Densità, flessibilità e tempo: ripensare il grattacielo come infrastruttura urbana durevole
La sostenibilità di un edificio alto non dipende soltanto da tecnologia ed efficienza energetica, ma dalla sua capacità di adattarsi, durare e generare qualità urbana. A Tall Buildings 2026, Giulia Maria D’Arco e Hugo Herrera Pianno hanno mostrato come flessibilità, spazio pubblico, bellezza e tempo possano diventare strumenti fondamentali del progetto
La crescita della popolazione, l’aumento dell’urbanizzazione e la progressiva riduzione delle risorse disponibili impongono all’architettura contemporanea una riflessione profonda sul significato della densità. Costruire più in alto e concentrare maggiori quantità di superficie all’interno di porzioni limitate di territorio non rappresenta infatti, di per sé, una garanzia di qualità urbana. La densità è una condizione, non un valore: diventa positiva solamente quando è capace di creare relazioni, spazi pubblici, identità e possibilità di trasformazione nel tempo.
È da questa premessa che prende avvio la riflessione proposta da Giulia Maria D’Arco e Hugo Herrera Pianno a Tall Buildings 2026. Attraverso l’esperienza di un complesso di torri residenziali realizzato in Cina, il progetto diventa l’occasione per ragionare su un metodo più generale di intendere l’architettura: non progettare esclusivamente per rispondere alle esigenze funzionali del presente, ma costruire edifici capaci di attraversare il tempo, adattandosi alle trasformazioni della società e diventando parti consolidate della città.
La densità non basta: la qualità urbana nasce dalle relazioni
Le città storiche mostrano chiaramente come densità e qualità possano convivere. Barcellona, Parigi o Milano sono città dense, ma continuano a essere desiderate proprio perché la concentrazione di persone e attività genera occasioni di incontro, scambio e contaminazione.
È dunque riduttivo misurare la qualità urbana semplicemente attraverso metri quadrati, metri cubi o indici edificatori. Il tema decisivo diventa capire quale tipo di città venga prodotto dalla densificazione e soprattutto quali spazi collettivi possano nascere tra gli edifici.
Il problema emerge con particolare evidenza quando si affronta il progetto di grandi complessi residenziali e di edifici alti. La ricerca dell’efficienza funzionale può infatti portare a organizzazioni estremamente rigide. Nel caso degli insediamenti residenziali, ad esempio, la volontà di garantire a ogni appartamento il migliore orientamento possibile può determinare automaticamente una disposizione costituita da edifici paralleli, ripetuti secondo uno schema sostanzialmente uniforme.
Prima degli appartamenti viene lo spazio tra gli edifici
Nel progetto illustrato durante Tall Buildings 2026 questo paradigma viene rovesciato. La priorità non è stata stabilire immediatamente la distribuzione degli appartamenti, ma interrogarsi sulla qualità dello spazio prodotto dalle tre torri.
Lo spazio vuoto diventa così parte integrante del progetto architettonico. Non è ciò che resta dopo avere collocato gli edifici sul lotto, ma uno degli elementi che ne determina forma, posizione e relazione reciproca.
È un passaggio concettuale significativo. Il grattacielo non viene considerato come un oggetto autonomo che deve necessariamente imporsi sul paesaggio urbano. L'attenzione si sposta piuttosto verso il contributo che l'edificio può offrire alla città: la luce che raggiunge il suolo, la qualità degli spazi pubblici, le visuali, le distanze tra i volumi e la possibilità di creare luoghi realmente utilizzabili dalle persone.
Più gli edifici crescono in altezza, infatti, maggiore diventa la loro capacità di modificare le condizioni microambientali dello spazio circostante. Ombreggiamento, luce naturale e percezione dello spazio pubblico diventano quindi variabili progettuali fondamentali.
Nel progetto delle tre torri, alte oltre cento metri, la composizione nasce proprio dalla volontà di generare uno spazio significativo tra gli edifici e di comprendere quale contributo un intervento ad alta densità possa offrire alla città.
Progettare per cento anni, non per la funzione di oggi
Uno degli aspetti più interessanti della riflessione riguarda il rapporto tra architettura e tempo. Gli edifici non sono sistemi immutabili: le diverse componenti hanno cicli di vita profondamente differenti.
La forma urbana può permanere per secoli. La struttura principale dell'edificio è destinata a vivere per periodi molto lunghi, mentre l'involucro può essere sostituito o profondamente modificato. Ancora più rapidamente cambiano le funzioni.
Da questa considerazione nasce un principio progettuale fondamentale: concentrare le decisioni più importanti sugli elementi destinati a durare maggiormente e non vincolare eccessivamente l'edificio alle esigenze funzionali presenti.
Un edificio progettato esclusivamente attorno a un programma specifico rischia infatti di diventare rapidamente obsoleto quando quel programma cambia. Al contrario, una struttura sufficientemente aperta e flessibile può accogliere nel corso della propria vita destinazioni differenti.
Dalla residenza agli uffici: l'edificio come struttura aperta
È ciò che accade nel progetto presentato. Le piante sono concepite per essere estremamente flessibili: oggi gli spazi ospitano residenze, ma la configurazione strutturale permette di immaginare in futuro una trasformazione in uffici o in altre tipologie d'uso.
La funzione perde quindi il ruolo di elemento dominante del progetto.
Non significa ignorare le necessità del programma, ma riconoscere che tra tutte le componenti dell'edificio proprio la destinazione d'uso è probabilmente quella destinata a cambiare più velocemente. Progettare pensando esclusivamente alla funzione attuale significa dunque rischiare di compromettere la capacità futura dell'edificio di adattarsi.
La flessibilità diventa, in questa prospettiva, una delle condizioni fondamentali della sostenibilità.
Più lunga vuole essere la vita di un edificio, maggiore deve essere la sua indipendenza da una destinazione specifica. L'architettura deve quindi predisporre un'infrastruttura spaziale e strutturale capace di accogliere configurazioni che al momento della progettazione potrebbero persino non essere prevedibili.
La longevità come nuova misura della sostenibilità
Il tema porta direttamente a una diversa interpretazione della sostenibilità. Quando si parla di edifici sostenibili, l'attenzione viene normalmente concentrata sui consumi energetici, sulle prestazioni dell'involucro, sulle tecnologie impiantistiche e sui materiali.
Sono aspetti imprescindibili, ma non esauriscono il problema.
Un edificio altamente efficiente che dopo pochi decenni diventa inutilizzabile e deve essere profondamente trasformato o demolito può generare un impatto rilevante. Al contrario, una costruzione capace di attraversare generazioni differenti, adattandosi a nuovi usi e continuando a essere apprezzata dalla comunità, distribuisce nel tempo l'energia, le risorse e le emissioni incorporate nella sua costruzione.
È per questo che nella relazione la durevolezza viene posta direttamente in relazione con la sostenibilità: il contributo dell'architettura consiste anche nella capacità di creare edifici capaci di sopravvivere al tempo.
La longevità permette inoltre di ridurre la necessità di demolizioni, ricostruzioni e sostituzioni premature, con conseguenze positive anche dal punto di vista economico e ambientale.
La bellezza come strategia di sostenibilità
In questa prospettiva emerge un concetto apparentemente distante dalle valutazioni prestazionali: la bellezza.
L'affermazione proposta durante Tall Buildings 2026 è volutamente provocatoria ma pone una questione concreta: uno degli strumenti più efficaci per realizzare un edificio sostenibile potrebbe essere quello di costruire un edificio bello.
Il motivo riguarda l'accettazione sociale dell'architettura.
Un edificio riconosciuto dalla comunità, apprezzato e percepito come parte della propria città ha maggiori probabilità di essere conservato. La qualità architettonica diventa quindi una forma di protezione contro l'obsolescenza. L'edificio smette di essere semplicemente una costruzione e diventa progressivamente un luogo.
Questa prospettiva amplia il significato stesso della sostenibilità, inserendo una dimensione culturale e sociale accanto a quella energetica e ambientale.
Non basta che l'edificio funzioni correttamente. Deve possedere caratteristiche che ne favoriscano l'accettazione e ne rendano desiderabile la permanenza.
Architettura e contesto: non esiste una soluzione universale
Il progetto cinese offre anche un'interessante riflessione sul rapporto tra architettura, tecnologia e condizioni locali.
Le torri presentano superfici estremamente astratte e continue, ottenute attraverso soluzioni costruttive strettamente legate alle caratteristiche del mercato locale. Durante la relazione viene sottolineato come edifici di oltre cento metri difficilmente potrebbero essere realizzati nello stesso modo in Europa, dove probabilmente si ricorrerebbe a facciate metalliche o a elementi prefabbricati con una conseguente presenza di giunti e discontinuità.
Nel contesto cinese analizzato è stato invece possibile adottare superfici in calcestruzzo successivamente dipinte e mantenute nel tempo attraverso operazioni continue di manutenzione.
Non si tratta di proporre questo sistema come modello universale o come soluzione necessariamente più sostenibile. La lezione riguarda piuttosto la necessità di comprendere le condizioni specifiche nelle quali un edificio viene costruito.
Economia locale, disponibilità di manodopera, tecnologie costruttive e modalità di manutenzione possono produrre architetture profondamente differenti.
Il progetto diventa quindi il risultato di una relazione con il luogo e non dell'applicazione meccanica di una soluzione standard.
Il grattacielo non è il protagonista: lo è la città
Forse il passaggio più significativo dell'intera riflessione riguarda infine il ruolo stesso dell'edificio alto.
Nel progetto illustrato, il grattacielo non vuole essere il protagonista. Il protagonista è lo spazio pubblico.
Il basamento, gli spazi sociali e gli ambienti creati tra le torri assumono un ruolo fondamentale perché è proprio a quella quota che l'edificio entra concretamente in relazione con la vita urbana. La qualità architettonica emerge quando la costruzione riesce a diventare parte integrante del proprio ambiente e della società che la utilizza.
Si tratta di una posizione importante soprattutto nel dibattito contemporaneo sugli edifici alti. La qualità di una torre non può essere valutata esclusivamente attraverso la sua altezza, la sua forma o la sua riconoscibilità nello skyline.
La vera domanda riguarda ciò che accade intorno e sotto l'edificio.
Quali spazi crea? Quanta luce riesce a garantire? Come modifica le relazioni urbane? È in grado di accogliere trasformazioni future? E soprattutto, la città continuerà a considerarlo un valore tra cinquanta o cento anni?
Geometria, materialità, luce e tempo
La riflessione conclusiva della relazione riassume efficacemente questo approccio. Dietmar Eberle individua nella geometria, nella materialità e nella luce i tre strumenti fondamentali attraverso i quali l'architettura può esprimersi.
A questi viene aggiunto un quarto elemento: il tempo.
È probabilmente proprio il tempo, infatti, il giudice più severo della qualità architettonica.
Permette di comprendere se le strutture sono state sufficientemente flessibili, se gli spazi pubblici sono diventati luoghi realmente utilizzati, se l'edificio è riuscito ad adattarsi a funzioni differenti e se la comunità ha continuato a riconoscergli valore.
In questa prospettiva cambia anche il modo di interpretare la densità. La questione non è semplicemente costruire più metri quadrati utilizzando meno suolo, ma creare strutture urbane capaci di generare valore nel lungo periodo.
Il grattacielo diventa allora non soltanto un edificio verticale, ma una vera infrastruttura della città: una struttura aperta alle trasformazioni, capace di produrre spazio pubblico e destinata, idealmente, a vivere molto più a lungo delle funzioni per le quali era stata inizialmente costruita.
DI SEGUITO L'INTERVENTO INTEGRALE DI GIULIA MARIA D'ARCO E HUGO HERRERA PIANNO.
Il testo è stato elaborato tramite la videoregistrazione dell'intervento, con l'aiuto di strumenti di IA (ChatGpT).
IN SINTESI
-La densità urbana non rappresenta automaticamente una qualità: deve generare relazioni, identità e spazi pubblici vivibili.
-Il progetto delle torri privilegia la qualità dello spazio tra gli edifici rispetto alla sola ottimizzazione funzionale delle unità residenziali.
-La flessibilità strutturale consente agli edifici di cambiare destinazione d’uso nel tempo, passando ad esempio dalla residenza agli uffici.
-La longevità viene interpretata come una delle principali forme di sostenibilità, perché riduce demolizioni, ricostruzioni e consumo di nuove risorse.
-Geometria, materiali e luce devono essere affiancati da un quarto elemento progettuale, il tempo, che determina nel lungo periodo il successo e l’accettazione dell’architettura.
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