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La Basilica di Vitruvio a Fano: fonti storiche, dati scientifici e tecnologie digitali dietro una scoperta che riscrive la storia

La scoperta dei resti della Basilica di Vitruvio a Fano è il risultato di oltre trent’anni di ricerca scientifica condotta con metodo rigoroso, anche in controtendenza rispetto a interpretazioni consolidate. Nell’intervista, il prof. Paolo Clini ricostruisce il percorso basato sullo studio di fonti storiche, indagini geofisiche, modellazione 3D e intelligenza artificiale per lo studio e la valorizzazione del sito.

La Basilica descritta da Vitruvio a Fano, a lungo considerata un enigma della storia dell’architettura romana, trova oggi riscontri materiali grazie a un percorso di ricerca trentennale che ha integrato fonti storiche, indagini georadar per l’individuazione dei resti e l’elaborazione di modelli digitali 3D supportati dall’intelligenza artificiale per la ricostruzione volumetrica.

In questa intervista, il prof. Paolo Clini ripercorre il metodo di indagine adottato, la svolta rappresentata dagli scavi in piazza Andrea Costa a Fano e le prospettive future di studio e valorizzazione dei resti archeologici.

In questo articolo

  • Perché la Basilica di Vitruvio è stata a lungo un caso irrisolto della storia dell’architettura antica;
  • Il metodo di ricerca tra fonti storiche e indagini geofisiche;
  • Il ruolo di una campagna georadar e gli scavi avviati del 2025;
  • Le caratteristiche tipologiche dell’edificio descritto da Vitruvio;
  • Le ipotesi sulla scomparsa della Basilica di Fano;
  • Il contributo del Digital Cultural Heritage e dell’IA.

 

«Non minore dignità e bellezza possono avere le composizioni di basiliche come quella che ho collocato nella Colonia Giulia a Fano e di cui ho curato i lavori, dove le proporzioni e le simmetrie sono state così stabilite…» (Vitr. V, 1, 6) – I resti della Basilica di Vitruvio scoperti in Piazza Andrea Costa a Fano. (© Dalila Cuoghi)

 

Perché la Basilica di Vitruvio a Fano è stata a lungo un “caso irrisolto”

Per lungo tempo l’esistenza stessa della Basilica descritta da Vitruvio è stata messa in discussione dalla critica, nonostante la centralità del passo nel De Architectura.

Professore, lei ha dedicato oltre trent’anni di studio alla Basilica di Fano descritta da Vitruvio nel De Architectura. In questo lungo percorso di ricerca, quanto hanno inciso il suo senso di appartenenza alla città di Fano e il lavoro del team interdisciplinare che ha guidato nel corso degli anni?

Io sono fanese e nel 1994, avviando una tesi di dottorato, mi imbatto quasi casualmente nella cosiddetta “questione della Basilica”. In quel periodo l’argomento era marginale nel dibattito scientifico: molti ritenevano che il passo fosse frutto di un’interpolazione introdotta nella trasmissione manoscritta del testo.

Eppure, si tratta di un punto di straordinaria rilevanza del De Architectura. Nel Libro V, capitolo I, Vitruvio rivendica in maniera esplicita la paternità costruttiva della Basilica di Fano. Questa affermazione ha alimentato nei secoli un denso dibattito.

Il testo vitruviano ha una storia complessa: trascritto nei monasteri, poi tradotto e commentato dal Rinascimento fino ai giorni nostri. Oggi si contano circa 120 copie, tra trascrizioni e traduzioni, del De Architectura. Proprio il passo relativo alla Basilica di Fano è stato spesso contestato perché l’edificio appare visionario e difficilmente riconducibile ai modelli noti.

La storia locale di Fano, però, raccontava altro: grandi colonne ed elementi architettonici importanti ritrovati in passato. Ho iniziato così a ricostruire la vicenda attraverso fonti orali, fonti scritte e rilievi storici, soprattutto ottocenteschi, quando molti studiosi arrivano a Fano proprio per cercare la Basilica.

 

Il metodo di ricerca: fonti storiche e indagini “sopra e sottoterra”

Lo studio della Basilica di Fano si è basato su un approccio progressivo e verificabile, che ha integrato analisi filologica, indagini strumentali e digitalizzazione.

Come ha strutturato nel tempo questo percorso di ricerca scientifica?

Durante il dottorato ho rilevato e digitalizzato alcuni resti che nel 1841 erano stati attribuiti alla Basilica di Fano. Da lì ho iniziato a lavorare in modo continuativo: studio del testo, ricostruzioni, modelli 3D, verifica delle ipotesi.

Dirigo un laboratorio dedicato alla digitalizzazione del patrimonio storico e ho affrontato il problema con un approccio scientifico e tecnologico. Non sono un archeologo di formazione: sono laureato in ingegneria e ho poi studiato archeologia e storia dell’arte. Il metodo è sempre stato quello di utilizzare i migliori strumenti disponibili per verificare dati e ipotesi.

Abbiamo studiato in profondità il testo vitruviano, i codici e la loro trasmissione manoscritta. Parallelamente abbiamo digitalizzato la città, sopra e sottoterra, attraverso indagini strumentali come il georadar (GPR). È stato un percorso lungo e mai davvero concluso: il ritrovamento chiude una storia millenaria, ma ne apre una nuova.

 

Il punto di svolta: dalla campagna georadar del 2013 agli scavi del 2025

La validazione delle ipotesi è arrivata grazie alla convergenza tra modelli digitali e verifiche archeologiche sul campo.

Perché il ritrovamento segna la fine di una storia e l’inizio di un’altra?

Il ritrovamento chiude una storia di circa duemila anni e apre quella degli studi sistematici sull’edificio. Nel tempo abbiamo prodotto molti modelli 3D, aggiornandoli man mano che aumentava la conoscenza.

Un punto di svolta arriva nel 2013, con una grande campagna di rilievo georadar integrata con dati GPS. Da lì ho formulato l’ipotesi più credibile: collocare la Basilica tra Piazza degli Avveduti e Piazza Andrea Costa, lungo il decumano massimo in continuità con l’Arco d’Augusto. In quell’area il georadar restituiva piani riflettenti compatibili con murature romane.

Il nostro è stato anche un lavoro per esclusione: molte ipotesi sono state progressivamente scartate, mentre quella collocazione continuava a restituire segnali coerenti. Su queste basi abbiamo pubblicato studi, immagini, risultati e ricostruzioni.

Parallelamente sono emersi anche risultati collaterali di grande rilievo, come la significativa coerenza tra numerose strutture della città romana e le misure, le proporzioni e i criteri descritti da Vitruvio nel De Architectura, rafforzando l’ipotesi di un impianto urbano unitario, leggibile e verificabile sul piano scientifico.

Purtroppo, oggi in archeologia lo scavo non è più attivato esclusivamente per finalità conoscitive autonome; nella maggior parte dei casi è legato all’esecuzione di lavori o interventi sul costruito. Questo significa che, in assenza di occasioni operative, anche contesti di straordinario interesse possono restare a lungo inesplorati.

Nel 2025, durante i lavori di riqualificazione di Piazza Andrea Costa, affiorano alcuni resti di epoca romana. In questa fase, la corretta gestione scientifica del contesto da parte della Soprintendenza ha avuto un ruolo determinante. Tra i rinvenimenti emerge una colonna con un diametro di circa 1,50 metri, un elemento di scala eccezionale per l’architettura antica. Vitruvio, nel De Architectura, descrive infatti il suo edificio con grande precisione, indicando larghezze, lunghezze, dimensioni delle colonne e proporzioni.

Gli archeologi, coordinati dalla Soprintendenza, hanno quindi confrontato i dati di scavo con le nostre ipotesi di localizzazione dei resti della basilica e hanno indirizzato le indagini nei punti indicati dal modello, ottenendo riscontri coerenti con le ipotesi formulate.

Oggi si apre una doppia traiettoria: quella dell’approfondimento scientifico e quella della valorizzazione culturale.

Ricostruzione grafica della planimetria della Basilica vitruviana a cura del prof. Paolo Clini (in grigio) e le tracce di elementi strutturali (in rosso) individuati grazie agli scavi. Immagine pubblicata da National Geographic Italia, gennaio 2026. (© Soprintendenza ABAP AN PU)

  

Tipologia edilizia singolare per l’epoca romana: perché la Basilica di Fano è diversa dalle basiliche classiche

La descrizione vitruviana introduce una tipologia edilizia nuova, destinata ad avere un’influenza duratura nella storia dell’architettura.

Perché la Basilica di Fano rappresenta un caso atipico rispetto alla tipologia della basilica classica?

Le basiliche classiche, come quella di Pompei, sono grandi navate longitudinali aperte sul foro, spazi funzionali legati direttamente allo spazio pubblico.

Vitruvio descrive invece un edificio chiuso su tutti i quattro lati, tipologicamente autonomo, con una grande aula centrale e il lato maggiore affacciato sul foro. Introduce una galleria superiore accessibile tramite scale, con funzioni specifiche come, ad esempio, quella di essere di libero accesso alle donne.

Sul lato opposto all’ingresso della basilica, Vitruvio colloca l’Aedes Augusti, oggi un nodo interpretativo importante. Potrebbe essere un luogo legato al culto di Augusto, oppure una sorta di tribunale che ospita statue augustee. Qui solo gli scavi in corso potranno chiarire funzione e dimensioni di questo spazio all’interno della basilica.

 

Immagine tratta dal libro “Vitruvio e il disegno di architettura” a cura di Paolo Clini, Marsilio 2012 (pag. 88). Confronto tra la basilica “normale” nella ricostruzione di Daniele Barbaro (De architettura, Venezia 1567) e la pianta ricostruita della basilica di Fano del prof. Paolo Clini.

 

L’aspetto più sorprendente della basilica descritta da Vitruvio riguarda l’ordine architettonico e le proporzioni. Vitruvio dichiara di dover risparmiare nella costruzione: nel mondo antico ciò che aveva un costo elevato erano soprattutto ordini e decorazioni. La sua soluzione è radicale: invece di proporre due ordini sovrapposti (piano inferiore e galleria), immagina un unico ordine “gigante”, colonne altissime fino alla copertura. Applica proporzioni corinzie eccezionali: l’altezza (circa 15 m) della colonna come multiplo del diametro (circa 1,5 m).

 

Basilica di Vitruvio a Fano: vista d’ingresso ottenuta tramite modellazione digitale 3D (ipotesi ricostruttiva). (© DiStoRi Heritage)

  

Per sostenere la galleria superiore Vitruvio deve costruire un secondo elemento strutturale, un pilastro rettangolare adossato alle colonne: il sistema portante diventa molto robusto e denso. Ne deriva un edificio con colonne “giganti” e sostegni imponenti, un impianto spaziale completamente nuovo rispetto alla tipologia della basilica classica.

Questa descrizione ha avuto un’influenza enorme: Palladio, ad esempio, la studia e la ridisegna, e l’idea dell’ordine gigante diventa un riferimento centrale nel suo lavoro. Infine, c’è un’altra lettura interpretativa: quando il cristianesimo ha bisogno di grandi spazi di assemblea, guarda al modello basilicale romano. Non a caso le grandi chiese paleocristiane prendono il nome di “basiliche”.

 

NAVIGA NEL MODELLO 3D DELLA BASILICA DI VITRUVIO

Basilica di Vitruvio a Fano: sezione trasversale dell’edificio elaborata a partire dal modello digitale 3D (ipotesi ricostruttiva). A sinistra il colonnato di ingresso, a destra Aedes Augusti. (© DiStoRi Heritage)

  

La scomparsa della Basilica: ipotesi storiche e letture strutturali

Le ragioni per cui i resti dell’edificio non sono giunti fino a noi, a differenza di altri casi, possono essere comprese solo attraverso un’analisi integrata di tipo storico e ingegneristico.

Quali eventi storici oggi potrebbero spiegare la scomparsa della Basilica?

Per indagare su questo aspetto, abbiamo applicato metodiche di archeologia sperimentale e analisi strutturale. La conclusione è che l’edificio, così concepito, fosse strutturalmente fragile e vulnerabile agli eventi sismici.

Le ipotesi principali comunque sono due: un grande terremoto verificatosi in età tardoantica che ha portato al crollo della struttura oppure grandi fasi di distruzione e trasformazione della città avvenute tra tarda antichità e alto medioevo, con possibili demolizioni, spoliazioni e riusi sistematici dei materiali.

Oggi possiamo lavorare su dati materiali concreti: grazie agli scavi è infatti possibile conoscere la composizione delle colonne, realizzate in conci lapidei, un elemento che apre a nuovi scenari di analisi tecnica e interpretativa.

Alcuni studi, tra cui quelli della prof.ssa Ingrid Rowland, hanno avanzato l’ipotesi che una parte dell’elevato della basilica potesse essere stato costruito in legno: un’idea che, dal punto di vista statico e costruttivo, potrebbe avere una sua coerenza perché alleggerisce strutturalmente l’insieme. Sono questioni che adesso, finalmente, potranno essere approfondite con metodo, a partire dai resti e da ciò che emergerà con la prosecuzione delle indagini.

 

Il piano romano di Fano a pochi centimetri di profondità: quota, stato conservazione dei resti e carta archeologica

Il caso di Fano dimostra come contesti archeologici di elevato valore possano trovarsi a profondità estremamente ridotte rispetto al piano urbano attuale. La combinazione tra indagini geofisiche, lettura della cartografia storica e assenza di edificazioni invasive permette ancora oggi di scoprire “tesori” nascosti.

Guardando le immagini degli scavi legati al ritrovamento della Basilica, colpisce la profondità estremamente ridotta dei resti: a che quota si trova il piano romano di Fano?

Molto poco sotto l’attuale quota stradale: in quell’area siamo intorno ai 50–60 centimetri. È una delle domande che in molti si sono posti: “come mai non ci si è accorti prima?”. In realtà noi conoscevamo già la quota del piano romano grazie alle campagna georadar: i rilievi indicavano in modo chiaro la presenza di strutture a quella profondità.

 

Resti meglio conservati di una delle colonne della Basilica di Vitruvio, rinvenuti in Piazza Andrea Costa a Fano. (© Dalila Cuoghi)

 

Gli stessi resti di cui sopra, ripresi dal lato opposto, rinvenuti in Piazza Andrea Costa a Fano. (© Dalila Cuoghi)

 

Un elemento importante, che per me era anche un indizio sulla corretta localizzazione della basilica, riguarda la cartografia storica della città: quel tratto di piazza è risultata per lungo tempo priva di costruzioni sovrastanti. Questo non elimina la questione delle sistemazioni stradali successive, ma spiega perché, almeno rispetto a fondazioni e cantieri edilizi, l’area non è stata “asportata” in modo invasivo come è accaduto altrove.

Va inoltre ricordato la città attuale è costruita direttamente sopra la Fano romana: spesso le trasformazioni rimuovono o compromettono i livelli antichi. In questo caso, invece, il ritrovamento è stato possibile grazie a una combinazione di circostanze favorevoli, che ha consentito la conservazione dei resti a quote così superficiali.

 

La carta archeologica di Fano presentata nel 2024 nasce sulla base della campagna studi avviata nel 2013?

Sì. Io e il mio gruppo abbiamo prodotto la prima carta archeologica del centro storico di Fano, georeferenziando i resti noti e integrando le schede della Soprintendenza con i ritrovamenti documentati negli anni precedenti. La carta archeologica di Fano, nella versione più aggiornata (2024), è stata ulteriormente sviluppata e aggiornata dagli enti competenti, incorporando i ritrovamenti emersi più di recente.

 

Cartografia di Fano con sovrapposizione dei resti archeologici di epoca romana. I risultati della campagna georadar (GPR) del 2013, che ha consentito di individuare un’area compatibile con la presenza della Basilica di Vitruvio tra Piazza degli Avveduti e Piazza Andrea Costa, lungo il decumano massimo (oggi, via Arco di Augusto). (© Paolo Clini)

  

La carta archeologica di Fano
La nuova carta archeologica del centro storico di Fano è realizzata su una piattaforma GIS (Geographic Information System), il mezzo ideale ai fini della difficile ricostruzione della topografia urbana antica e, quindi, di una valutazione del potenziale archeologico sepolto. Si tratta di uno strumento fondamentale per la conoscenza e lo studio dell’urbanistica di Fano nell’antichità, per le attività di tutela e valorizzazione del patrimonio culturale della città ed anche per la pianificazione urbanistica e la gestione dei lavori di manutenzione o rifacimento di reti e pavimentazioni nel centro storico. Fonte: Centro Studi Vitruviani

 

Il ruolo del Centro Studi Vitruviani dopo il ritrovamento della Basilica

I recenti ritrovamenti aprono una nuova fase non solo per la ricerca sulla Basilica di Vitruvio, ma anche per il ruolo delle strutture scientifiche dedicate allo studio e alla valorizzazione dell’opera vitruviana.

Lei è stato tra i fondatori del Centro Studi Vitruviani. Dopo averne guidato le attività fino al 2020, quale rapporto mantiene oggi con la struttura e quale ruolo immagina possa assumere il Centro Studi alla luce delle nuove prospettive di ricerca e valorizzazione?

Pur non ricoprendo più alcun incarico istituzionale, continuo a seguire le attività del Centro e a collaborare ai suoi studi. Alla luce dei recenti ritrovamenti, si apre oggi la possibilità di una sua riorganizzazione, che potrebbe consentire al Centro Studi Vitruviani di assumere un ruolo operativo significativo a supporto delle istituzioni, contribuendo in modo qualificato ai percorsi di approfondimento scientifico e di valorizzazione.

 

Il Centro Studi Vitruviani di Fano in breve
Il Centro Studi Vitruviani nasce a Fano nel 2010 come punto di riferimento internazionale per la ricerca sull’opera di Marco Vitruvio Pollione e sull’architettura classica. La città di Fano, unico luogo citato da Vitruvio come sede di un edificio da lui costruito, costituisce un contesto scientifico e simbolico particolarmente autorevole. Il Centro, senza fini di lucro, promuove attività di ricerca, divulgazione e valorizzazione e si configura come luogo di confronto interdisciplinare sulla classicità. >>> Scopri di più

 

Da sinistra, al centro: il prof. Paolo Clini e il prof. Oscar Mei, attuale Coordinatore Scientifico del Centro Studi Vitruviani, durante la conferenza stampa indetta dal Centro Studi Vitruviani in data 24 gennaio 2026. (© Dalila Cuoghi)

  

Digital Cultural Heritage: dal modello 3D all’intelligenza artificiale

La ricostruzione della Basilica di Fano è anche un caso emblematico di come il patrimonio culturale stia entrando in una nuova fase, in cui rilievo digitale, modellazione 3d e intelligenza artificiale ridefiniscono i processi di studio, gestione e valorizzazione.

 

Patrimonio fisico e patrimonio digitale: una nuova “vita” dell’opera

Oggi possiamo apprezzare l’imponenza della Basilica di Fano grazie ai modelli 3D che lei ha elaborato nel tempo con il gruppo di ricerca DiStoRi – Digital Heritage. Cosa significa oggi parlare di “Digital Cultural Heritage” e come questi strumenti stanno trasformando lo studio del patrimonio culturale?

Ho fondato il gruppo di ricerca DiStoRi Heritage nel 2000, all’interno del Dipartimento di Ingegneria Civile, Edile e Architettura (DICEA) dell’Università Politecnica delle Marche. È stato tra i primi in Italia a occuparsi in modo strutturato di digitalizzazione applicata ai beni culturali. Negli ultimi anni il percorso di ricerca ha conosciuto un’evoluzione molto rapida: oggi l’intelligenza artificiale è utilizzata in modo sistematico in numerose fasi del lavoro.

Questa evoluzione ha portato alla costituzione di mAIndh LAB, un laboratorio interdisciplinare e interdipartimentale di Artificial Intelligence per il Digital Cultural Heritage, che riunisce competenze di rilievo e modellazione, informatica e data science, intelligenza artificiale, visualizzazione e comunicazione.

Parlare oggi di Digital Cultural Heritage significa riconoscere che un patrimonio fisico, collocato in un luogo specifico e soggetto a limiti di accesso, può diventare anche un patrimonio “immateriale”, digitale, regolato da protocolli e metodi scientifici che ne garantiscono la massima aderenza all’originale. In alcuni casi, la copia digitale consente persino di cogliere aspetti che sull’opera fisica non sarebbero direttamente leggibili: per questo dico spesso che alcune ricostruzioni digitali sono, in un certo senso, “più originali dell’originale”.

Portare il patrimonio culturale nel digitale attiva meccanismi nuovi: conservazione e gestione più efficaci, tutela, accessibilità, inclusività, democratizzazione del patrimonio come bene comune, nuove forme di fruizione per il pubblico.

Il patrimonio digitale ha “vita propria” e può uscire dai luoghi fisici. Non ha senso che un bene resti confinato in un luogo, accessibile a pochi: oggi possiamo farlo circolare, farlo comprendere, farlo vivere, anche attraverso esperienze immersive, visori, ricostruzioni, ambienti virtuali.

 

DiStoRi Heritage, la ricostruzione virtuale della basilica romana di Fanum Fortunae.

 

Ricostruzioni digitali e rigore scientifico: dati, interpretazioni e livelli di affidabilità

Nel campo della conservazione e del restauro, un tema centrale riguarda la leggibilità critica delle ricostruzioni e il rapporto tra evidenza documentata e interpretazione. Vale lo stesso anche nel mondo digitale..? 

Nel mondo digitale è possibile distinguere chiaramente tra dato documentato e ricostruzione?

Sì, assolutamente. In diverse ricostruzioni partiamo dai resti e costruiamo il modello, ma nel racconto utilizziamo linguaggi che mostrano insieme il modello e le evidenze da cui nasce: i resti, le parti certe, le parti ipotetiche. Le tecnologie oggi lo permettono con efficacia.

L’intelligenza artificiale, in particolare, ha un grande potenziale nel relazionare mondo fisico e mondo digitale e nel far emergere con chiarezza la genealogia della ricostruzione: cosa viene dai dati, cosa dall’interpretazione, e con quale grado di confidenza.

 

Le sfide aperte: big data, cloud e intelligenza artificiale

La maturità tecnologica del Digital Cultural Heritage pone oggi nuove sfide operative, legate soprattutto alla gestione e alla fruizione dei dati.

Quali sono oggi le principali sfide tecnologiche e di gestione dei dati nel Digital Cultural Heritage?

Una delle sfide principali è quella dei big data. Spesso generiamo gemelli digitali straordinari, ma restano tali solo per chi ha infrastrutture universitarie e grandi capacità di calcolo. La vera sfida è rendere questi dati gestibili e fruibili: portarli dai server fisici al cloud, comprimerli mantenendo qualità e precisione, renderli accessibili agli operatori e al pubblico.

Poi c’è l’intelligenza artificiale, che ha cambiato completamente il nostro mondo. Oggi, per alcune applicazioni, è possibile produrre modelli 3D scientifici e documentati anche con tecniche nuove, come il Gaussian Splatting, riducendo drasticamente tempi e complessità di acquisizione.

L’IA generativa consente nuovi linguaggi di racconto e visualizzazione, ma va usata con metodo.

  

L’intelligenza artificiale come strumento per immaginare scenari futuri di valorizzazione del monumento, nel rispetto della sua sacralità: un dialogo tra passato, presente e futuro in cui l’eredità storica diventa generatrice di nuova architettura contemporanea. (© DiStoRi Heritage)

 

Accanto all’uso consapevole degli strumenti esistenti, è fondamentale sviluppare reti neurali addestrate su problemi specifici, cioè creare intelligenze dedicate.

Il nostro laboratorio oggi lavora su sistemi predittivi e reti neurali applicate all’arte e al patrimonio: attribuzioni, riconoscimento di caratteristiche materiali, supporto alla diagnostica e alla conservazione, riconoscimento di pattern e degradi. In questi ambiti, l’etica dell’addestramento e la qualità del dato sono centrali: l’accuratezza del sistema dipende da come il dato viene costruito.

 

Professore, dove è possibile consultare o approfondire i progetti di ricerca che state sviluppando all’interno del vostro laboratorio?

Alcune delle nostre attività e dei nostri progetti sono consultabili online, attraverso la pagina web dedicata al laboratorio mAIndh. L’esperienza maturata nel tempo mostra con chiarezza come strumenti e processi digitali stiano incidendo in modo profondo sulle modalità di ricerca e di comunicazione del patrimonio.

Immagini

Marsilio - Centro Studi Vitruviani

Immagine tratta dal libro “Vitruvio e il disegno di architettura” a cura di Paolo Clini, Marsilio 2012 (pag. 95). In alto, fig. 5, la pianta della basilica di Fano 70v, Vitruvio ferrarese XV secolo. Sotto, fig. 6, Pianta e sezione della basilica di Fano nella ricostruzione di Pierre Gros (Torino, Einaudi, 1997)

Marsilio - Centro Studi Vitruviani

Immagine tratta dal libro “Vitruvio e il disegno di architettura” a cura di Paolo Clini, Marsilio 2012 (pag. 96). Pianta della basilica di Fano nella ricostruzione di Andrea Palladio (De architectura, Venezia 1567)

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