Il futuro del BIM tra governance, information management e la centralità della rappresentazione
Negli ultimi anni il BIM è stato investito di aspettative che vanno oltre le sue finalità originarie, senza un adeguato ripensamento dei contesti decisionali e organizzativi. Il contributo affronta questo scarto nei procedimenti pubblici, a partire dalla sperimentazione in corso sulla Conferenza dei Servizi per la nuova fermata Milano MIND – Cascina Merlata.
Negli ultimi anni al Building Information Modeling sono state assegnate funzioni che vanno oltre le sue finalità originarie, spesso senza un adeguato ripensamento dei contesti decisionali e organizzativi in cui viene applicato. Il contributo propone una lettura delle criticità del BIM nei procedimenti pubblici, non come problema di dati o standard, ma come divario tra informazione strutturata e comprensione condivisa. In questo quadro, la rappresentazione è indagata come livello metodologico di mediazione tra dato, processo e attori.
L'approccio è discusso attraverso una sperimentazione in corso sulla Conferenza dei Servizi per la nuova fermata Milano MIND - Cascina Merlata, affiancata da una riflessione prospettica sull'evoluzione degli ecosistemi informativi.
L'evoluzione normativa del BIM
Il BIM è stato a lungo considerato la risposta tecnologica alle inefficienze della filiera delle costruzioni. A questo strumento sono state attribuite aspettative trasversali: fungere da contenitore digitale unificato, facilitare la comunicazione tra progettisti, imprese e pubbliche amministrazioni, garantire trasparenza e condivisione attraverso modelli informativi integrati. In sostanza, si è delegato alla tecnologia la risoluzione di criticità di natura organizzativa e decisionale.
Negli ultimi anni, questo paradigma è stato progressivamente ridimensionato. Nonostante l'evoluzione degli strumenti e la crescente maturità digitale in alcune fasi della filiera, il BIM non si è affermato come sistema operativo trasversale all'intero ciclo di vita del progetto. Questo limite non è solo percepito nella pratica professionale, ma trova riscontro nelle più recenti evoluzioni normative.
La norma tecnica UNI/TR 11937:2024[1] esplicita questa transizione: il BIM viene riposizionato all'interno di una visione più ampia, in cui l’Information Management e il Project Management assumono un ruolo preminente. Il BIM non viene escluso, ma riconosciuto come strumento tecnico operativo inserito in un sistema di governance più articolato.
Tabella 1 - UNI/TR 11937:2024: Il BIM viene ridimensionato: non è la soluzione universale, ma un potente strumento tecnico la cui efficacia è legata all'obbligatoria integrazione con il Project Management e la Gestione Informativa Digitale lungo tutta la commessa.
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Livello Gerarchico |
Ambito |
Parole Chiave / Componenti |
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1. STRATEGICO |
Governance |
Project Governance & Information Governance. Definizione degli obiettivi, standard e requisiti legali. |
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2. GESTIONALE |
Management |
Project Management > Information Management. Pianificazione, coordinamento dei team, gestione dei tempi e delle risorse informative. |
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3. OPERATIVO |
Production |
Modellazione informativa, CDE, Modelli, Flussi, Deliverable. Creazione dei dati, modellazione, scambio file e gestione dell'ambiente di condivisione dati. |
Questo cambio di prospettiva non è terminologico, ma strutturale. Negli ultimi dieci anni, il BIM ha dimostrato la propria efficacia principalmente nella fase progettuale, dove competenze digitali e linguaggio tecnico omogeneizzano gli attori coinvolti. Tuttavia, quando il modello informativo entra in contesti caratterizzati da procedure amministrative, iter autorizzativi o processi decisionali, la sua efficacia operativa si riduce significativamente. Le cosiddette "dimensioni estese" del BIM (4D, 5D, 6D) rimangono spesso teoriche, utilizzate come dimostratori metodologici ma raramente trasformate in prassi multidisciplinari condivise.
Il problema non risiede nel BIM come tecnologia, ma nella capacità delle organizzazioni di integrarlo in strutture decisionali e gestionali adeguate. Numerose realtà, pubbliche e private, non dispongono ancora di assetti organizzativi capaci di sostenere processi digitali complessi e collaborativi. La filiera rimane frammentata: i modelli non comunicano efficacemente, gli strumenti operano in logiche isolate, i flussi di lavoro procedono in parallelo generando duplicazioni, inefficienze e ritardi. Prima della tecnologia, manca l'organizzazione in grado di conferire coerenza sistemica al processo.
Questa distanza tra sistemi informativi sempre più evoluti e una filiera che fatica a interpretarli solleva una questione metodologica: il modo in cui l'informazione viene percepita, compresa e trasformata in decisioni operative. Le criticità non derivano primariamente dalla qualità del dato, ma dalla sua interpretazione eterogenea all'interno di contesti decisionali differenziati. In questo quadro, emerge un tema spesso trascurato: la rappresentazione. Non come semplice output grafico del modello informativo, ma come livello metodologico che media tra dato, processo e comprensione organizzativa.

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Il divario tra gestione informativa e contesti decisionali
L'efficacia del BIM presenta un pattern ricorrente: elevata durante le fasi progettuali, significativamente ridotta nei processi amministrativi, autorizzativi e gestionali. Questa discontinuità non è attribuibile a carenze tecnologiche, ma all'assenza di un substrato organizzativo e culturale capace di integrare strumenti digitali in contesti storicamente strutturati su logiche analogiche.
Nel settore pubblico italiano, numerose decisioni vengono ancora assunte secondo procedure verticali, basate su documenti cartacei o digitali non strutturati (e-mail, PDF), con flussi incompatibili rispetto alle logiche del dato. In questi ambienti, il modello informativo fatica a diventare operativo: le procedure amministrative non dialogano con le strutture dati, la collaborazione rimane formale e il linguaggio amministrativo-giuridico resta distante dalle ontologie digitali.
Il divario si amplifica quando entrano nei processi decisionali figure non tecniche: funzionari, giuristi, enti di controllo, stakeholder territoriali. Questi attori detengono autorità decisionale ma operano al di fuori degli ecosistemi BIM, degli standard tecnici e delle piattaforme collaborative. Il risultato è un isolamento del modello informativo rispetto ai luoghi effettivi della decisione.

Si verifica così una crisi di coerenza: i flussi informativi, progettati per operare in ambienti digitali collaborativi, si scontrano con processi che non sono stati concepiti per dialogare con modelli strutturati. L'effetto paradossale è noto: anziché semplificare, la digitalizzazione genera ulteriori strati di complessità. I documenti si moltiplicano, cambiano formato, i modelli non forniscono risposte immediate agli attori decisionali, le piattaforme operano in silos e l'informazione si disperde lungo la catena del processo.
La criticità non risiede nel BIM, ma nell'aspettativa implicita che possa compensare lacune di governance, organizzazione e struttura processuale. Il settore opera con assetti concepiti per un mondo analogico, tentando di integrarvi strumenti basati su paradigmi radicalmente differenti. Questa incongruenza innesca una catena di inefficienze: se chi gestisce il processo non dispone di competenze adeguate, i tempi si dilatano; se chi decide non è in grado di interpretare le informazioni, richiede ulteriore dettaglio; se i dati non rispondono ai bisogni decisionali effettivi, i modelli si appesantiscono diventando progressivamente illeggibili. La tecnologia, in questo contesto, smette di essere un facilitatore e diventa un ostacolo operativo.

È estremamente difficile ottenere un progresso qualitativo finché strumenti digitali avanzati vengono innestati in processi non ripensati. Digitalizzare non significa installare software o adottare standard, ma riprogettare l'organizzazione che li deve governare. Il BIM può funzionare come componente di un sistema di project e information management solo se inserito in un ecosistema in grado di interpretarlo, utilizzarlo e integrarlo nei processi decisionali. In assenza di questo ecosistema, il modello informativo amplifica la complessità invece di ridurla.
Da questa criticità, particolarmente evidente nei momenti decisionali, emerge la necessità di superare la sola strutturazione del dato. Per essere effettivamente operativo, il dato deve essere leggibile, interpretabile e utilizzabile da chi assume decisioni. I capitoli successivi propongono di riconsiderare la rappresentazione non come output del modello, ma come livello metodologico capace di allineare l'organizzazione dell'informazione al suo utilizzo effettivo, riducendo la resistenza che oggi blocca i flussi informativi in numerose organizzazioni.
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Le tecnologie immersive stanno trasformando il settore delle costruzioni, ridefinendo i processi di progettazione attraverso simulazioni interattive e la connessione tra spazio fisico e virtuale. Tuttavia, la mancanza di standard condivisi e metodologie strutturate rappresenta una sfida per la loro adozione su larga scala.
L’AI come possibile analogia concettuale tra interfacce generative e rappresentazione orientata
Per riflettere sull'evoluzione possibile del livello rappresentativo discusso nei capitoli precedenti, questo contributo utilizza l'intelligenza artificiale come analogia concettuale, non come proposta tecnologica diretta. L'AI viene considerata per osservare come, in questo ambito, sia stato affrontato sistematicamente il tema della complessità informativa e della mediazione tra dato, interfaccia e utente.
L'interesse non riguarda gli strumenti in sé, ma il paradigma di interazione progressivamente affermato: sistemi capaci di generare rappresentazioni differenziate a partire dallo stesso patrimonio informativo, orientandole in funzione dello scopo. In questo modello, l'interfaccia non è concepita come ambiente fisso e universale, ma come configurazione dinamica costruita in risposta a una domanda specifica. L'output non coincide con una vista standardizzata, ma con una composizione mirata di elementi informativi (sintesi, indicatori, visualizzazioni) selezionati in relazione all'obiettivo dell'utente.
Un esempio concreto di questo approccio è rappresentato dall'evoluzione delle interfacce dei modelli linguistici come Google Gemini. Nelle versioni più recenti (Gemini 3.0 con interfaccia Deep Research), l'interazione non restituisce più soltanto testo uniforme, ma genera layout differenziati: grafici comparativi per analisi quantitative, schemi strutturati per relazioni concettuali, timeline per sequenze temporali, tabelle per confronti sistematici. Questa diversificazione non è casuale, ma risponde a una logica precisa: la forma della rappresentazione viene adattata alla natura della richiesta e al contesto d'uso.
Similmente, strumenti come Notion AI o Microsoft Copilot integrano funzionalità di "adaptive UI", dove l'interfaccia si riorganizza dinamicamente in base al task: da semplice editor testuale a dashboard analitica quando vengono richiesti dati strutturati, o a timeline progettuale quando l'utente interroga scadenze e milestone. Anche nel campo della visualizzazione dati, piattaforme come Tableau e Power BI stanno introducendo funzionalità di "smart visualization", che suggeriscono automaticamente il tipo di grafico più efficace in base alla struttura del dataset e alla domanda posta dall'utente.


Questa prospettiva aiuta a chiarire alcune criticità ricorrenti del BIM. I modelli informativi evoluti contengono dati strutturati e coerenti: geometrie, attributi, regole, vincoli temporali, costi. Tuttavia, la loro interpretazione richiede competenze specialistiche che non sempre coincidono con quelle dei decisori. Si verifica una situazione paradossale: il modello contiene informazioni rilevanti, ma la loro comprensione resta confinata ai profili tecnici.
Qui entra in gioco il concetto di interfaccia generativa (Generative UI)[2]: invece di semplificare arbitrariamente i dati, li si riorganizza in funzione dell'attività da svolgere. Non si tratta di costruire un unico ambiente complesso e universale, ma di concepire una pluralità di configurazioni differenziate in base all'uso previsto. L'obiettivo non è occultare le informazioni, ma renderle intelligibili in relazione a specifici bisogni cognitivi e operativi, attraverso una selezione e organizzazione mirata degli elementi rilevanti per ciascuna situazione.
Trasposto nel contesto BIM, questo approccio consente di definire ecosistemi rappresentativi[3] che non espongono l'intero modello, ma evidenziano esclusivamente le informazioni necessarie rispetto al compito da svolgere. Non è sempre richiesto il massimo livello di realismo visivo; più rilevante è la capacità di progettare configurazioni orientate a supportare attività differenziate: controllo, confronto, valutazione, negoziazione, decisione.
Un esempio concreto di questa logica applicata alle costruzioni è rappresentato da piattaforme come Speckle o BIM Track, che permettono di creare "viste filtrate" del modello informativo non attraverso rendering generici, ma generando interfacce specifiche per ruoli diversi: una vista semplificata per committenti che evidenzia avanzamento e costi, una vista tecnica per progettisti con focus su clash detection, una vista normativa per enti autorizzativi che mostra solo gli elementi soggetti a verifica. Similmente, alcuni progetti pilota in ambito infrastrutturale (es. Digital Twin ferroviari sviluppati da Network Rail UK) stanno sperimentando dashboard adattive dove la stessa infrastruttura viene rappresentata in modo radicalmente diverso a seconda che l'utente sia un manutentore (focus su asset condition), un gestore della circolazione (focus su disponibilità e vincoli operativi) o un pianificatore (focus su capacità e scenari futuri).
In questo senso, ciò che viene mostrato non sostituisce il modello informativo, ma ne facilita l'uso. La rappresentazione introduce un livello di mediazione, tra organizzazione e gestione del dato, che permette di operare efficacemente senza accedere direttamente all'intera struttura dei dati. Questo rafforza quanto emerso in precedenza: il modo in cui il sistema viene utilizzato non è un aspetto secondario, ma una scelta progettuale centrale.
..Continua la lettura nel PDF.
Nel PDF si continua parlando di:
- Un'inversione di prospettiva metodologica: la rappresentazione come mediatore tra organizzazione e processi digitali
- Prerequisiti e requisiti: architettura di un ecosistema rappresentativo
- Verso un nuovo modello di processo: integrazione, governance e prospettive evolutive
- Dichiarazione sull’uso dell’IA generativa
[1] UNI/TR 11937:2024: Linee guida per le attività di integrazione fra project management e gestione informativa digitale nelle commesse.
[2] Yaniv Leviathan: at all, Generative UI: LLMs are Effective UI Generators – Google Gemini AI. L’articolo spiega che i modelli di intelligenza artificiale sono molto bravi a generare contenuti, ma di solito li presentano in modo statico, come semplici testi in markdown. La promessa della Generative UI è che l’AI non produca solo il contenuto, ma costruisca anche l’interfaccia attraverso cui viene mostrato. Finora questo era difficile da realizzare in modo stabile.
[3] Gli “ecosistemi rappresentativi” sono ambienti digitali progettati non solo per mostrare informazioni, ma per farle vivere agli utenti attraverso un’interazione sensoriale, cognitiva e contestuale dove l’user experience (UX) non è un output casuale ma causale.
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