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Linee Guida BIM: come la gestione informativa sta cambiando la natura del progetto. L'intervista a Sandro Catta

La gestione informativa digitale sta trasformando in profondità il modo di progettare nel settore delle costruzioni. Con l’approvazione delle Linee Guida MIT sulla Gestione Informativa Digitale, il BIM entra in una fase di maturazione che coinvolge non solo le stazioni appaltanti ma anche l’organizzazione del lavoro dei professionisti. Come emerge dall’intervista all’ing. Sandro Catta, il cambiamento principale riguarda la natura stessa del progetto: non più una sequenza di elaborati, ma un sistema informativo che anticipa digitalmente il comportamento dell’opera lungo il suo ciclo di vita.

La gestione informativa digitale ridefinisce il progetto edilizio: non più solo elaborati grafici ma un sistema informativo che anticipa prestazioni, interferenze e ciclo di vita dell’opera. Le nuove Linee Guida MIT sul BIM coinvolgono stazioni appaltanti e professionisti, imponendo nuove competenze, coordinamento interdisciplinare e responsabilità tecniche nella progettazione digitale dell’involucro e delle infrastrutture.


Il progetto non è più un elaborato: è un sistema informativo. La trasformazione della professione tecnica secondo Sandro Catta

Con le nuove Linee Guida sulla gestione informativa digitale il legislatore interviene soprattutto sull’organizzazione delle stazioni appaltanti. Ma l’impatto più profondo riguarda un altro livello: il modo in cui i professionisti progettano, collaborano e assumono responsabilità tecniche.

Consiglio Superiore LLPP: approvate le Linee Guida MIT sulla Gestione Informativa Digitale

Il 20 febbraio 2026 l’Assemblea Generale del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici ha approvato le Linee Guida del MIT sulla Gestione Informativa Digitale (GID), rivolte in particolare a stazioni appaltanti ed enti concedenti. L’esito si inserisce nel percorso di consolidamento del BIM nella committenza pubblica e si raccorda alle attività della Commissione di monitoraggio BIM e del relativo Comitato scientifico.

Ne parliamo con l’ing. Sandro Catta, consigliere del Consiglio Nazionale degli Ingegneri con delega al BIM e membro della commissione che ha contribuito alla redazione delle Linee Guida. Con lui affrontiamo il tema dal punto di vista della professione tecnica: competenze necessarie, formazione, organizzazione degli studi, sostenibilità e responsabilità nei nuovi processi digitali. Il confronto parte da una domanda fondamentale: cosa cambia davvero quando il progetto non è più una sequenza di elaborati ma un sistema informativo che anticipa digitalmente il comportamento dell’opera lungo tutto il suo ciclo di vita. E arriva fino ai nodi più delicati della trasformazione in corso: il rischio che la digitalizzazione favorisca solo le strutture più organizzate, il ruolo delle certificazioni, l’ingresso dell’intelligenza artificiale nei processi progettuali e le nuove responsabilità legate alla tracciabilità delle decisioni tecniche.

 

Linee Guida BIM intervista a Sandro Catta
(Nicola Furcolo)

 

E se il BIM fallisse?

In chiusura due domande dirette. Per capire se la digitalizzazione rappresenta una reale opportunità di crescita per la professione tecnica o una selezione silenziosa. E soprattutto per individuare un indicatore concreto che ci dirà quando la gestione informativa digitale sarà davvero diventata il linguaggio ordinario del progetto.

NOTA dell’intervistatore: ammetto che l’ultima domanda, volutamente la più difficile, ha trovato una risposta che ho apprezzato tanto: la gestione informativa come linguaggio naturale” per valutare il successo del BIM.

Buona lettura!

 

Trasformazione della professione

Nicola Furcolo
Le Linee Guida incidono sull’organizzazione delle stazioni appaltanti. Dal punto di vista dei professionisti, qual è il cambiamento più profondo che la gestione informativa digitale introduce nel modo di progettare e assumersi responsabilità?

Sandro Catta

Il cambiamento più profondo introdotto dalla gestione informativa digitale riguarda la natura stessa dell’atto progettuale. Per oltre un secolo il settore dell’ingegneria civile ha dimostrato una straordinaria inerzia ai cambiamenti: la principale innovazione organizzativa è stata il passaggio dal tavolo da disegno al CAD. Con il BIM e con la gestione informativa digitale, invece, si produce una trasformazione paradigmatica. Il progetto non è più una sequenza di elaborati grafici e documentali, ma diventa un sistema informativo strutturato, capace di anticipare digitalmente il comportamento dell’opera lungo l’intero ciclo di vita.

Questo spostamento temporale delle decisioni comporta conseguenze profonde sul piano delle responsabilità professionali. La necessità di definire in modo anticipato geometrie, prestazioni, interferenze disciplinari e processi costruttivi richiede un livello di approfondimento progettuale molto più spinto rispetto al passato. Il modello informativo diventa, di fatto, il luogo in cui si assumono le principali decisioni tecniche e dove queste rimangono tracciate e verificabili nel tempo. Le stesse Linee guida riconoscono che la gestione informativa digitale incide sugli assetti organizzativi e sulla responsabilità decisionale dei soggetti coinvolti.

Dal punto di vista del Consiglio Nazionale degli Ingegneri, tuttavia, è necessario osservare questa trasformazione in modo realistico. L’indagine che abbiamo recentemente condotto ed alla quale hanno risposto tremila professionisti evidenzia un forte interesse verso la digitalizzazione, ma anche ritardi significativi nella sua applicazione concreta, diffusi in tutti gli ambiti della professione: pubblica amministrazione, imprese e studi professionali. Ci troviamo quindi in una fase di transizione: la tecnologia richiede competenze più avanzate, maggiore capacità di coordinamento interdisciplinare e una consapevolezza metodologica che non sempre è ancora pienamente maturata.

 

Competenze minime

Nicola Furcolo
Quali competenze ritiene oggi imprescindibili per un professionista che voglia operare nel mercato pubblico in un contesto di gestione informativa digitale?

Sandro Catta

Un equivoco piuttosto diffuso è quello di ritenere che l’intera platea dei tecnici debba necessariamente trasformarsi in modellatori BIM. In realtà la gestione informativa digitale introduce una trasformazione più articolata, che richiede di lavorare su due piani distinti ma complementari.

Da un lato è indispensabile una diffusa alfabetizzazione informativa dell’intera filiera tecnica. Molti professionisti che intervengono nel ciclo di vita dell’opera – progettisti specialisti, direttori dei lavori, collaudatori, esperti di sicurezza o di impiantistica – possiedono competenze tecniche di altissimo livello maturate in anni di esperienza professionale. Queste competenze rimangono centrali, ma devono essere integrate con una conoscenza minima dei principi dell’information management. Senza questa base comune diventa difficile partecipare efficacemente ai processi collaborativi che la gestione informativa presuppone.

Dall’altro lato emerge la necessità di figure con competenze molto più avanzate, chiamate a governare i processi digitali e a strutturare i flussi informativi dei progetti complessi. In questo ambito si collocano i professionisti che operano nella modellazione informativa, nel coordinamento dei modelli e nella gestione degli ambienti digitali collaborativi, in coerenza con i ruoli delineati dal nuovo quadro normativo della gestione informativa digitale.

A questa evoluzione si aggiunge oggi un ulteriore elemento di discontinuità: l’ingresso dell’intelligenza artificiale nei processi di progettazione e gestione dei dati. L’integrazione tra modelli informativi, algoritmi di analisi, sensoristica e sistemi di monitoraggio apre scenari nei quali il settore delle costruzioni dialoga sempre più strettamente con altre discipline ingegneristiche. Accanto agli ingegneri civili e ambientali diventa quindi naturale il coinvolgimento di ingegneri informatici, elettronici e dell’automazione, chiamati a sviluppare sistemi di analisi dei dati, piattaforme digitali e modelli predittivi che utilizzano il patrimonio informativo generato dal BIM.

In questo senso la gestione informativa digitale non rappresenta soltanto un’evoluzione degli strumenti progettuali, ma l’apertura del settore delle costruzioni a un ecosistema tecnologico più ampio, nel quale competenze tradizionali e nuove ingegnerie sono destinate a integrarsi stabilmente.

 

Studi medio-piccoli

Nicola Furcolo
C’è il rischio che la digitalizzazione favorisca solo grandi strutture organizzate, penalizzando studi medio-piccoli? Oppure il BIM può diventare un’opportunità anche per realtà professionali più agili?

Sandro Catta

Il rischio esiste ed è stato chiaramente evidenziato anche dall’indagine condotta dal Consiglio Nazionale degli Ingegneri. I dati mostrano infatti una correlazione piuttosto netta tra livello di adozione della gestione informativa digitale e dimensione organizzativa delle strutture professionali: nelle società di ingegneria e nelle organizzazioni più strutturate l’utilizzo del BIM e dei processi digitali risulta più frequente e sistematico, mentre negli studi individuali o di piccole dimensioni si registrano percentuali significativamente più elevate di professionisti che non hanno ancora avuto esperienze operative in questo ambito.

Questo fenomeno non dipende tanto dalla complessità intrinseca degli strumenti digitali, quanto piuttosto dalle condizioni organizzative necessarie per adottarli. La gestione informativa richiede investimenti in software, infrastrutture hardware, formazione continua e, soprattutto, una riorganizzazione dei flussi di lavoro. Si tratta di condizioni che risultano naturalmente più sostenibili in contesti strutturati rispetto allo studio professionale individuale.
Va tuttavia considerato che il sistema professionale italiano presenta caratteristiche molto diverse da quello anglosassone, dove le grandi strutture societarie rappresentano una componente predominante del mercato. In Italia la progettazione è storicamente diffusa in una rete capillare di studi medio-piccoli, spesso altamente specializzati e radicati nei territori. Per questo motivo la digitalizzazione non può essere interpretata come un processo selettivo che premia esclusivamente le grandi organizzazioni, ma deve diventare un fattore di evoluzione dell’intero sistema professionale.

In questa prospettiva il BIM può rappresentare anche un’opportunità per le strutture più agili, a condizione che si sviluppino forme più mature di collaborazione professionale. Il lavoro per modelli informativi e per ambienti di condivisione dati è, per sua natura, un lavoro di rete: consente a competenze diverse di integrarsi in modo coordinato all’interno dello stesso ecosistema informativo. Questo può favorire la nascita di aggregazioni temporanee, reti tra studi professionali e modelli organizzativi collaborativi che permettano anche alle realtà di dimensione più contenuta di partecipare a progetti complessi mantenendo la propria autonomia.

La vera sfida, quindi, non è tanto la dimensione dello studio, quanto la capacità del sistema professionale di evolvere verso forme di cooperazione più strutturate, in grado di valorizzare la qualità tecnica diffusa che caratterizza l’ingegneria italiana.

 

Formazione e certificazioni

Nicola Furcolo
Quanto contano oggi certificazioni e percorsi formativi strutturati? E come si evita che la qualificazione diventi un requisito formale privo di reale contenuto tecnico?

Sandro Catta

Il BIM non è soltanto uno strumento software, ma un sistema organizzativo fondato su standard, ruoli, processi informativi e interoperabilità dei dati. Senza un adeguato percorso formativo il rischio è quello di una applicazione meramente strumentale, incapace di produrre i benefici attesi in termini di qualità progettuale e di governo dell’investimento pubblico e privato. In questo senso anche il Consiglio Nazionale degli Ingegneri ha promosso negli ultimi anni iniziative strutturate di qualificazione delle competenze, tra cui i percorsi di certificazione professionale sviluppati attraverso Certing, che consentono di attestare in modo trasparente le capacità operative dei professionisti nei diversi ruoli della gestione informativa.

Occorre tuttavia evitare che la certificazione si trasformi in un mero adempimento formale. Il nuovo quadro normativo mantiene, sotto questo profilo, un equilibrio corretto. Il Codice dei contratti pubblici e le Linee guida sulla gestione informativa digitale non impongono infatti la certificazione delle competenze ai funzionari delle stazioni appaltanti, ma valorizzano questi strumenti come criteri premiali negli affidamenti all’esterno, riconoscendo il loro ruolo nella qualificazione del mercato professionale.

La distinzione fondamentale, a nostro avviso, è tra competenze e capacità professionali. Le competenze di base appartengono al percorso universitario e alla formazione scientifica che caratterizza la professione dell’ingegnere. Le capacità professionali, invece, riguardano l’applicazione operativa di metodologie specifiche e possono essere opportunamente valorizzate attraverso sistemi di certificazione indipendenti. Se mantenuto su questo piano, il sistema delle certificazioni non diventa un requisito burocratico, ma uno strumento utile per rendere più trasparente il mercato e per favorire una reale crescita della qualità professionale.

 

BIM e sostenibilità

Nicola Furcolo
Lei ha più volte collegato digitalizzazione e criteri ambientali minimi Quanto il BIM può diventare uno strumento concreto per misurare ciclo di vita, sostenibilità e qualità ambientale del progetto?

Sandro Catta

Il contributo più significativo si manifesta già nella fase progettuale. L’integrazione tra modellazione informativa e strumenti avanzati di analisi – oggi sempre più supportati da sistemi di intelligenza artificiale – permette di confrontare in tempi molto rapidi numerose alternative progettuali, valutandone le prestazioni strutturali, energetiche, economiche e ambientali. Questo consente di anticipare scelte che in passato emergevano solo in fase realizzativa o addirittura durante la gestione dell’opera. Il progetto diventa così un ambiente di simulazione nel quale è possibile ottimizzare configurazioni, materiali e sistemi tecnologici prima della costruzione.

La dimensione più innovativa si sviluppa tuttavia nella fase di esercizio dell’opera. La combinazione tra modelli informativi, sensoristica diffusa e sistemi di automazione consente di monitorare in modo continuo parametri fisici e ambientali – consumi energetici, condizioni termoigrometriche, prestazioni strutturali o qualità dell’aria – collegandoli direttamente al modello informativo dell’edificio o dell’infrastruttura. In questa prospettiva il BIM evolve progressivamente verso il concetto di gemello digitale operativo, capace di restituire in tempo reale lo stato dell’opera e di supportare decisioni manutentive e gestionali basate su dati misurabili.

La digitalizzazione, quindi, non rappresenta soltanto uno strumento di efficienza progettuale, ma diventa una piattaforma tecnologica che consente di verificare nel tempo la qualità ambientale delle scelte progettuali e, se necessario, di introdurre interventi correttivi. In questo senso il BIM costituisce una delle infrastrutture metodologiche più promettenti per rendere realmente misurabile la sostenibilità dell’ambiente costruito.

 

Responsabilità professionale

Nicola Furcolo
Con la gestione informativa digitale aumenta la tracciabilità delle decisioni progettuali. Questo modifica il perimetro della responsabilità tecnica e deontologica del professionista?

Sandro Catta

Ogni informazione inserita nel modello, ogni revisione, ogni validazione disciplinare lascia una traccia documentale all’interno dell’ambiente di condivisione dati. Questo rende il processo progettuale molto più trasparente e verificabile rispetto al passato, ma al tempo stesso apre questioni nuove sul piano della responsabilità tecnica e deontologica. Le Linee guida e il Codice dei contratti pubblici riconoscono esplicitamente che la digitalizzazione incide sugli assetti organizzativi e sui sistemi di responsabilità decisionale dei soggetti coinvolti nel processo. Tuttavia il quadro giuridico non è ancora completamente consolidato.

Si tratta di un ambito che spesso viene definito con l’espressione “Legal BIM”, proprio per indicare la necessità di reinterpretare istituti giuridici tradizionali alla luce dei nuovi processi informativi. La gestione informativa introduce infatti nuove figure professionali, nuovi ruoli di coordinamento e nuovi flussi decisionali che si affiancano alle responsabilità progettuali classiche. Il modello informativo diventa progressivamente un vero oggetto contrattuale e questo implica la necessità di chiarire con maggiore precisione le responsabilità legate alla produzione, alla validazione e all’aggiornamento dei dati.

Le questioni aperte sono numerose e riguardano sia il perimetro interno al processo progettuale/esecutivo sia aspetti più ampi legati alla gestione delle informazioni. Pensiamo, ad esempio, alla responsabilità sulla qualità e sulla correttezza dei dati inseriti nei modelli, alla sicurezza degli ambienti di condivisione, alla protezione delle informazioni sensibili o al rischio di interferenze esterne sui sistemi digitali. In prospettiva, con l’integrazione tra modelli informativi, sensoristica e sistemi di automazione, si aprono anche scenari nei quali un eventuale attacco informatico potrebbe incidere direttamente sul funzionamento fisico delle infrastrutture o degli edifici.

È probabile che i primi chiarimenti interpretativi emergeranno progressivamente attraverso la prassi applicativa e, inevitabilmente, anche attraverso la giurisprudenza. Tuttavia sarebbe auspicabile che il sistema professionale e istituzionale riuscisse ad anticipare questa evoluzione, definendo standard contrattuali, protocolli operativi e modelli di responsabilità coerenti con i nuovi processi digitali.

 

Chiusura 1 – Crescita o selezione

Nicola Furcolo
E se tra qualche anno il BIM avrà semplicemente escluso i professionisti e gli studi meno strutturati senza migliorare la qualità del progetto, avremo davvero fatto un passo avanti?

Sandro Catta

È una preoccupazione comprensibile, ma personalmente non la considero uno scenario realistico. Ogni trasformazione tecnologica produce inevitabilmente una fase di selezione e adattamento: è accaduto con l’introduzione del calcolo automatico, con il passaggio dal disegno manuale al CAD e accadrà anche con la gestione informativa digitale. È possibile che una parte dei professionisti o delle strutture meno preparate faccia più fatica ad affrontare questa transizione, ma questo non significa che il risultato complessivo del processo sia negativo.

Naturalmente questa evoluzione richiede un forte investimento culturale e professionale. L’indagine condotta dal Consiglio Nazionale degli Ingegneri mostra che il sistema professionale è molto interessato alla digitalizzazione, ma presenta ancora livelli di maturità disomogenei e ritardi applicativi in diversi contesti operativi. Questo significa che la sfida non è tanto quella di difendere lo status quo, peraltro incompatibile con gli scenari internazionali, quanto di accompagnare il cambiamento.

Ed è esattamente questo il ruolo che il Consiglio Nazionale degli Ingegneri intende svolgere. Come ente pubblico che rappresenta l’intera comunità professionale, il nostro compito non è selezionare chi rimane nel sistema e chi ne esce, ma creare le condizioni affinché il maggior numero possibile di professionisti possa affrontare questa trasformazione con gli strumenti adeguati: formazione, diffusione delle competenze, supporto all’organizzazione degli studi e promozione di modelli collaborativi.

Se riusciremo in questo obiettivo, la digitalizzazione non sarà un fattore di esclusione, ma uno strumento per elevare complessivamente la qualità tecnica della professione e, di conseguenza, la qualità delle opere che realizziamo. In fondo questa è la vera sfida dell’immediato futuro per l’ingegneria italiana.

 

Chiusura 2 – Indicatore concreto

Nicola Furcolo
Come capiremo che la professione tecnica ha davvero interiorizzato la gestione informativa digitale? Mi indichi un segnale misurabile. Non un convegno, non un attestato. Un risultato concreto.

Sandro Catta

Probabilmente questa è la domanda più difficile, perché la maturità digitale di una professione non si misura con indicatori formali. Non bastano convegni, attestati o dichiarazioni programmatiche. Il Consiglio Nazionale degli Ingegneri ha provato ad affrontare la questione in modo empirico attraverso l’indagine già richiamata, proprio per comprendere quanto la gestione informativa fosse realmente entrata nella pratica quotidiana del lavoro tecnico. Il quadro che emerge è molto interessante: da un lato persistono ritardi applicativi e livelli di maturità disomogenei, dall’altro si registra un interesse molto elevato verso la digitalizzazione e una diffusa consapevolezza che si tratti di una trasformazione strutturale della professione.

Il vero segnale misurabile arriverà quando la gestione informativa digitale smetterà di essere percepita come un tema specialistico e diventerà la modalità ordinaria con cui si concepiscono, si progettano e si gestiscono le opere. In altre parole, quando il modello informativo non sarà più un allegato al progetto, ma il progetto stesso. Quando la committenza pubblica richiederà modelli informativi con la stessa naturalezza con cui oggi richiede elaborati grafici, e quando i professionisti li produrranno senza percepirli come un adempimento aggiuntivo.

Alcuni segnali di questa evoluzione sono già visibili. Cresce il numero di professionisti che partecipano a percorsi di formazione avanzata, aumentano le certificazioni di competenza rilasciate attraverso organismi come Certing, e si moltiplicano le esperienze operative in cui la gestione informativa diventa parte integrante del processo progettuale. Sono indicatori ancora indiretti, ma mostrano una direzione di marcia abbastanza chiara.

La storia della professione tecnica dimostra che gli ingegneri italiani hanno sempre saputo affrontare le trasformazioni tecnologiche più profonde. La sfida attuale non fa eccezione. Se il sistema professionale, le università e le istituzioni sapranno lavorare insieme per rafforzare competenze, organizzazione e cultura digitale, la gestione informativa non sarà più percepita come una novità normativa, ma come il linguaggio naturale con cui la professione tecnica governa la complessità delle opere contemporanee. Questo sarà il vero indicatore del cambiamento.

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