EcoSismabonus: quante richieste attivate nel 2018 ? ecco i dati

Clemente (Enea): «Secondo i nostri dati, limitati alle richieste dell’uso congiunto dell’Eco e del Sisma Bonus, sono stati spesi circa 800 mila euro».

In vista della prossima edizione di “Diamoci una Scossa”, la campagna promossa da Fondazione Inarcassa, CNI e CNAPPC, che a partire dal 20 ottobre, per il secondo anno consecutivo porterà il tema della prevenzione sismica nelle piazze di tutta Italia, Ingenio prosegue il ciclo di interviste ai protagonisti dell’iniziativa. A parlare questa volta è Paolo Clemente, ingegnere strutturista e dirigente di Ricerca presso l’Enea, nonché membro del Comitato scientifico del progetto.

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Anche Enea è tra i partner della seconda edizione, perché è importante sostenere appuntamenti di questo tipo?

«Queste iniziative servono a sensibilizzare i cittadini sul tema della prevenzione sismica e sulle opportunità che oggi possono cogliere per migliorare il livello di sicurezza delle proprie case. In Italia da qualche anno è operativo il Sisma Bonus che consente di recuperare fiscalmente le spese sostenute per il miglioramento strutturale di un edificio».

Quanti italiani ne hanno approfittato?

«I dati a disposizione dell’Enea sono limitati laddove il Sisma Bonus è utilizzato in maniera congiunta all’Eco Bonus. Nel 2018 abbiamo registrato pochissime richieste, per la precisione otto: sette per passare ad una classe di rischio inferiore e una sola per migliorare l’edificio di due classi, per un totale di circa 800 mila euro. Il dato è relativo ai lavori completati, quindi è probabile che il numero aumenti, alla fine potranno essere una quindicina, ma anche se diventassero 20, siamo in un ordine di grandezza estremamente basso e sicuramente non confrontabile con i numeri legati all’uso dell’Eco Bonus. Infatti sul fronte dell’efficientamento energetico, sempre l’anno scorso, abbiamo registrato oltre 330 mila richieste. Ricordo che l’Eco Bonus viene utilizzato dal 2007 e vorrei sottolineare che dal punto di vista energetico abbiamo delle Direttive europee che impongono determinati stanziamenti e lavori, nel campo strutturale e sismico invece mancano, perché questo tema non è considerato centrale in Europa e riguarda le Nazioni più a sud come Italia e Grecia».

In un’audizione alla Camera, nel 2012, dichiarò che in Italia sette edifici su dieci sono a rischio se colpiti da un terremoto. Sono trascorsi sette anni da allora, è ancora così?

«Il dato veniva da un’audizione parlamentare nell’ambito di un’indagine conoscitiva promossa dalla Commissione Ambiente e Territorio della Camera, noi presentammo questo risultato che si basava su un’analisi storica del costruito in Italia. Sicuramente quello che si è costruito dal 2012 a oggi, pensiamo alla ricostruzione de L’Aquila, è stato fatto con altri livelli di sicurezza, però sul totale la percentuale non è cambiata di tanto, anzi era stimata del 70 per cento ma sicuramente in difetto. 

Gli edifici del nostro Paese sono datati, costruiti quando ancora non era stata completata la classificazione sismica del territorio

Cito solo un dato significativo: nel 1980, anno del terremoto dell’Irpinia, solo il 25 per cento del territorio nazionale era stato classificato, in tutte le altre zone, quindi, si progettava senza tener conto del terremoto».

Come si fa a capire se si vive in un edificio sicuro dal punto di vista sismico? Secondo lei la campagna di sensibilizzazione “Diamoci una Scossa” è un passo verso una maggior consapevolezza dei cittadini sotto questo aspetto?

«Per fare un’analisi precisa, dettagliata e seria bisogna rivolgersi a un ingegnere strutturista e sono necessarie indagini sperimentali sui materiali e sull’edificio. È chiaro che una prima valutazione può essere fatta anche su dati freddi tipo l’anno di costruzione, la tipologia costruttiva utilizzata e la classificazione sismica della zona. L’iniziativa “Diamoci una Scossa!” che prevede sopralluoghi tecnico informativi si basa su questa tipologia di dati freddi, preliminari e visivi, sicuramente è un primo passo laddove viene trovata la presenza di sintomi che possono far pensare a qualcosa di importante, a quel punto sarebbe opportuno approfondire l’indagine ed eseguire lavori per il miglioramento dell’edificio.

Questa iniziativa è importante perché si basa sull’informazione e avere a disposizione ingegneri e architetti per una prima valutazione del proprio edificio, a mio avviso è un’ottima occasione». 

Le visite tecniche informative previste durante il mese della prevenzione (novembre) non avranno alcun onere per i richiedenti, ma se un cittadino optasse per un’analisi più approfondita della propria casa, a quanto ammonterebbe la spesa?

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«Se pensiamo a un edificio di medie dimensioni con quattro o cinque piani, di circa 200 mq ciascuno, la spesa può essere di alcune decine di migliaia di euro per la sola parte di valutazione con sperimentazione, mentre se dovesse essere necessario intervenire per migliorarne la sicurezza, possiamo parlare mediamente di alcune centinaia di migliaia di euro. Sottolineo “migliorare” perché la sicurezza assoluta non è perseguibile, l’intervento sull’edificio punta a renderlo come nuovo e adeguato alle norme tecniche vigenti».

Quindi la spesa è suddivisa in due tranche?

«La valutazione del professionista e le prove sperimentali sull’edificio hanno un costo che può aggirarsi intorno ai 20, 30, 40mila euro, invece se bisogna intervenire, il costo varia a seconda del tipo di lavori eseguiti. Se prendiamo in considerazione un immobile di cui è reperibile una ricca documentazione come il progetto o i dati sul terreno di fondazione, è chiaro che il carico di lavoro è inferiore rispetto a un edificio di cui non si conosce nulla. In quest’ultimo caso bisogna partire da un rilievo geometrico e strutturale, sondare le fondazioni e il costo dell’operazione, ovviamente diventa più elevato».

Non sono cifre elevate?

«Tenga conto che un edificio può valere anche due o tre milioni, queste cifre vanno confrontate con il valore dell’immobile e poi bisogna prendere in considerazione la responsabilità che si assume il progettista. Inoltre le prove sperimentali richiedono, ad esempio, il prelievo dei campioni e l’analisi in laboratorio».

Rispetto agli altri Paesi, l’Italia è all’avanguardia per quanto riguarda la realizzazione di tecnologie antisismiche?

«Sì, noi siamo stati tra i primi al mondo a studiare e applicare moderne tecnologie antisismiche, però poi in realtà sono state poco utilizzate fino al terremoto de L’Aquila, quando grazie al “Progetto Case”, in particolare la tecnica dell’isolamento sismico è stato diffusa e conosciuta da tutti. Non abbiamo nulla da invidiare agli altri Paesi del mondo dove sono utilizzati di più come il Giappone, la Nuova Zelanda, la California e più recentemente anche la Russia e la Cina, con i quali ci confrontiamo quotidianamente sullo sviluppo di nuove tecnologie.

L’Italia è all’avanguardia, sia nella ricerca che nella produzione di dispositivi antisismici

Quali sono le più recenti tecnologie sviluppate dall’Enea sul fronte del miglioramento della sicurezza degli edifici? 

«Per migliorare un edificio esistono tecnologie tradizionali che in alcuni casi possono anche essere sufficienti. Noi ci siamo occupati di quelle moderne sin dagli anni ‘80 e tra queste sicuramente l’isolamento sismico è la più matura e forse la più semplice da utilizzare. Questo vale sia per le nuove costruzioni che per l’esistente, ormai abbiamo tanti edifici, soprattutto scolastici, che sfruttano questa tecnologia. Proprio a L’Aquila, in molti casi, è stato usato l’isolamento sismico per adeguare strutture esistenti e di interesse storico. Poi abbiamo anche sistemi di dissipazione dell’energia, anche questi molto sviluppati e maturi per un’ampia applicazione, che richiedono però una conoscenza più dettagliata e un’accuratezza maggiore». 

In che cosa consiste l’isolamento sismico?

«Vuol dire interporre degli isolatori sismici tra la fondazione dell’edificio che rimane ancorata e la parte in elevazione. Si tratta di dispositivi che hanno una rigidezza in direzione orizzontale molto bassa e in occasione di un sisma consentono alla struttura di oscillare anche molto, però con accelerazioni basse o pressoché nulle, questo fa sì che le azioni sismiche non arrivino alla struttura, ma siano filtrate da questi dispositivi messi alla base. Funzionano un po’ come gli ammortizzatori dell’automobile.

Un edificio isolato sismicamente sottoposto alla forza del terremoto non avrà bisogno di interventi di riparazione, non dovrà essere evacuato, potrà continuare a essere usato nell’immediato. Si tratta di un ottimo investimento sia per la salvaguardia delle vita umana, sia in termini di spesa soprattutto nelle zone più sismiche.

Per un edificio esistente, nel caso sia in cemento armato, è più semplice perché basta inserire questi isolatori tagliando uno alla volta i pilastri al piano interrato o al piano terra. Oppure si può andare al di sotto della fondazioni, creandone di nuove. Nel caso di edifici in muratura invece, bisogna tagliare integralmente le pareti realizzando un cordolo armato al di sopra di questi isolatori e uno al di sotto che faccia da fondazione. 

A oggi in quali edifici sono state applicate le nuove soluzioni e che risultati stanno danno?

«Dopo il terremoto del Molise queste tecniche sono state applicate in molti edifici scolastici, in fabbricati adibiti a scopi di protezione civile o strategici come le caserme. Dopo il terremoto de L’Aquila abbiamo avuto tante applicazioni anche per edifici residenziali».

Un edificio costruito secondo le più moderne tecnolgie antisismiche è sicuro al 100 per cento?

«La sicurezza assoluta non esiste, si progetta tenendo conto di un certo grado di intensità sismica, se dovesse essere maggiore, è chiaro che l’edificio potrebbe subire danni. Concettualmente il grado di sicurezza che otteniamo con le moderne tecnologie è elevatissimo. 

Sottoscrivere un'assicurazione obbligatoria sui fabbricati contro il terremoto o intervenire sull’edificio per migliorarne la sicurezza? Cosa è opportuno scegliere secondo lei?

«Non sono due aspetti mutuamente esclusivi. Abbiamo anche fatto una proposta di legge per un’assicurazione obbligatoria a fronte dei rischi naturali, la prima presentata nel 2012 e la seconda nel 2013. La proposta prevede l’istituzione di un fondo a cui accedere con procedure concorsuali per il miglioramento della sicurezza dei propri edifici. L’obiettivo è un’assicurazione che sgravi lo Stato dalle spese di ricostruzione post sisma, ma non è questo l’aspetto centrale per un’ingegnere.

Per assicurare un edificio, l’assicurazione impiega i propri tecnici per valutare l’edificio, questo renderebbe praticamente obbligatoria l’istituzione di un’anagrafe del costruito, ossia una fedele raccolta, Comune per Comune, delle condizioni statiche di tutti i fabbricati.

Un passaggio indispensabile per avviare un discorso di prevenzione, poi si potrebbe ipotizzare che l’assicurazione finanzi un fondo per il miglioramento strutturale, ad esempio una cifra di tre miliardi l’anno da mettere a bando e così facendo, in un arco temporale di più di dieci anni, potrebbe aumentare significativamente il livello di sicurezza degli edifici del Paese. È un’operazione lunga e costosa, ma bisogna avere il coraggio di avviarla, noi non ne vedremo i risultati, ma speriamo possano farlo i nostri nipoti e pro nipoti a cui dare un tessuto edilizio più sicuro».


La Giornata Nazionale della Prevenzione Sismica ha il suo portale dedicato attraverso cui è possibile aderire all'iniziativa e aggiornarsi sulle attività e gli eventi organizzati prima e dopo l'appuntamento del 20 ottobre 2019.