione della tipologia ad aula.

Sebbene legata alla circolazione dei modelli gesuitici di estrazione neo-cinquecentesca, favorita dalla presenza della scuola romana nel territorio abruzzese, [8] tale diffusione si può anche leggere come indicazione della acquisita consapevolezza della fragilità trasversale degli organismi basilicali – che l’osservazione degli scenari di danno doveva aver reso drammaticamente evidente – e della possibilità di mitigarla mediante i ‘contrafforti’ interni costituiti dalle pareti di separazione tra le cappelle, inserite riducendo l’ampiezza della navata centrale o tamponando quelle laterali.

Piantina della zona dove è localizzata la chiesa di San Pietro di Coppito
Figura 2 – Pianta di A. Vandi. (Franchi, 1752)

Intervento del 1969-72

La seconda data della nostra storia è recente. Tra il 1969 e il 1972 la chiesa viene sottoposta a un brutale intervento di ripristino da parte del Soprintendente Mario Moretti [9] che demolisce integralmente le trasformazioni recenti della chiesa riprogettandola nello stile medievale abruzzese, forse con il solo supporto delle vedute storiche citate. Di là dalle polemiche suscitate dall’intervento, [10] ciò che qui interessa sottolineare sono le sue ricadute strutturali.

L’assetto intrinsecamente antisismico della chiesa settecentesca viene infatti irreversibilmente distrutto dal ripristino di Moretti che trasforma la chiesa barocca in un (ipotetico) organismo medievale (figura 3, dx) mediante una impressionante operazione di ‘diradamento’ murario – con la rimozione delle pareti trasversali delle cappelle, l’apertura di tre arcate sulla parete laterale destra della navata, la rimozione delle pareti longitudinali e trasversali del transetto e del coro – oltre che pesanti manomissioni degli elementi superstiti, prima fra tutti la facciata.

Tra il 1703 e il 1972 si assiste dunque a un processo di rimozione della memoria del terremoto che, mentre rivela appieno il senso della cultura antisismica storica nata come risposta al grande terremoto di inizio Settecento, denuncia al contempo l’incultura sismica di chi, poco meno di tre secoli dopo, non seppe comprenderla e ne operò una inconsapevole, sistematica, cancellazione.

chiesa di San Pietro di Coppito prima del 1969, nella ricostruzione di Gianfranco Spagnesi, e dopo il ‘restauro’ di Moretti
Figura 3 – La chiesa di San Pietro di Coppito prima del 1969, nella ricostruzione di Gianfranco Spagnesi, e dopo il ‘restauro’ di Moretti. (Spagnesi, Properzi, 1972)

Modifiche strutturali e vulnerabilità sismica: impianto, connessioni, elementi

Le modifiche più rilevanti sono sicuramente quelle apportate all’impianto strutturale (figura 4).

Dopo l’intervento di Moretti, l’aula della chiesa era priva di qualunque elemento di contrasto in direzione trasversale – lungo la quale i costruttori settecenteschi avevano invece inserito le pareti-contrafforte di separazione tra le cappelle – e indebolita in direzione longitudinale dalla presenza, sulla parete destra, delle tre arcate che mettono in comunicazione navata e navatella.

Confronto tra le configurazioni planimetriche della chiesa prima e dopo il ‘restauro’ di Moretti.
Figura 4 – Confronto tra le configurazioni planimetriche della chiesa prima e dopo il ‘restauro’ di Moretti.

Ma anche i singoli elementi costruttivi della fabbrica e le loro reciproche connessioni escono piuttosto malconci dal brutale intervento di Moretti.

Il terremoto del 2009 ha rivelato un generalizzato difetto di ammorsatura delle pareti di elevazione – come conseguenza di danni pregressi, non riparati – che Moretti avrebbe potuto correggere, ma che non ha corretto.

Scelta anche questa, al pari della trasformazione dell’impianto, tanto più sorprendente se messa in relazione con la scrupolosa cura messa in atto dai costruttori settecenteschi nella realizzazione delle connessioni: della quale, scomparso l’organismo settecentesco, possiamo farci un’idea osservando il frammento residuo di un radiciamento emerso, in occasione dei lavori di restauro, sotto l’intonaco della parete sinistra dell’aula, esattamente in corrispondenza di uno dei setti trasversali che dividevano tra loro le cappelle laterali e che erano dunque connessi alle pareti esterne in modo da realizzare un vincolo bilaterale (in grado di impedire il movimento fuori piano delle pareti stesse anche verso l’esterno) (figura 5).

Traccia superstite del radiciamento ligneo, con fascetta metallica inchiodata, e del relativo capochiave esterno, emerso durante i lavori di restauro
Figura 5 – Traccia superstite del radiciamento ligneo, con fascetta metallica inchiodata (a sinistra), e del relativo capochiave esterno (a destra), emerso durante i lavori di restauro, all’interno della parete sinistra dell’aula, in corrispondenza di una delle pareti di separazione tra le cappelle laterali della chiesa settecentesca. (C. Tocci)

Quanto agli elementi costruttivi, [11] è sufficiente accennare allo straordinario campionario di nefandezze costruttive messe in atto per ricondurre la facciata, aggiunta solo nell’Ottocento alla chiesa ricostruita dopo il 1703, alla forma quadrata medievale (figura 6): demolita la parte sommitale svettante, Moretti ha uniformato la larghezza della porzione residua, al di sopra della cornice dell’ordine inferiore, semplicemente accostando al profilo curvo delle volute laterali, senza alcuna ammorsatura, due nuove porzioni murarie; ha poi ispessito la stessa porzione (che rastremava rispetto all’ordine sottostante), mediante una fodera aggiuntiva anch’essa solo accostata al muro ottocentesco; e infine ha rivestito l’intera facciata con lastre lapidee, per ottenere una superficie continua, allettandole su uno spesso strato di malta cementizia senza ulteriori dispositivi di connessione se non l’adesione della malta  – realizzando, in questo modo, una membrana sottile estremamente vulnerabile alle azioni fuori piano (figura 7).

facciata della chiesa riconfigurata da Moretti messa a confronto con la facciata realizzata nell’Ottocento
Figura 6 – La facciata della chiesa riconfigurata da Moretti messa a confronto con la facciata realizzata nell’Ottocento a completamento della chiesa ricostruita dopo il terremoto del 1703 (immagine di destra: Miarelli Mariani, 1979).
Dettaglio della facciata reimpaginata da Moretti messa a confronto con la facciata ottocentesca
Figura 7 – Dettaglio della facciata reimpaginata da Moretti messa a confronto con la facciata ottocentesca: si riconoscono le lastre sottili del rivestimento, a pareggiare le specchiature della facciata preesistente, l’ispessimento della parte superiore (riconoscibile dal diverso colore della muratura), il profilo della voluta della vecchia facciata alla quale si addossava senza ammorsatura la nuova muratura realizzata da Moretti (immagine di destra: Miarelli Mariani, 1979).

Imparare dai terremoti: principi per il miglioramento sismico delle murature storiche

Non possiamo dire se la chiesa barocca ricostruita nella prima metà del Settecento avrebbe resistito al terremoto del 2009 meglio di quella indebolita dal devastante intervento di Moretti, semplicemente perché quella chiesa non esiste più.

Ma è fuori discussione che gli elementi della fabbrica malamente trasformati nel 1972 abbiano dato pessima prova: valga per tutti, ancora una volta, l’esempio della facciata un angolo della quale è stato rovesciato dall’azione sismica, coerentemente con la asimmetria longitudinale introdotta dall’apertura delle tre arcate nella parete longitudinale di destra che può aver amplificato le azioni sismiche su quel lato; e il cui rivestimento lapideo ha evidenziato tutta la sua fragilità nella parte alta, dove mancava qualunque forma di connessione al retrostante nucleo murario, garantita al contrario nella parte bassa dalle paraste dell’ordine realizzate con conci ammorsati all’apparecchio laterizio retrostante e che hanno, dunque, funzionato da vincolo per le lastre sottili riducendone la lunghezza di inflessione nel proprio piano (figura 8).

La mappatura del danno della Chiesa di San Pietro a Coppito
Figura 8 – La mappatura del danno (conci lapidei del rivestimento rotti o dislocati, giunti di malta lesionati, espulsione della malta dai giunti) conferma la maggiore vulnerabilità del rivestimento lapideo nella parte superiore della facciata. (disegno di C. Circo e L. Scuderi)

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La lunga storia sismica della chiesa di San Pietro di Coppito consegna, a chi lo voglia leggere, un fondamentale insegnamento che si può riassumere dicendo che il riconoscimento della intenzionalità, e della efficacia, antisismica delle tecniche costruttive pre-moderne può fornire un rigoroso indirizzo di metodo, oltre che concrete indicazioni operative, per proteggere dal terremoto l’architettura storica, riparandola o migliorandone preventivamente il comportamento.


[1] Una discussione dei cambiamenti che, nel corso del Settecento, introducono sistematicamente la considerazione del problema sismico nella tecnica costruttiva muraria tradizionale e delle analogie nei processi evolutivi innescati dai grandi terremoti di quel secolo (L’Aquila, 1703; Lisbona, 1755; Calabria, 1783) si trova in: C.F. Carocci, C. Tocci, Le tecniche costruttive nella ricostruzione post 1703 a L’Aquila, in: M.R. Nobile, F. Scibilia (a cura di), Tecniche costruttive nel mediterraneo. Dalla stereotomia ai criteri antisismici (collana: Tracciati, Storia e Costruzione nel Mediterraneo, diretta da M.R. Nobile), Palermo: Caracol, 2016, pp. 162-176; C.F. Carocci, V. Macca, C. Tocci, The roots of the 18th century turning point in earthquake-resistant building, in J. Mascarenhas-Mateus, A.P. Piras (eds) History of Construction Cultures, Volume II. Proc. of the 7th Int. Congr. on Construction History, New York, Leiden: Taylor & Francis Group, 2021, pp. 623-630.
Con sintesi estrema, il senso della cultura antisismica settecentesca si riassume in prescrizioni tecniche che agiscono su un doppio livello: per un verso è evidente la volontà di legare tra loro, più efficacemente di quanto non consentissero le soluzioni tradizionali, i diversi elementi costruttivi della fabbrica – mediante radiciamenti lignei che innervano il tessuto murario e lo percorrono come legamenti che trasformano assemblaggi di pareti isolate in robuste scatole efficacemente connesse; e paletti lignei che attraversano, come capichiave, le mensole di appoggio delle capriate che si estendono all’esterno delle pareti chiudendo superiormente quelle scatole – per altro verso è la stessa organizzazione della maglia muraria ad essere riconosciuta come primo e più importante requisito dell’edificio antisismico – e si richiede per entrambe le direzioni planimetriche principali di qualunque edificio la presenza di un adeguato numero di pareti di taglio. Scrupolosamente rispettate nei primi anni dopo il terremoto, quelle prescrizioni divennero progressivamente meno vincolanti, a mano a mano che se ne perdevano il senso e la motivazione iniziali, fino ad essere completamente dimenticate quando, secoli dopo la catastrofe, la memoria del terremoto era stata completamente rimossa.

[2] Il progetto per il restauro e miglioramento sismico della chiesa, del quale chi scrive è stato consulente strutturale, è stato limitato, nella prima fase, all’aula e alla facciata, in previsione di una estensione dei criteri e delle tecniche ivi adottate anche al transetto. Il progetto è stato premiato dall’Accademia dei Lincei (premio Leonardo Paterna Baldizzi), ex aequo con i piani di ricostruzione di Villa Sant’Angelo e Fossa sviluppati da Caterina Carocci. È il migliore riconoscimento dell’eredità ricevuta da un comune maestro.

[3] L’articolo propone una ampia sintesi della lettura critica del progetto di restauro di San Pietro di Coppito sviluppata in un volume di prossima pubblicazione (Tocci C., L’architettura fatta di piccoli pezzi: muri, architravi e altri assemblaggi. La meccanica per il restauro, Gangemi – in stampa); un primo, più esteso, lavoro sull’argomento è in: Masiani R., Tocci C., Seismic history of the church of San Pietro di Coppito, International Journal of Architectural Heritage, n. 9, 2015, pp. 811–833, al quale si rimanda per una rassegna completa delle fonti bibliografiche.

[4] Clementi A., Piroddi E., L’Aquila, Bari, 1986; Gavini I.C., Storia dell’architettura in Abruzzo, 2 vol., Milano-Roma s.d. ma 1927 e 1928; Miarelli Mariani G., Monumenti nel tempo. Per una storia del restauro in Abruzzo e nel Molise, Roma, Italia: Officina Edizioni, 1979.

[5] Rivera C., Le piante ed i prospetti della città dell’Aquila, in Bollettino della Deputazione Abruzzese di Storia Patria (1905), XVII, II, pp. 104 sgg.

[6] Allegata a: Franchi, C., Difesa per la fedelissima città dell’Aquila contro le pretensioni de’Castelli, Terre e Villaggi che componeano l’antico Contado aquilano intorno al peso della buonatenenza, Napoli, 1752.

[7] Per una più precisa lettura dell’organismo raffigurato nella pianta del Vandi si veda la ricostruzione di Gianfranco Spagnesi in: G. Spagnesi, P.L. Properzi, L’Aquila. Problemi di forma e storia della città, Roma-Bari: Laterza, 1972.

[8] Benedetti S., L’architettura dell’epoca barocca in Abruzzo, in Atti del XIX Congresso di Storia dell’Architettura, L’Aquila, Settembre 1975, pp. 275-312.

[9] Moretti M., Restauri d’Abruzzo (1966-1972), Roma, 1973; Idem, Architettura medioevale in Abruzzo (dal VI al XVI secolo), Roma, 1973.

[10] Insieme a quello più famoso attuato sulla Basilica di Collemaggio, al quale si riferisce il caustico intervento di Bruno Zevi: Zevi B., L’ilare soprintendente ai monumenti. Assassinio chiamato restauro, in Cronache di architettura, VIII, 825-952, Bari, 1973, pp. 349-351.

[11] Una disamina completa degli apparecchi costruttivi è nei testi citati nella nota 3. In ogni caso vale, anche per questi, quanto già rilevato per l’impianto e le connessioni: la muratura antica, anche laddove successivamente rimaneggiata, dopo il 1703 e ancora nell’Ottocento, dimostra una cultura costruttiva indubitabile la cui qualità è dimostrata non solo dalla analisi della rispondenza alla regola dell’arte, sulla quale non riteniamo di poterci qui soffermare, ma anche – e diremmo con maggiore efficacia – dalla assenza di evidenti scompaginazioni delle tessiture il cui monolitismo non è stato messo in crisi dalle oscillazioni fuori piano delle pareti di elevazione. Rispetto alla muratura antica, le trasformazioni recenti ascrivibili al ripristino morettiano emergevano per la rozza brutalità che li contraddistingue e per la loro completa indifferenza al problema sismico.


FAQ TECNICHE: Restauro sismico di murature storiche: il caso della Chiesa di Coppito | Ingenio

Che cosa si intende per comportamento scatolare nelle murature?
Il comportamento scatolare indica la capacità dell’edificio di reagire alle azioni sismiche come un sistema tridimensionale unitario. Ciò avviene grazie a efficaci connessioni tra pareti ortogonali e solai/ coperture. In assenza di tali collegamenti, le pareti lavorano isolate e risultano vulnerabili ai meccanismi fuori piano.

Perché gli interventi del 1972 hanno aumentato la vulnerabilità sismica?
Le demolizioni delle pareti trasversali e l’apertura di arcate hanno ridotto la rigidezza e la resistenza dell’organismo. Inoltre, l’assenza di ammorsature e connessioni ha impedito il trasferimento delle azioni, compromettendo il comportamento globale.

Qual è il ruolo delle connessioni strutturali nel miglioramento sismico?
Le connessioni garantiscono il funzionamento congiunto degli elementi strutturali. Nel caso studiato, cordoli armati, catene e collegamenti tra coperture e murature consentono la redistribuzione delle forze sismiche e limitano l’attivazione di cinematismi locali.

Quando è necessario il contraffortamento diretto?
Il contraffortamento è necessario quando il semplice incatenamento non è sufficiente a garantire la stabilità fuori piano. Nel caso analizzato, la parete sinistra è stata rinforzata con speroni murari per compensare le carenze strutturali indotte dalle modifiche precedenti.

Perché l’analisi cinematica lineare è adeguata per edifici storici?
Questa analisi consente di valutare i meccanismi locali di collasso tipici delle murature storiche. È particolarmente efficace quando si può assumere un comportamento monolitico delle porzioni murarie, come verificato nel caso di Coppito.

Quali errori progettuali devono essere evitati nel restauro sismico?
Tra gli errori principali: rimozione di elementi strutturali efficaci, assenza di connessioni, utilizzo di rivestimenti non ammorsati e interventi non coerenti con la logica costruttiva originaria. Tali scelte possono aumentare significativamente la vulnerabilità sismica.

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