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Efficienza energetica, pompe di calore ed EPBD IV: cosa cambia per condomini e professionisti secondo l’Ing. Socal

L’intervista all’Ing. Socal approfondisce il ruolo dei sistemi impiantistici e della riqualificazione dell’involucro degli edifici esistenti con un focus sulle strategie per la riqualificazione dei condomini, i limiti e le ambizioni della nuova EPBD, la transizione ai metodi di calcolo orari e il rapporto tra normativa, industria e politiche energetiche.

La riqualificazione energetica degli edifici non può ridursi alla sola sostituzione del generatore. Nell’intervista all’Ing. Laurent Socal emergono alcuni punti chiave: priorità alla coibentazione dell’involucro, uso ragionato delle pompe di calore, limiti tecnici dei sistemi radianti, criticità attuative della nuova EPBD e necessità di passare a metodi di calcolo orari. Un quadro tecnico che impatta direttamente progettazione, normativa e responsabilità professionale.

Se non si tiene conto correttamente dell’interazione fra edificio ed impianti, rischiamo di produrre norme di legge difficilmente applicabili e metodi di calcolo che non descrivono in modo coerente la realtà dei sistemi.


Sistemi radianti e edifici a emissioni quasi zero

Clara Peretti
Nella prospettiva degli edifici a emissioni quasi zero, che ruolo attribuisce ai sistemi radianti rispetto ad altri sistemi di emissione?

Ing. Laurent Socal

Il ruolo dei sistemi radianti è piuttosto naturale: se si punta alla pompa di calore, avere un sistema intrinsecamente a bassa temperatura di mandata è un vantaggio evidente. Da questo punto di vista il radiante è molto interessante. Bisogna però ricordare un limite tecnico importante: con i pannelli radianti si gestisce solo il carico sensibile, non il carico latente. Dove c’è l’esigenza del controllo dell’umidità, i sistemi radianti devono essere integrati con altre soluzioni impiantistiche.



Umidificazione invernale: comfort o problema impiantistico?

Clara Peretti
Vede una necessità reale di umidificazione nel periodo invernale o ritiene che non sia un tema prioritario?

Ing. Laurent Socal

Sul lato estivo l’eccesso di umidità è un problema serio: inibisce la sudorazione e penalizza fortemente il comfort. D’inverno, invece, la mia esperienza è che anche con umidità relative del 25–30% poche persone se ne accorgono davvero. Ho visto edifici con il 30% in cui gli occupanti non avevano lamentele. La sensibilità dell’utente medio al “troppo secco” in inverno è molto limitata. C’è però un aspetto diverso: la conservazione dei materiali. Strutture in legno, arredi, libri, finiture particolari possono risentire dell’aria troppo secca. Quindi vedo l’umidificazione invernale più come un tema di tutela di materiali e strutture che non come un tema primario di comfort.

In compenso, l’umidificazione è difficile in termini di esercizio: dove c’è evaporazione ci sono residui e tale aspetto rende esercizio e manutenzione delicati. Il rapporto costi/benefici, per il puro comfort invernale, è spesso sfavorevole: il beneficio è poco percepibile, mentre i problemi di gestione sono significativi.

 

Clara Peretti
Il fatto che il mercato offra poche soluzioni integrate e “complete” per l’umidificazione invernale e la sua gestione lo legge come una non necessità o come una difficoltà tecnologica?

Ing. Laurent Socal

Le due cose, in realtà, non si escludono. Perché investire in soluzioni delicate da gestire quando il beneficio è limitato e la maggior parte delle persone non percepisce il problema? Se confrontiamo quanti si lamentano di un 30% in inverno con quanti soffrono un 60% in estate, la sproporzione è evidente. Per il comfort delle persone, in molti casi l’umidificazione invernale non è un tema così critico. Diverso è il discorso per i materiali sensibili, dove il controllo igrometrico può essere decisivo per la conservazione a lungo termine (biblioteche, musei, …).

 

Riqualificazione dei condomini: strategie di impianto o di isolamento termico?

Clara Peretti
Nella riqualificazione dei condomini, è realistico immaginare la sostituzione della caldaia con una pompa di calore e, insieme, la sostituzione del sistema di emissione con un sistema radiante?

Ing. Laurent Socal

La mia visione è leggermente diversa da quella che spesso circola. La strategia primaria, a mio avviso, non dovrebbe essere cambiare il sistema di emissione per poter abbassare la temperatura di mandata, ma coibentare l’edificio.

Per ridurre la temperatura di mandata di un impianto di riscaldamento ho due opzioni:

  • Cambiare il sistema di emissione (es. sistemi radianti);
  • Migliorare l’involucro (isolamento, serramenti, ecc.).

Dal punto di vista del funzionamento dell’impianto, entrambi consentono di lavorare a temperature più basse, ma c’è una differenza fondamentale: isolare l’edificio riduce anche i fabbisogni termici, mentre cambiare solo l’emissione no. In alcuni casi (come per i sistemi a pavimento) la posa in condomini esistenti può essere invasiva: demolizione pavimenti, massetti, case da svuotare, limiti strutturali (solai in legno, carichi aggiuntivi), costi.

Per questo dico che i “lavori facili” sugli impianti li abbiamo già fatti (passaggio a caldaie a condensazione, regolazioni migliori, ecc.). La fase successiva, strategicamente inevitabile, è intervenire sugli involucri.

 

Clara Peretti
Una volta coibentato l’edificio (cappotto, serramenti, ecc.), ha ancora senso mantenere la vecchia caldaia o vede comunque come auspicabile il passaggio alla pompa di calore?

Ing. Laurent Socal

Passare alla pompa di calore diventa davvero efficace nel momento in cui anche la rete elettrica è sostanzialmente decarbonizzata. In Francia o Norvegia, oggi, la scelta è quasi scontata: passare a pompa di calore ha un impatto immediato su emissioni e uso di combustibili fossili. In Italia il quadro è diverso: la produzione elettrica in inverno è ancora molto legata al gas; quindi, la pompa di calore sostituisce sì la caldaia, ma continua indirettamente a usare fonti fossili. Un po’ meno, ma ne usa ancora.

Detto questo, l’intervento “propedeutico e irrinunciabile” oggi è coibentare. L’effetto sull’uso di fonti fossili è enorme: coibentare e mantenere il generatore esistente può significare, a spanne, ridurre i consumi anche a un quarto. Mettere una pompa di calore su un edificio non coibentato, invece, tende a ridurre solo marginalmente le emissioni di CO₂ rispetto alla situazione iniziale.

Per questo dico che, oggi, mettere una pompa di calore in un edificio non isolato non ha senso tecnico ed economico: grande potenza installata, macchina costosa, ingombrante, rumorosa, molto refrigerante, aumento notevole della potenza impegnata lato elettrico. Prima si riducono i fabbisogni, poi si cambia il generatore.

 

EPBD (nuova direttiva edifici): ambizione vs. realtà

Clara Peretti
Come giudica l’EPBD “Case Green” e il suo possibile recepimento?

Ing. Laurent Socal

L’EPBD, letta alla lettera, è “molto estrema” nei tempi e nelle ambizioni: il principio di lungo periodo – ridurre progressivamente il fossile nel settore edifici – è condivisibile, ma la tempistica proposta è irrealistica.

Un dato indicativo: i piani di ristrutturazione del patrimonio edilizio pubblico, previsti dalla direttiva, sono stati presentati solo da una manciata di Paesi (otto, se guardiamo i documenti resi noti), spesso piccoli, e persino in questi piani manca spesso il capitolo critico delle sanzioni. Per esempio, in Vallonia si prevede che chi compra una casa debba portarla a un certo livello energetico entro cinque anni dall’acquisto: un obbligo pesante, ma senza una vera struttura sanzionatoria esplicitata.

Il problema di fondo è che non abbiamo, a livello europeo, né i materiali, né la manodopera, né le risorse economiche per fare quello che la direttiva vorrebbe entro le scadenze fissate. Il Green Deal ha già messo in seria difficoltà l’industria automobilistica; sul settore edifici ci sarà inevitabilmente una forte resistenza pratica. Mi aspetto quindi, più che una marcia trionfale, una revisione progressiva dei tempi e un’implementazione molto graduale.

LEGGI ANCHE: EPBD 2024: le nuove regole europee per gli edifici e la sfida del recepimento in Italia

  

Metodi di calcolo: dal mensile all’orario

Clara Peretti
A livello di calcolo delle prestazioni energetiche, siamo pronti a passare a una metodologia oraria?

Ing. Laurent Socal

Se prendiamo sul serio l’EPBD, il raffrescamento, la ventilazione, l’interazione con la rete (smart readiness, flessibilità, ecc.), non possiamo più basarci su metodi mensili. Servono metodi orari, altrimenti è impossibile descrivere con coerenza tutti questi fenomeni.

Il problema è duplice:

  • Tecnico-scientifico: serve integrare in un unico quadro coerente involucro, impianti, ventilazione, accumuli, interazione con la rete, limiti di potenza, ecc. Non è solo “fare i singoli pezzi”, ma farli interagire in modo robusto.
  • Organizzativo-economico: finora molta normativa tecnica è stata sviluppata di fatto col “volontariato” degli esperti. Per un calcolo mensile, per quanto complesso, questo è ancora (a fatica) possibile. Per un sistema orario completo serve un impegno professionale continuativo e finanziato: parliamo di investimenti importanti, non di qualche riunione di commissione.

Negli ultimi anni qualcosa si è mosso: progetti come quelli di EURAC e altri centri di ricerca stanno lavorando su metodi orari, spesso con finanziamenti pubblici. Le norme EN del pacchetto legato all’EPBD stanno facendo passi avanti, ma manca ancora il vero collegamento tra i vari moduli: il sistema edificio-impianto nel suo insieme.

In Italia, a livello CTI, si sta riattivando il processo per sviluppare un metodo orario nazionale, probabilmente partendo dalle EN e integrandole con moduli nazionali dove necessario. Ma ci vorrà tempo. Senza un mandato (e conseguente finanziamento) da parte della Commissione Europea al CEN, le norme EN difficilmente potranno fare il salto di qualità necessario in tempi utili: il volontariato non sarà sufficiente.

 

Clara Peretti
L’industria può trainare questo sviluppo normativo?

Ing. Laurent Socal

Fino a un certo punto. L’industria supporta volentieri le norme di prodotto, perché lì ha un interesse naturale e diretto: definire prestazioni, prove, criteri di confronto consente l’accesso al mercato, cioè la possibilità di vendere i suoi prodotti. Ma sull’edificio nel suo complesso l’interesse è più debole: ciascun settore vuole naturalmente far valere il proprio prodotto, non occuparsi della visione integrata edificio–impianto. Questo può portare a distorsioni: norme parziali molto dettagliate, ma pochi sforzi dedicati al coordinamento complessivo. Le pompe di calore sono un esempio: tanta attenzione sulla macchina come tale, meno sul suo comportamento quando inserita in un sistema edificio-impianto specifico.

Per i metodi di calcolo orari, che sono il “collante” tra tutte queste componenti, l’industria da sola non ha un interesse sufficiente a finanziare un lavoro di ampia portata. Serve un intervento pubblico.

 

RED III, fotovoltaico ed effetto Joule

Clara Peretti
La RED III apre alla possibilità di collegare direttamente il fotovoltaico a sistemi di riscaldamento per effetto Joule (ad esempio radiante elettrico, piccoli generatori elettrici), considerandoli in parte come uso di energia rinnovabile. Come valuta questa evoluzione?

Ing. Laurent Socal

Innanzitutto va chiarito che il divieto di considerare come rinnovabile l’energia elettrica utilizzata in una pura resistenza è specifico del contesto italiano (Decreto 28/2011), è una scelta nazionale, non è figlia diretta della direttiva europea.
Nel merito: non demonizzerei a priori l’effetto Joule. Per certe applicazioni puntuali, piccole utenze, usi occasionali, la resistenza elettrica è perfettamente sensata. Esempi concreti:

  • piccolo scaldacqua sottolavello in un ufficio;
  • copertura di carichi saltuari in seconde case, baite di montagna, case vacanza. Ad esempio, spesso in Svizzera e Francia si fa così: l’impianto di riscaldamento principale è dimensionato per garantire una “base” (ad esempio 16 °C) e poi il surplus per i weekend è fornito con radiatori elettrici.

Per decidere razionalmente contano fattore di carico e convenienza complessiva: per impianti che funzionano pochissimo, il costo dell’impianto (che è comunque energia incorporata) pesa più dell’energia utilizzata in esercizio. Non avrebbe senso mettere uno scaldaacqua a pompa di calore solo per lavarsi le mani una volta al giorno.

Non sarei quindi ‘estremista’ nel vietare a priori la resistenza elettrica. Il problema non è tanto la singola tecnologia, quanto la scala e il contesto d’uso. In edifici residenziali usati h24, in clima come il nostro, il riscaldamento puramente elettrico continuo ha poco senso economico ed energetico; per usi marginali può invece essere una scelta razionale.

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FAQ TECNICHE + Efficienza energetica e pompe di calore: priorità involucro e limiti EPBD secondo Socal

  • Che cos’è la strategia di riqualificazione proposta da Socal?
    È un approccio integrato edificio–impianto che mette al centro la riduzione del fabbisogno tramite coibentazione dell’involucro. La sostituzione del generatore, inclusa la pompa di calore, è considerata una fase successiva. L’obiettivo è ridurre realmente consumi ed emissioni evitando interventi impiantistici sovradimensionati o poco efficaci.
  • A cosa serve e in quali contesti si applica?
    Si applica soprattutto alla riqualificazione dei condomini esistenti. È rilevante nei casi in cui si valuti la sostituzione della caldaia con pompa di calore o la modifica del sistema di emissione. È utile anche nella pianificazione di interventi coerenti con la nuova EPBD.
  • Quali sono le prestazioni e i requisiti da considerare?
    La riduzione della temperatura di mandata può avvenire sia modificando l’emissione (es. sistemi radianti) sia migliorando l’involucro. Tuttavia solo l’isolamento riduce anche i carichi termici. Le prestazioni vanno valutate considerando potenza richiesta, integrazione con la rete elettrica e comportamento stagionale, in funzione del progetto.
  • Quali vantaggi offre rispetto alla sola sostituzione del generatore?
    Coibentare prima consente di abbattere in modo significativo i fabbisogni energetici e di ridurre la potenza necessaria del nuovo impianto. Installare una pompa di calore su edificio non isolato comporta potenze elevate, maggior impegno elettrico e benefici emissivi limitati, specie in contesti con produzione elettrica ancora legata al gas.
  • Quali indicazioni di posa e integrazione progettuale emergono?
    Nei condomini esistenti la sostituzione con sistemi radianti può essere invasiva: demolizioni, massetti, incremento dei carichi sui solai, interferenze con finiture e occupanti. L’intervento sull’involucro (cappotto, serramenti) è spesso meno impattante sul piano strutturale e migliora l’intero sistema edificio–impianto.
  • Quali aspetti di comfort, sicurezza e durabilità vanno considerati?
    I sistemi radianti gestiscono il carico sensibile ma non quello latente: il controllo dell’umidità richiede integrazioni impiantistiche. In inverno l’umidificazione è più rilevante per la conservazione di materiali sensibili che per il comfort percepito. L’esercizio degli umidificatori comporta criticità manutentive e igieniche da valutare attentamente.

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